Due portali di Vezza d'Oglio come paradigma dell'analisi formale

Dedico questo post a due portali identificati nel centro storico di Vezza d'Oglio, dalle fattezze né particolari né straordinarie, ma con l'unico obiettivo di dimostrare che dietro un qualunque palinsesto architettonico o scultoreo possono essere formulate considerazioni storiche, formali e stilistiche utili a datare il manufatto e a inquadrarlo entro un contesto culturale più ampio. Ciò, in genere, va a beneficio sia di quello stesso ambito, del quale vengono incrementate le conoscenze in direzione di un'ideale completezza, sia di tutti i possibili temi che possono essere correlati al manufatto, dalla storia dell'edificio in cui è inserito alla migliore definizione dell'espressione artistica locale, nella forma, nei materiali, nella sua diffusione. Il primo portale è in facciata alla cosiddetta torre Federici, appunto in via dei Federici n. 6, dirimpetto alla piccola porta d'ingresso al campanile della parrocchiale di San Martino. Il secondo è il portale della casa canonica in via Roma n. 7, sul lato opposto della parrocchiale rispetto alla torre Federici. Per l'esattezza, i portali della casa canonica sono due, identici e simmetrici, perciò vengono qui considerati in modo unitario. Sia il portale della torre, sia quello della casa canonica sono strutturati in modo simile, con un architrave retto da due pilastrini architettonicamente definiti, con un capitello e una base.

Portale di torre Federici, via dei Federici n. 6, Vezza d'Oglio

Una ''Strage degli innocenti'' bresciana per le vittime degli attentati di Parigi

Arte bresciana esprime il suo profondo cordoglio per le vittime degli attentati terroristici di Parigi del 13/11/2015 con l'arte, quanto vi è di più intramontabile, insopprimibile, incancellabile. Una Strage degli innocenti, grande olio su tela (494x290 cm) del 1594 di Pier Maria Bagnadore, conservato nella cappella del Sacro Cuore della chiesa di San Francesco d'Assisi a Brescia. Davanti a una rigorosa ma elegante ambientazione architettonica con un grande loggiato centrale, soldati e uomini armati si accaniscono sui bambini, mentre le loro madri cercano di sottrarli all'uccisione o ne contemplano i corpi straziati. La drammaticità della scena è stemperata da una atmosfera teatrale, che blocca le figure nel movimento e le isola in almeno tre gruppi continui. La cappella in cui si trovano il dipinto e il suo pendant, raffigurante il Martirio di santa Margherita d'Antiochia, era anticamente dedicata a Santa Maria Maddalena ed era la cappella sepolcrale della famiglia Brunelli. Autore e data del dipinto possono essere stabiliti dalla firma "PETRVS MARIA BALNEATOR" iscritta sulla trabeazione del loggiato nella Strage e il "1594" iscritto sul pendant.

Riscoperta una chiesa perduta di Brescia

La facciata su contrada delle Bassiche

Quasi per caso, e su indicazione di un’amica, notai un giorno che lungo contrada delle Bassiche a Brescia, poco a nord dell’incrocio con via Cairoli, due antichi piedistalli in pietra murati nel fronte su strada facevano silenziosa mostra di sé. I due pilastri, raddoppiati all’interno, incorniciavano un ingresso privo di portale e sostenevano due belle basi al piede di due sproporzionate lesene senza capitello. Esse proseguivano ininterrotte per i successivi tre piani dell’edificio, una modesta palazzina di edilizia civile, differenziata dalle adiacenti da null’altro se non da questo dettaglio. Un paramento lapideo così singolare, così ben descrivibile nella sua concezione, commentava da sé la passata esistenza di un’emergenza architettonica ben specifica: una chiesa. E naturalmente si presentò la domanda: potevano davvero esistere, a questa altezza di contrada delle Bassiche, resti di una chiesa di cui non si sapesse nulla? La risoluzione delle modanature, il raddoppio del piedistallo, la concezione stessa della facciata portavano facilmente a una datazione dei resti al XVII secolo circa. Si cercava quindi una chiesa in contrada delle Bassiche, diversa dalle “solite note” (Santa Maria degli Angeli, Santi Cosma e Damiano, Sant’Agnese), costruita o ricostruita attorno al XVII secolo e con buoni motivi per essere stata dimenticata da Dio e dagli uomini.

