Maestro degli Angeli Cantori - Santa Elisabetta d'Ungheria


Dedico il primo post del mio blog all'approfondimento di un'opera affascinante quanto singolare, una terracotta quattrocentesca conservata al museo di Santa Giulia a Brescia raffigurante presumibilmente Santa Elisabetta d'Ungheria (83x37x5 cm). L'opera è sconosciuta dal punto di vista archivistico e pure la provenienza è incognita, dato che è pervenuta al museo in un imprecisato momento del XIX secolo assieme ad innumerevoli altre, recuperate nel medesimo periodo in tutto il territorio bresciano, spesso da edifici religiosi chiusi al culto e in stato di abbandono, oppure prossimi alla demolizione. La targa descrittiva a fianco dell'opera la dice proveniente probabilmente da Lonato del Garda, dove ornava una santella posta sulla strada al bivio per Castiglione delle Stiviere.




Fatto più importante, essa rientra nel gruppo di opere che Aldo Galli, nel 1998, ha a mio parere formidabilmente ricondotto sotto un'unica figura denominata "Maestro degli Angeli Cantori", su cui in futuro dedicherò un meritato post specifico. Al Santa Giulia si conservano tre opere di questo autore, tutte esposte nella sezione sull'Età veneta. Questa Santa Elisabetta, fra le tre, è certo la più elaborata e ricca di spunti, ma forse non la più rappresentativa dell'espressività delle opere di questo scultore, primato che direi spettante al Busto di Cristo esposto nella stessa sezione.
Il gruppo di Malati a sinistraLa Malata a destra
Non sono giunte fino a noi molte altre opere di produzione bresciana simili a questa, e ciò ne fa un primo motivo di rilievo. Ma quanta naturalezza nei malati disposti ai piedi della santa, e rivolti ad essa. Il primo a sinistra, quasi coricato, è in posizione affannata e scomposta e la sua veste è malamente aperta a mostrare la spalla e parte del petto. La donna a destra, invece, è sciatta e certo poco gradevole, così come la sua posizione a gambe divaricate, con uno smagrito e cadente petto nudo. Bello anche il secondo uomo a sinistra, acefalo, perché i suoi abiti rivelano un ceto sociale più elevato, ma evidentemente non sufficiente a far scampare dalle malattie. La massa dei malati è inoltre dirompente, straborda dalla rigida ed esile inquadratura gotica e dallo sfondo, presentando un aggetto importante che faceva poi da piede alla formella.

E da qui parte la slanciata santa, con fluenti capelli raccolti in una treccia lunghissima, la cui presenza non è immediatamente percepibile, ma è un bel dettaglio da notare. La altrettanto lunga veste, allacciata molto in alto secondo la moda dell'epoca, denota spiccatamente la femminilità della figura e il suo accento di regalità e nobiltà divine, diffusissimi nei soggetti femminei coevi e che a Brescia trovano altri illustri esempi nel San Giorgio e il drago di anonimo pittore bresciano (fine XV sec) e nella Sant'Apollonia di Vincenzo Foppa (1490-99), entrambi alla pinacoteca Tosio Martinengo. Lo stesso corpo longilineo e affusolato lo si può trovare nelle più arcaiche Madonne del Moretto affini per composizione, prima tra tutte la Madonna della Misericordia a Possagno (1520-22), anche se il maestro del Rinascimento bresciano intraprenderà presto un percorso reinterpretativo verso forme più piene e materne, il cui più riuscito traguardo è certo la Madonna dell'Apparizione di Paitone (1534 ca), oltre la quale non possiamo più parlare di percorso per elaborazioni successive ma di maniera.
Santa Elisabetta 
d'Ungheria (?)
Pittore bresciano (?)
Principessa (fine XV sec)
Vincenzo Foppa,
Sant'Apollonia (1490-99)
Moretto, Madonna della Misericordia,
(1520-22)
Moretto, Apparizione della Madonna a
Filippo Viotti, (1534 ca)
Ma il prestigio del Maestro degli Angeli Cantori emerge, come giustamente sottolinea Aldo Galli, nella raffinatissima tecnica esecutiva di questa e delle altre opere dello stesso autore, tecnica che fa felicemente coppia con il già molto apprezzabile naturalismo espressivo di cui si è già parlato. A parte la resa della cornice architettonica, diciamo molto buona ma convenzionale, seppur efficacissima nella modellazione e nel rialzo del baldacchino, i dettagli che arricchiscono la terracotta rivelano una cura e un'attenzione riferibili solamente a un maestro di profondo spessore tecnico e culturale, e di una bottega a lui degna. È ancora nella veste della santa che emerge il virtuosismo tecnico dell'autore, la cui scollatura di perle è modellata ricorrendo a piccole sferette d'argilla pressate lungo il bordo con la punta delle dita. Quanta differenza, inoltre, tra la soda morbidezza, quasi gonfiata, della veste della santa e i più corrugati e malandati stracci dei malati ai suoi piedi. Altrettanto degno di nota è un dettaglio che si fa poco notare, ossia il cordone fogliato a semicerchio che delimita la raggiera mistica alle spalle della santa, in cui il ripetitivo motivo è pazientemente ripreso fino alla fine senza sforzo alcuno.

Un'opera dunque di modeste dimensioni ma di altissimo pregio, certo tra le migliori della scarna produzione nota di questo autore, evidentemente capace di opere di altissima qualità tecnica e raffinatezza compositiva di pari livello, trovata in questo caso nel naturalismo dei gesti e nell'espressività degli atteggiamenti. Un naturalismo che è pure logico trovare nella cultura artistica bresciana quattrocentesca, influenzata su più fronti ma sempre ben salda alla sua essenza genuina, entro cui nasceranno e si formeranno i grandi protagonisti del Rinascimento bresciano, dal più celebre Moretto al più locale Ferramola, che del naturalismo faranno il loro più ammirevole tratto distintivo.

Bibliografia essenziale:
- Aldo Galli, Il Maestro degli angeli cantori e le più antiche sculture lombarde in terracotta in "Nuovi Studi. Rivista di arte antica e moderna", 6, 1998.
- Vito Zani, Maestri e cantieri nel Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento in Valerio Terraroli (a cura di), Scultura in Lombardia - Arti plastiche a Brescia e nel bresciano dal XV al XX secolo, Skira, Milano 2010

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