L'«aurea mediocrità» di Francesco Savanni

Parliamo oggi di un poco conosciuto pittore bresciano del XVIII secolo, un esponente della selva di autori barocchi e tardo barocchi che si ritagliarono, ognuno a suo modo, la propria parte di lavoro in vita e di fama per i posteri. Il suo nome è Francesco Savani, o Savanni, nato a Brescia nel 1723 e artista precoce fin dalla giovinezza, tanto che la pittura lo distoglieva dagli studi scientifici ai quali il padre lo aveva avviato. Studia presso maestri illustri, il primo dei quali Antonio Paglia, seguito da Francesco Monti durante la lunga permanenza di quest'ultimo a Brescia per la realizzazione dei monocromi della chiesa di Santa Maria della Pace. Lo stile del Savanni si orienta presto verso le fortunate espressioni del Pittoni e del Tiepolo, con pure un considerevole successo che lo porta a ricevere, proprio da Giambattista Tiepolo, un elogio per la pala della Madonna del Patrocinio commissionata nel 1757 dalla parrocchiale di Coccaglio.

Madonna del Patrocinio, 1757

Disegnatore per gli incisori Francesco Zucchi e Domenico Cagnoni, veneziano e bresciano rispettivamente, ed elogiato pure dai biografi a lui contemporanei, non trascorre una vita serena: Francesco finisce ben presto scacciato dalla casa natale, a causa di un padre forse poco lungimirante, e patisce per tutta la vita la mancanza di mezzi di sussistenza, anche a causa di un fare dissoluto, tanto da morire in miseria il 4 marzo 1772 a neppure cinquant'anni. Tanta autorevolezza conquistata in vita, testimoniata dalle importanti commissioni conquistate, non sopravvive però alla morte del pittore, che viene ripetutamente stroncato dalla critica artistica novecentesca. La Calabi, nel 1935, lo reputa artista mediocre e ancora nel 1946 Panazza e Boselli lo vedono come "figura di secondo piano per non dire terzo nella fioritura di artisti della seconda metà del secolo". Una prima rivalutazione arriva con Bruno Passamani nel 1964, che ne elogia "l'energia fantastica e pittorica non comune" dimostrata in una sconosciuta pala per la scomparsa chiesa bresciana di Santa Francesca Romana, raffigurante San Benedetto comanda a san Mauro di estrarre san Placido dalle acque. Parole di elogio, alla stregua di una definitiva riabilitazione, provengono anche da Begni Redona nel 1981.

Innegabilmente si può parlare di "tiepolismo", nulla di nuovo né originale per i pittori del tempo, ma il pregio dell'arte di Savanni è quello di averlo calato in un'espressione totalmente personale, che non degenera in maniera e rimane ancorato a uno spirito molto seicentesco. La produzione del pittore è molto vasta e comprende opere di singolare spessore, tra cui segnalo almeno Gaston de Foix e i Mazzucchelli trattano la pace di Verona, dipinto su una volta di villa Mazzucchelli a Ciliverghe, firmato e datato 1755, un brano di pittura decorativa decisamente interessante che rivela una pronta assimilazione, e di nuovo personalizzazione, dei "cieli" con cui Carlo Carloni stava spopolando a quel tempo in tutto il bresciano. A questo affresco aggiungo la pala con San Guglielmo distribuisce il pane ai poveri, firmata e datata 1753 e custodita al secondo altare sinistro della chiesa di San Giuseppe a Brescia. Si tratta di una pittura insolita, certo ricca di spunti, che si può considerare rappresentativa dell'arte di Savanni. Commissionata dal paratico dei fornai, il pittore pone al centro il santo protettore nell'atto di donare un pane al povero ai suoi piedi. La figura centrale è quindi attorniata da una schiera di altri santi francescani, per un totale di nove tra maschi e femmine, raccordati in alto dalla Presentazione di Maria al Padre Eterno. Si tratta di una composizione di difficile esecuzione per la quantità di figure e lo spazio ristretto e, pur con un risultato piacevole, fallisce il tentativo di dare profondità dal dipinto, che nel complesso appare abbastanza sconnesso.

San Guglielmo distribuisce
il pane ai poveri
, 1753
Ritorna qui l'«aurea mediocrità» di Savanni, locuzione molto azzeccata coniata da Begni Redona nel 1981, dove i riferimenti a lui classici di Pittoni e Piazzetta sono ripresi in chiave cromatica più sommessa, forse a causa dei vincolati colori dei sai e delle vesti dei santi, ma ciò è compensato dalle delicate sfumature distribuite in tutta la composizione e dai numerosi inserti squillanti di colore, soprattutto bianco, rosso, verde e viola, utilizzati nei dettagli di resa più libera. È un dipinto paradigmatico del pittore che merita uno sguardo in più, anche a memoria di questo autore dalla vita e dalla critica travagliate, il quale forse ha lasciato qualcosa di meglio di una produzione artistica di secondo piano.

Bibliografia essenziale:
- Gaetano Panazza, Camillo Boselli, Pitture in Brescia dal Duecento all'Ottocento, catalogo della mostra, Brescia 1946
- Pier Virgilio Begni Redona, Francesco Savanni in AA. VV., Brescia pittorica 1700-1760: l'immagine del sacro, Grafo, Brescia 1981

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