Su una proposta attributiva a Giovanni Gerolamo Savoldo

Nel 1922, dopo una travagliata vicenda di recupero durata alcuni mesi, entrano a far parte della collezione della Pinacoteca Tosio Martinengo cinque tempere su tavola. Le opere provenivano dal monastero francescano di Santa Maria degli Angeli a Gardone Valtrompia, dove erano già state reimpiegate come fondo di un armadio, ed erano poi state segate per isolare le singole scene e immetterle abusivamente nel mercato antiquario. Le tavole raffigurano una Orazione nell'orto, una Pietà, una Predica di san Marco, un San Pietro e san Marco allo scrittoio e un grande San Giorgio, così come secondo la revisione iconografica proposta da Castellini (1999, p. 85) che ha appunto identificato in San Marco il santo con la corta barba castana, anziché in San Paolo come definito dai precedenti studi (Ferrari, 1956, p. 79; Passamani, 1988, pp. 22-23).

Il progetto di Ludovico Beretta per il duomo di Brescia

La sostituzione o ricostruzione dell’antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, la cattedrale estiva bresciana ormai vetusta e antiquata, viene affrontata più di una volta nel corso del XVI secolo, almeno a partire dal 1518, dunque alla restaurazione del dominio veneziano sulla città, senza avere mai un concreto seguito. Di ritorno a Brescia dopo l’ultima sessione del concilio di Trento, all'inizio del 1564, il vescovo Domenico Bollani sollecita il ceto dirigente cittadino perché «la chiesa cathedrale sia reedificata, per essere fatta come inhabitabile per l'antiquità sua». D'altra parte, l’episcopato del Bollani risulta indissolubilmente legato all'attuazione dei decreti tridentini: egli ristruttura il sistema beneficiale e riorganizza le associazioni laicali, impone nuovi costumi intellettuali ai sacerdoti, redige una minuziona decretazione per il rifacimento e il restauro di chiese, campanili, altari e ogni altro edificio sacro da lui giudicato «indecoroso», dando per primo l'esempio attraverso la ristrutturazione del palazzo vescovile e, al culmine della sua attività riformatrice, la proposta di riedificazione della cattedrale.

Il lato est di piazza del Duomo a Brescia in una miniatura del 1588. Si possono vedere il Duomo vecchio con la torre in facciata e la basilica di San Pietro de Dom

Resti di un'abside tra gli scavi archeologici del monastero dei Santi Faustino e Giovita

Il monastero dei Santi Faustino e Giovita a Brescia

Nel corso degli anni 1990 l'ex monastero dei Santi Faustino e Giovita a Brescia è stato oggetto di una straordinaria campagna di studio, recupero e restauro che ha permesso l'insediamento degli uffici di Segreteria dell'Università degli Studi di Brescia. Il progetto ha visto il concorso di una vasta schiera di esperti che hanno dato significativi contributi nei rispettivi campi: ingegneri e architetti hanno lavorato sui muri, risolvendo in alcuni casi problemi strutturali complessi con magistrali soluzioni, mentre storici dell'arte, dell'architettura e archeologi hanno lavorato sui libri, sui rilievi e sulle opere artistiche, con esiti altrettanto importanti. Tra le altre cose, per esempio, è stato prodotto uno studio scientifico sul chiostro maggiore, portando in sempre maggiore evidenza il nome di Andrea Moroni per il suo architetto, più altri studi che hanno tolto definitivamente a Bernardino Martinengo la progettazione del chiostro ionico detto "della Campanella". Di grande importanza sono stati anche gli scavi archeologici che, sebbene affrontati in modo non sistematico e intensivo, hanno consentito di restituire interessanti scoperte. Gli scavi si sono limitati alle zone di intervento del cantiere, purtroppo senza operare altri saggi conoscitivi al di fuori di queste. È comunque doveroso specificare che le trasformazioni subite dal monastero nel corso del XVI secolo sono state talmente radicali da aver completamente cancellato ogni traccia delle strutture medievali. A tutt'oggi, è impossibile ricostruire la storia stratigrafica del cenobio nel lasso di tempo tra la fondazione di Ramperto (prima metà del IX secolo) e la ricostruzione cinquecentesca.

