Buon 2015 da Arte bresciana


Arte bresciana augura a tutti i lettori un buon 2015, sereno e prospero, e soprattutto sempre più dedicato all'arte!

Un Romanino morettesco e il potere della ''nuova tradizione''

Romanino, Pala di San Domenico, 1545-48 ca
Molto si è scritto sulla monumentale pala dell'altare maggiore della scomparsa chiesa di San Domenico, eseguita da Girolamo Romanino tra il 1545 e il 1548 circa: di come l'arte della tarda maturità del pittore stia evolvendo verso nuove sperimentazioni figurative e di come egli stia finalmente accrescendo la qualità esecutiva delle sue pitture che, in generale, non è mai stata felice, né per le tele, né per gli affreschi. In questo post intendo approfondire uno dei dettagli più importanti insito in questo dipinto: mi riferisco alla straordinaria affinità compositiva tra questa tela e le opere sacre del Moretto, che negli anni 1540 avevano ormai conquistato la committenza e instradato le pitture del medesimo soggetto verso una tipologia concorde, quasi come se ne fosse stato definito il modello da seguire. La costruzione della pala d'altare basata sulla divisione del disegno in due metà, una terrena e una divina, mediate da svariati espedienti artistici, era stata introdotta dal Moretto sulla scena bresciana già dai primi anni 1520, ottenendo uno strepitoso successo che certo ebbe la sua parte nell'affermazione e nel successo del pittore.

La scomparsa cripta della chiesa dei Santi Faustino e Giovita

Nel 1604 i monaci di San Faustino "uguagliano il pavimento del coro" della chiesa, ossia distruggono la cripta sottostante il presbiterio per portare il pavimento di quest'ultimo a livello con l'aula. Il materiale di risulta dalla demolizione viene compresso in uno strato spesso circa un metro, sul quale viene impostato il nuovo pavimento. Nel 1598 era già stata traslata la leggendaria arca dei santi patroni predisposta da Ramperto nel IX secolo e fatta sistemare sopra sei colonnine nel 1455, dopo la riscoperta, dall'abate Bernardo Marcello su progetto di Tonino da Lumezzane, e dico "leggendaria" poiché questo piccolo monumento, a noi non pervenuto, si rivelò l'archetipo di una fortunata serie di arche sepolcrali bresciane, che proseguì quasi senza sosta fino all'inizio del XVI secolo. Anche altre opere furono certamente traslate, e tra queste si trovava la bellissima pala marmorea di sant'Onorio oggi al museo di Santa Giulia.

La chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Brescia

Quattro lunette di Agostino Salloni esposte

Alcuni giorni fa ho visitato la chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia e ho avuto la piacevole sorpresa di trovare esposte lungo la navata centrale le quattro grandi lunette, attribuite ad Agostino Salloni (notizie 1657-1699), solitamente appese sopra altrettanti altari laterali della stessa chiesa. I dipinti, ad olio su tela, sono stati levati dalla sede originale e portati ad altezza occhi appositamente per il periodo dell'Avvento 2014. A quanto pare, ciò non avveniva dal 1957. È certamente un privilegio poter osservare da vicino dipinti che solitamente sono collocati in luoghi distanti e/o irraggiungibili, poterne scrutare i dettagli invisibili e, certamente, studiarne più agevolmente la tecnica.

Buon Natale 2014 da Arte bresciana


Con la splendida Natività di Gesù (1492 ca) di Vincenzo Foppa, conservata nella chiesa di Santa Maria Assunta di Chiesanuova, Arte bresciana augura a tutti un piacevole e sereno Natale 2014, specialmente a chi ne ha davvero bisogno perché meno fortunato di altri.

L'ultimo superstite delle mura viscontee

Siamo nel XIV secolo quando i Visconti, al potere su Brescia dal 1337, erige all'interno della città una vera e propria "fortezza del potere", cintando con alte mura merlate il ristretto quartiere dove si concentravano i centri del potere civile e religioso, ossia le due cattedrali e il Broletto, seguendo il percorso a U oggi ricalcato da via X Giornate, corso Zanardelli e via Mazzini. Queste mura si raccordavano a nord con il castello, che veniva quindi degnamente incluso nel perimetro di sicurezza, mentre a sud un lungo corridoio sopraelevato, seguendo l'attuale via Gramsci, conduceva fuori dalla cittadella collegandosi al forte della Garzetta, appositamente costruito nell'area oggi occupata dal cavalcavia Kennedy. La città, di fatto, si trovava tagliata in due dalle fortificazioni, che separavano con forza la popolazione cittadina dai palazzi del potere, riuniti in una piccola area poi definita come Cittadella Nuova.

Ricostruzione grafica di Brescia nel XV secolo. È particolarmente evidente la
configurazione della Cittadella Nuova viscontea, raccordata a nord con il castello,
e il camminamento sopraelevato che conduce a sud.

L'«aurea mediocrità» di Francesco Savanni

Parliamo oggi di un poco conosciuto pittore bresciano del XVIII secolo, un esponente della selva di autori barocchi e tardo barocchi che si ritagliarono, ognuno a suo modo, la propria parte di lavoro in vita e di fama per i posteri. Il suo nome è Francesco Savani, o Savanni, nato a Brescia nel 1723 e artista precoce fin dalla giovinezza, tanto che la pittura lo distoglieva dagli studi scientifici ai quali il padre lo aveva avviato. Studia presso maestri illustri, il primo dei quali Antonio Paglia, seguito da Francesco Monti durante la lunga permanenza di quest'ultimo a Brescia per la realizzazione dei monocromi della chiesa di Santa Maria della Pace. Lo stile del Savanni si orienta presto verso le fortunate espressioni del Pittoni e del Tiepolo, con pure un considerevole successo che lo porta a ricevere, proprio da Giambattista Tiepolo, un elogio per la pala della Madonna del Patrocinio commissionata nel 1757 dalla parrocchiale di Coccaglio.

Madonna del Patrocinio, 1757

Maestro degli Angeli Cantori - Santa Elisabetta d'Ungheria


Dedico il primo post del mio blog all'approfondimento di un'opera affascinante quanto singolare, una terracotta quattrocentesca conservata al museo di Santa Giulia a Brescia raffigurante presumibilmente Santa Elisabetta d'Ungheria (83x37x5 cm). L'opera è sconosciuta dal punto di vista archivistico e pure la provenienza è incognita, dato che è pervenuta al museo in un imprecisato momento del XIX secolo assieme ad innumerevoli altre, recuperate nel medesimo periodo in tutto il territorio bresciano, spesso da edifici religiosi chiusi al culto e in stato di abbandono, oppure prossimi alla demolizione. La targa descrittiva a fianco dell'opera la dice proveniente probabilmente da Lonato del Garda, dove ornava una santella posta sulla strada al bivio per Castiglione delle Stiviere.