Antonio Mangiacavalli. Fatti e opere per una ricostruzione del profilo artistico

"Magister Antonius de Mangiachavallis de Cumo lapicida". Così questo misconosciuto scultore, il 5 maggio 1501, firma un contratto per la fornitura di otto colonne rastremate, con basi e capitelli, per la dimora bresciana di Paolo Giacomo Rovati. E, di nuovo, "Antonio Magnocaballo" è il nome dello scultore che viene idolatrato come un Prassitele redivivo nell'iscrizione dedicatoria sul portale della chiesa di San Lorenzo a Carzago (BS), consacrata nel 1502. I documenti si fermano qui, null'altro è sopravvissuto che potesse approfondire la memoria di questo personaggio. Tuttavia, come altre volte accade, queste due sole citazioni tanto bastano a delineare il profilo di quello che, molto probabilmente, fu il principale collaboratore di Gasparo Cairano, massimo esponente della scultura rinascimentale bresciana nel ventennio a cavallo del 1500.
Ad Antonio Mangiacavalli va infatti riferita una Madonna col Bambino conservata nell'oratorio di Carzago, frammento del gruppo statuario che ornava il portale della chiesa cinquecentesca fino al suo riutilizzo durante la ricostruzione settecentesca. A questa Madonna si accompagnavano due statue con San Lorenzo e San Vito, trasferite da tempo nella chiesa di San Rocco al Cimitero, da cui sono però scomparse intorno alla metà del XX secolo. E se il contratto con il Rovati attesta la sua provenienza da Como, allora è finalmente chiaro chi fosse l' "Antonio da Como" che, tra il 1506 e il 1509, realizza assieme a Gasparo Cairano il portale del duomo di Salò, eseguendo tra le altre cose una Madonna annunciata che si presenta della stessa fattura della Madonna di Carzago.

Antonio Mangiacavalli, Madonna annunciata1508 ca, Salò, portale del duomoAntonio Mangiacavalli, Madonna col Bambino1500 ca, Carzago Riviera, oratorio parrocchiale

L'ancona dell'altare maggiore della chiesa di Santa Maria del Carmine e la sua storia

È il 28 gennaio 1596 quando una solenne processione entra nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia trasportando alcune reliquie e una magnifica pala per l'altare maggiore. I doni sono spediti direttamente a Brescia dal duca di Baviera Guglielmo V e dalla consorte Renata in gesto di riconoscenza verso il frate carmelitano bresciano Faustino Cattaneo, occupato alla corte bavarese dal 1582 al 1595 come cappellano e "magister chori". Si tratta di reliquie importanti: due teste delle vergini compagne di sant'Orsola e la gamba di uno dei soldati di san Maurizio. Anche la tela è bellissima e riscuote il plauso immediato della città, diventando meta di pellegrinaggi di artisti e intenditori d'arte: è l'Annunciazione di Pieter de Witte detto il Candido, pittore fiammingo con lunga esperienza di formazione italiana tra la Toscana e Roma. Il dipinto viene eseguito appositamente nel 1595 e reca la firma sull'inginocchiatoio della Madonna: "P. CANDIDUS PICTOR DVCIS BAVARIAE F.". Il dipinto costituisce un vero e proprio unicum di manierismo romano a Brescia, mediato tuttavia dal De Witte che è molto più aperto ai valori della luce, con esiti di grande luminosità dai toni sostenuti diffusi nell'intera ambientazione. L'equilibrio dei volumi è molto attento e quasi eccessivo, ma in generale la composizione si presenta movimentata e solenne, capace di passare dalla sfera terrena a quella divina senza alcuna cesura.

Pieter de Witte, Annunciazione, 1595, Brescia, chiesa di Santa Maria del Carmine, altare maggiore

Cronaca di un furto fallito nella bottega di Tiziano

Il 29 settembre 1519 Alfonso I d'Este, duca di Ferrara, invia una lettera molto dura a Jacopo Tebaldi, suo ambasciatore a Venezia, affinché Tiziano venga sollecitato a ultimare i Baccanali per i Camerini d'alabastro, ovvero Bacco e Arianna, il Baccanale degli Andrii e la Festa degli amorini, per i quali il pittore si era preso l'impegno molto tempo prima senza averne ancora consegnato neppure uno. Nella lettera di risposta, datata 10 ottobre 1519, il Tebaldi informa il duca che il ritardo è stato causato da Altobello Averoldi, da lui indicato solamente con il rispettoso titolo di "Reverentissimo", il quale: 

          «...qui vol far fare una opera de pictura, et magistro Titiano è stato seco in longa praticha sopra ciò, secundo ch'io ho inteso da amici mei, et magistro Titiano non me l'ha negato.»

Tiziano Vecellio, Polittico Averoldi, 1522,
chiesa dei Santi Nazaro e Celso, Brescia

I ''giapponesi'' secondo una tela bresciana del XVIII secolo

Al secondo altare destro della basilica di Santa Maria delle Grazie a Brescia si conserva un dipinto che, a dispetto dell'apparenza, merita particolari approfondimenti. Il soggetto è San Francesco Saverio predica ai giapponesi ed è opera del 1745 di Pietro Antonio Rotari (1707-1762). Questo pittore, spesso poco considerato in patria, è più conosciuto per le sue opere in Russia, dove lavora a partire dal 1756 dopo un già considerevole successo a Vienna, diventando il vero e proprio pittore di corte degli Zar fino alla morte.
Anche nelle terre d'origine, tuttavia, aveva lavorato moltissimo, soprattutto a partire dal suo rientro a Verona nel 1734 dopo un lungo soggiorno romano. Proprio a Verona apre una propria bottega, da cui per vent'anni escono pale e ritratti per chiese e palazzi di tutta la Repubblica veneta e oltre. Opere del Rotari si trovano in chiese di Bergamo, Brescia, Padova, Parma, Udine, Mantova, Rovigo, per non parlare della città natale. Nel 1749 la sua fama gli consente di acquisire il titolo di Conte della Repubblica di Venezia.

Pietro Antonio Rotari, San Francesco Saverio predica ai giapponesi,
1745, basilica di Santa Maria delle Grazie, Brescia

Auguri a tutte le donne da Arte bresciana

Floriano Ferramola, Madonna col Bambino tra undici sante e martiri, 1510-12, abside centrale della chiesa di Santa Maria in Solario, monastero di Santa Giulia, Brescia

Per celebrare l'8 marzo, festa della donna, Arte bresciana propone una selezione di opere d'arte, ovviamente bresciane, in cui la donna è protagonista nella sua bellezza e nel suo significato. Nella storia dell'arte, la donna più frequentemente rappresentata fu certo Maria madre di Gesù, che da sola varrebbe come massima espressione femminile: una donna umile, dedita a nient'altro che alla sua vita, che grazie alla sua misericordia, alla sua tenacia e al suo amore, viene eletta a Madre di Dio, diventando l'anello di collegamento tra Cielo e Terra e la via per la redenzione di tutta l'umanità.

Per una migliore contestualizzazione di due rilievi bresciani del XV secolo

          "Ne la Chiesa vecchia di San Faustino e Giovita ad sanguinem, hoggi detta S. Afra, il cui coro fu ultimamente rifatto ne l'anno 1538 e il resto della chiesa nel 1580, appresso la capella maggiore a mezo giorno, eravi una piccola capelletta dedicata ad esso san Latino. Ne l'altare di questa, che fu inanzi il detto anno 1538 ruinata per occasione di riparare la detta capella maggiore, fu ritrovata una piccola arca di pietra viva chiusa, e con coperchio impiombato con una lastra appresso, in cui si vedeva l'imagine di San Latino con simile inscrittione: Anno 1464 conditum est. Come poi per inanzi giacesse il detto santo corpo, non ne rende conto. Ne l'anno 1574 fu rifatta un'altra capella nell'istesso luoco, e dedicata all'istesso Santo, e nell'altare riposta la stessa arca, che ancora si può vedere per una fenestrella lasciatavi, e nel frontespicio postavi la medesima lastra, che dentro tiene scolpita la detta immagine, e è accompagnata l'arca con quattro vasi cristallo pieni di diverse reliquie come dimostra l'inscrittione".

Anonimo bresciano, San Latino, 1464, chiesa di Sant'Angela Merici, Brescia

Un antico apparato liturgico in due pievi bresciane

Durante l'ultimo ventennio, la pieve della Mitria di Nave e la chiesa di San Pietro in Mavinas a Sirmione, due antichi edifici religiosi del bresciano, sono stati interessati da una serie di scavi archeologici all'interno del perimetro murario e nei pressi. Per la pieve della Mitria, essi si sono svolti a più riprese a partire dal 1990, mentre il San Pietro di Sirmione è stato scavato tra il 2005 e il 2009. Le indagini, volte a chiarire gli aspetti stratigrafici dei due siti, sono state condotte da importanti personalità nel campo dell'arte e dell'archeologia bresciane, tra cui Dario Gallina e Andrea Breda, con risultati straordinari dal punto di vista della maggiore conoscenza della storia di questi luoghi e della loro antica architettura. Tra i numerosissimi esiti di queste campagne archeologiche, oggetto di discussione in svariati articoli e pubblicazioni, con questo articolo voglio entrare nel merito di un particolare dettaglio che, come si è scoperto, accomuna le due chiese nella loro configurazione originale.

Pieve della Mitria, Nave

Il ''vero'' Duomo vecchio

Brescia, Duomo vecchio, XI-XII sec

A partire dal 1562, sotto la direzione dell'architetto Giovanni Maria Piantavigna, l'accesso dell'antica cattedrale invernale di Brescia nota come Duomo vecchio viene profondamente rinnovato. L'ingresso originale del duomo (XI-XII sec) era costituito da un doppio portale laterale su una galleria trasversale all'asse principale dell'edificio religioso, come mostrato in figura. La galleria coperta, già interna alla struttura della cattedrale, costituiva una sorta di nartece, un ambiente-filtro tra l'ingresso su strada e l'interno, soluzione architettonica molto diffusa in tutta l'architettura romanica già visibile in alcune costruzioni paleocristiane. A metà lunghezza della galleria coperta, in corrispondenza del campanile di facciata oggi scomparso, un breve passaggio immetteva definitivamente all'interno del duomo, sfociando all'estremità della platea inferiore. Dalla platea si poteva poi salire all'ambulacro circolare, o deambulatorio, collocato a un'altezza superiore tutt'attorno alla platea, separato da questa tramite gli otto poderosi pilastroni a reggenza della cupola. L'ambulacro scendeva a livello della platea solamente in corrispondenza del presbiterio a est, come nella configurazione attuale, mentre a ovest saliva a un livello ancora superiore sormontando la galleria coperta e l'ingresso principale. In questo punto, anticamente, si trovava forse una cappella destinata alla conservazione delle reliquie, mentre l'ambulacro era destinato agli itinerari processionali, facendo dell'intera struttura una gigantesca "macchina liturgica".

Il tronetto per il viatico della chiesa dei Santi Nazaro e Celso

Non è raro che, nelle sacrestie e nei ripostigli delle chiese, o nella casa di qualche attempato sacerdote, emerga una suppellettile liturgica dalla funzione non immediatamente intuibile. Si tratta di una sorta di altarino, spesso decorato anche riccamente: è il tronetto per il viatico, un vero e proprio altare portatile, anticamente utilizzato dai sacerdoti per offrire l'Eucarestia o eseguire brevi celebrazioni presso chi non poteva raggiungere fisicamente la chiesa, per esempio i malati e i morenti. L'utilizzo più frequente era appunto fornire un piano consacrato dove appoggiare la pisside e l'ostia consacrata durante queste occasioni. Molto spesso questi altarini erano impreziositi da ornamenti e inserti decorativi, soprattutto come sfondo, a simulare una vera e propria pala d'altare. A Brescia, in particolare, se ne conserva uno molto bello nel tesoro della chiesa dei Santi Nazaro e Celso.

Anonimo bresciano, tronetto per il viatico, prima metà del XVII sec

Il pannello è di forma quadrata (44x39 cm) ed è decorato da un intaglio ligneo ad altorilievo, parzialmente dorato, raffigurante un Compianto sul Cristo morto con san Francesco d'Assisi. L'interessante manufatto viene reso noto per la prima volta nel 1904, in occasione della mostra d'arte organizzata per l'Esposizione bresciana di quell'anno, e pubblicato sul catalogo con probabile datazione al XVIII secolo. Antonio Morassi, nel 1939, lo cita nuovamente accogliendo il già proposto XVIII secolo come periodo d'esecuzione. La critica artistica successiva (Anelli 1977, Begni Redona 1992) ha tuttavia retrodatato il manufatto alla prima metà del XVII secolo, avvicinando il modellato anatomico del Cristo, assieme alla resa dei panneggi e alla tipologia dei visi dei personaggi e degli angeli, ai canoni del tardo XVI secolo. Pienamente seicenteschi sono invece i due angeli svolazzanti, dai volti tondeggianti e paffuti e dalle membra tozze, e le quattro testine angolari della cornice, raccordate da un intaglio a motivo vegetale. È senz'altro pregevole la disposizione dei personaggi, che occupano senza soluzione di continuità l'intero spazio della paletta, mentre la puntuale doratura lascia scoperti solo gli incarnati, in particolare il corpo del Cristo morto che risulta così enfatizzato e perfettamente individuabile. Lo sfondo è invece degnamente reso tramite una finissima martellinatura.

Bibliografia essenziale:
- Esposizione di Brescia 1904 sotto l'alto patronato di S.M. il Re. Maggio-Settembre, catalogo ufficiale, Brescia 1904
- Luciano Anelli, La Chiesa dei santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1977
- Pier Virgilio Begni Redona, Pitture e sculture in San Nazaro e Celso in AA.VV., La collegiata insigne dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1992

Come sabotare un artista: l'esperienza del Tamagnino alla Loggia

Nel 1499 il ducato di Milano viene conquistato dai francesi: è l'inizio di una vera e propria diaspora di artisti dalla città, alla ricerca di committenze attive presso cui poter lavorare, in tutto il nord Italia e oltre. È probabilmente a causa di questo fatto che Antonio della Porta detto il Tamagnino, scultore comasco, torna a Brescia, conquistando tra il novembre 1499 e il giugno 1500 una serie di commesse relative all'apparato lapideo dell'erigendo Palazzo della Loggia.
Non era la prima esperienza bresciana dello scultore, il quale nel 1489 aveva consegnato alla fabbrica della chiesa di Santa Maria dei Miracoli il ciclo di Angeli da porre nella prima cupola, sovrapposto agli Apostoli dell'esordiente Gasparo Cairano. E, non a caso, era probabilmente stata proprio quella vicenda a convincere Antonio della Porta che vi fosse molto di meglio da fare altrove, dato che, stando ai registri dei pagamenti, egli riceve per i suoi Angeli, più altre opere di scultura, un compenso nettamente inferiore rispetto a quanto corrisposto al concorrente Cairano per i soli Apostoli.

Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, Brescia, cupola

Tra energia ''palmesca'' e cieli dorati

Al primo altare sinistro della chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia è conservato un olio su tela raffigurante San Michele Arcangelo scaccia i ribelli, opera di Jacopo Palma il Giovane (1548-1628). Il dipinto è molto probabilmente nella collocazione originaria, dato che l'altare risulta dedicato a san Michele Arcangelo già in occasione della visita apostolica di Carlo Borromeo del 20 novembre 1580. Egualmente antico è il patronato dell'altare da parte della famiglia Martinengo di Erbusco, testimoniato dalla lapide sepolcrale di Cesare Martinengo posta davanti all'altare e datata 1628. La pala, di dimensioni imponenti (450x270 cm), raffigura l'Arcangelo Michele, stagliato su un cielo di luce che squarcia le nubi retrostanti, nell'atto di scacciare dal Paradiso gli angeli ribelli destinati all'eterna dannazione, occupanti l'intera metà inferiore della tela.

Jacopo Palma il Giovane, San Michele Arcangelo scaccia i ribelli,
fine XVI sec, chiesa di Santa Maria del Carmine, Brescia

Il San Giovanni Nepomuceno di Antonio Calegari

È il 27 aprile 1735 quando, all'interno della chiesa collegiata dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, viene istituita la "Congregazione de' Reverendi sacerdoti sotto la protezione di San Giovanni Nepomuceno", la quale assume presto la dignità di una vera e propria Scuola o confraternita al pari delle molte altre, laiche o no, già attive nel tempio. Questo santo, vissuto nel XIV secolo a Praga, era stato canonizzato da papa Benedetto XIII sei anni prima e aveva trovato immediata venerazione nelle collegiate, in quanto lui stesso canonico di collegiata in vita e morto per mantenere fede al sigillo confessionale: si confaceva bene, pertanto, la venerazione di un "collega" dal quale derivava un tale esempio ammonitore. La nuova congregazione si insedia praticamente subito in una cappella propria, provvedendo ben presto agli ornamenti della stessa. È infatti del 2 luglio 1749 il contratto tra don Pietro Bonioli e lo scultore Antonio Calegari per l'esecuzione di una statua in marmo di Carrara raffigurante il santo titolare della scuola, "con due Puttini e Testine di Cherubini". L'atto specifica che essa venga eseguita "con la maggior sollecitudine possibile di renderla alla pubblica venerazione [...] nel tempo più corto che mai si possa". Il compenso stabilito è 557 scudi, con materiali a carico dell'artista. Nel frattempo viene approntato l'altare e vengono eseguite le due statue lateriali di Virtù da parte dello scultore Gaetano Dionisi.

Antonio Calegari, San Giovanni Nepomuceno, 1750-56, dettaglio del Santo

Il magnetico Cristo benedicente del Duomo di Brescia

Tra i numerosi dipinti di proprietà delle cattedrali bresciane, spesso spartiti tra la parrocchia e la Diocesi, figura un bellissimo olio su tavola (46x52 cm) raffigurante un Cristo benedicente, non esposto al pubblico e di proprietà della parrocchia. Il dipinto è veramente interessante ed è capace di catturare lo sguardo dell'osservatore con un effetto ipnotico, caratteristica peculiare solo di rarissimi dipinti e in genere dipendente da una ieraticità intrinseca nel soggetto raffigurato. In questa tavola vediamo infatti Gesù, raffigurato a mezzo busto e indossante una veste dai toni ramati, che si rivolge direttamente allo spettatore in atteggiamento benedicente, mantenendo uno sguardo fermo e glaciale.

Ambito dei Piazza (?), Cristo benedicente, prima metà XVI sec

Un approfondimento stilistico dell'arengario di piazza della Vittoria a Brescia - parte II

Antonio Maraini, arengario pubblico, 1931-32, piazza della Vittoria, Brescia
Prosegue in questo post l'approfondimento stilistico del ciclo di formelle eseguite da Antonio Maraini nel 1931-32 per l'arengario di piazza della Vittoria a Brescia. Si rimanda alla prima parte dell'articolo per considerazioni di carattere generale e per la descrizione delle prime cinque formelle, dedicate rispettivamente all'età romana, a quella longobarda, ad Arnaldo da Brescia, alla pace di Berardo Maggi e all'apparizione dei santi Faustino e Giovita del 1438.

Un approfondimento stilistico dell'arengario di piazza della Vittoria a Brescia - parte I

In questo articolo, diviso in due parti, presento un approfondimento stilistico delle formelle eseguite nel 1931-32 per l'arengario di piazza della Vittoria a Brescia. Il ciclo di rilievi, in pietra rossa di Tolmezzo come il resto della struttura, raffigura la Storia di Brescia e fu concepito come un'opera dall'alto valore celebrativo della città, consono a rivestire il parlatorio da cui gli oratori si sarebbero affacciati durante le adunanze cittadine. Autore è lo scultore Antonio Maraini, artista apprezzato durante l'intero regime fascista e artefice di una produzione veramente significativa, affiancata a un impegno nelle politiche culturali altrettanto notevole. L'arengario viene sostanzialmente risparmiato dalla frenesia obliteratrice che coinvolge la piazza nell'immediato dopoguerra, riportando la sola, trascurabile cancellazione della scritta "Fascismo Anno X" nell'ultima formella. Molto trascurato nei decenni successivi, l'arengario ha subito un restauro superficiale nel 2012-13 in occasione di un più ampio progetto di riqualificazione dell'intera piazza.

Antonio Maraini, arengario pubblico, 1931-32, piazza della Vittoria, Brescia

Un'opera di Bernardino delle Croci per una lettura del decorativismo rinascimentale bresciano

Il 12 agosto 1474 il Consiglio Speciale della città e il Consiglio Generale il 30 dello stesso mese commissionano all'orafo Bernardino delle Croci un nuovo reliquiario per il frammento della Reliquia Insigne del Duomo vecchio, ossia la piccola crocetta assemblata con frammenti ritenuti provenienti dalla Vera Croce. Il termine fissato per la consegna, maggio 1475, non viene tuttavia rispettato, probabilmente per un ritardo nei pagamenti all'orafo come sembra trasparire da una delibera del 15 giugno 1486, in cui il Consiglio decide di recuperare il denaro con cui pagare Bernardino mediante la vendita dell'argenteria donata da Domenico de Dominici alla fabbrica del Duomo. Il saldo dell'orafo per il suo lavoro arriva finalmente nel 1487, ben tredici anni dopo la commissione. Il reliquiario eseguito dal Delle Croci non assolveva, inizialmente, a nuova custodia della crocetta, bensì ne costituiva semplicemente il piedistallo durante le processioni, come si può osservare nel magnifico Stendardo delle Sante Croci dipinto dal Moretto nel 1520. Il pregiato manufatto viene integrato con una teca fissa per la Reliquia Insigne solo dopo il 1532, anno della commissione all'orafo Giovanni Maria Mondella di quest'ultima aggiunta ancora esistente. Probabilmente nel 1517, invece, viene modificato il basamento originale con l'aggiunta degli otto delfini e delle sfere.

Bernardino delle Croci, reliquiario della
Santa Croce
, 1474 - primi anni 1480 ca

Perché il Moretto fu un pittore geniale

Tra le più importanti personalità della storia di Brescia vi è senz'altro Alessandro Bonvicino detto il Moretto, principale autore del rinascimento locale assieme a Romanino e Savoldo e immortale fautore di una produzione pittorica vastissima e di grandissimo successo. Perché? Non è affatto una domanda scontata e con questo post tenterò di dare una risposta, come al solito evitando trattazioni generali ma, piuttosto, concentrandomi su una singola opera, che da sola è in grado di trasmettere l'essenza del genio creativo che animava questo pittore e che tanto fu apprezzato dalla committenza dell'epoca. Di fatto, non ci stiamo rapportando con una personalità comune, bensì con un pittore in grado di stupire fin dalle prime opere, soprattutto per una capacità tecnica davvero notevole. In sostanza, un pittore in grado di usare veramente bene il pennello e molto capace sul piano compositivo e creativo. Un pittore che catalizza immediatamente la committenza religiosa perché bravissimo a descrivere il messaggio della Chiesa, a trasmetterne i valori, a raccontarne i principi e a definirne in modo semplice e chiaro i pilastri. Evidentemente si trova qui il genio del Moretto, che discutiamo nella realtà dei fatti analizzando la Madonna col Bambino in gloria con i santi Rocco, Martino e Sebastiano.

Moretto, Madonna col Bambino in gloria
con i santi Rocco, Martino e Sebastiano
, 1525 ca,
Brescia, basilica di Santa Maria delle Grazie

Recensione della mostra ''Fra Bartolomeo. Sacra Famiglia a modello''

La mostra "Fra Bartolomeo. Sacra Famiglia a modello" è il secondo capitolo di un'esposizione in tre episodi dal nome "Rinascimento", iniziato a settembre 2014 con "Giorgione e Savoldo. Note di un ritratto amoroso", di cui purtroppo non posso fornire la recensione dato che si è svolta prima dell'apertura del blog. Il secondo episodio, che qui recensisco, ha la fondamentale prerogativa di restituire la Sacra Famiglia della pinacoteca Tosio Martinengo alla produzione della bottega di Fra Bartolomeo. Questo risultato, ottenuto grazie ai nuovi studi condotti per la pubblicazione del catalogo della pinacoteca e a un restauro, è decisamente importante se si pensa che dal 1927 era classificata come copia neoclassica di valore pressoché nullo.


La scala d'ingresso della chiesa di Sant'Angela Merici

La facciata della chiesa di Sant'Angela Merici
A chiunque visiti la chiesa di Sant'Angela Merici a Brescia, varcata la soglia su via Francesco Crispi si presenta una scala interna veramente insolita, la quale tuttavia, non conoscendone l'origine, può apparire in qualche modo ben calata nell'architettura della chiesa. Si tratta di una scala a rampa unica che, raggiunto un pianerottolo intermedio, si divide in due rampe conducenti alle rispettive navate laterali, il tutto incorniciato entro fitte balaustre dal motivo classico ma molto elegante. Questa strana scala interna, che sembra voler condurre il fedele all'interno dell'edificio religioso secondo una modalità tra il solenne e l'inusuale, in realtà non fa parte della configurazione storica della chiesa, ma ha un'età molto più recente.

L'irrinunciabile arcaicità di Floriano Ferramola

Parlare di arcaicità nell'arte di Floriano Ferramola significa affrontare un argomento vastissimo, complesso e ricchissimo di sfumature più o meno evidenti, che in generale finisce per coinvolgere l'arte dell'intera generazione intermedia tra Vincenzo Foppa e i maestri del Rinascimento bresciano. Floriano Ferramola opera sostanzialmente in una cultura artistica debitrice tanto dell'innovazione foppesca quanto delle tradizioni quattrocentesche, che pervengono al XVI secolo sottoforma di tradizioni più o meno fissate e stereotipate, senz'altro sufficientemente consolidate nella tradizione pittorica da essere reiterate con sicurezza.
Al Ferramola si aggiunge naturalmente una schiera di pittori a lui affini, tanto da poter parlare di un vero e proprio stile ferramoliano, più altri autori meglio distinguibili e dotati di personalità quali Paolo da Caylina il Giovane e alcuni forestieri in tappa a Brescia, primo tra tutti Vincenzo Civerchio. Questi autori, soprattutto Ferramola e Caylina, si possono dire talmente influenzati dalla cultura artistica ad essi circostante, dalla veneta all'emiliana, che è difficile e spesso sovrastimante parlare di pittori dotati di un linguaggio proprio. Entrambi, più che altro, si esprimono in una sorta di pastiche di influssi, diversi e di diverso peso, a cui a volte attingono tanto liberamente da riuscire a creare davvero qualcosa di originale.

Vincenzo Foppa, Pala della Mercanzia, fine XV sec

Il rilievo con Sant'Apollonio in Duomo vecchio

Inauguro il 2015 con un post dedicato a una scultura senz'altro affascinante, che in genere ha il potere di catturare lo sguardo di tutti coloro che entrano nel Duomo vecchio di Brescia e, dopo averne ammirato dall'alto l'architettura, si apprestano a scendere nell'ambulacro destro. Sto parlando del notissimo rilievo raffigurante Sant'Apollonio vescovo, collocato a destra dell'ingresso della cattedrale, sotto una delle due rampe di scale che, fino al 1708, conducevano alla torre campanaria.

Sant'Apollonio, XII sec