Un'opera di Bernardino delle Croci per una lettura del decorativismo rinascimentale bresciano

Il 12 agosto 1474 il Consiglio Speciale della città e il Consiglio Generale il 30 dello stesso mese commissionano all'orafo Bernardino delle Croci un nuovo reliquiario per il frammento della Reliquia Insigne del Duomo vecchio, ossia la piccola crocetta assemblata con frammenti ritenuti provenienti dalla Vera Croce. Il termine fissato per la consegna, maggio 1475, non viene tuttavia rispettato, probabilmente per un ritardo nei pagamenti all'orafo come sembra trasparire da una delibera del 15 giugno 1486, in cui il Consiglio decide di recuperare il denaro con cui pagare Bernardino mediante la vendita dell'argenteria donata da Domenico de Dominici alla fabbrica del Duomo. Il saldo dell'orafo per il suo lavoro arriva finalmente nel 1487, ben tredici anni dopo la commissione. Il reliquiario eseguito dal Delle Croci non assolveva, inizialmente, a nuova custodia della crocetta, bensì ne costituiva semplicemente il piedistallo durante le processioni, come si può osservare nel magnifico Stendardo delle Sante Croci dipinto dal Moretto nel 1520. Il pregiato manufatto viene integrato con una teca fissa per la Reliquia Insigne solo dopo il 1532, anno della commissione all'orafo Giovanni Maria Mondella di quest'ultima aggiunta ancora esistente. Probabilmente nel 1517, invece, viene modificato il basamento originale con l'aggiunta degli otto delfini e delle sfere.

Bernardino delle Croci, reliquiario della
Santa Croce
, 1474 - primi anni 1480 ca
L'esecuzione del manufatto da parte del Delle Croci è databile a un intervallo temporale abbastanza dilatato, ma non è ben chiaro se i tardivi pagamenti siano giunti a lavoro già consegnato o durante la progressione dei lavori. Resta più probabile la seconda ipotesi, anche alla luce della condotta tenuta dall'orafo alcuni anni dopo durante le lunghe vicissitudini della commessa del mausoleo Martinengo, commissionato nel 1503 e, causa inadempienza nei pagamenti da parte dei committenti, ancora incompleto nel 1516. Escludendo in modo ragionevole che il Delle Croci non abbia atteso fino all'ultimo saldo del 1487 per mettere il reliquiario nelle mani nei canonici della cattedrale, la sua realizzazione può essere verosimilmente circoscritta tra il 1474 e i primi anni 1480. Ma anche senza pretendere di fornire date precise, essa è comunque antecedente all'apertura del primo, fondamentale cantiere della Brescia rinascimentale, quello della chiesa di Santa Maria dei Miracoli, inaugurato nel 1488. Essendo un reliquiario dotato di una spiccata componente architettonica, esso si presta molto bene a considerazioni sull'arte e sull'architettura bresciana di questo periodo, soprattutto alla luce dell'assenza quasi totale di altre testimonianze dello stesso tipo. Vale la pena citare, per esempio, la scomparsa arca di san Gaudosio nella chiesa di Sant'Alessandro, manufatto in pietra lavorata e dorata che, a detta del Maccarinelli, era stata eseguita nel 1488, un'opera che sarebbe stata fondamentale per comprendere lo "stato di avanzamento" della cultura artistica bresciana in fatto di aggiornamento rinascimentale all'anno esatto di apertura del cantiere dei Miracoli da parte dei Sanmicheli.

Moretto, Stendardo delle Sante
Croci
, 1520-22, dettaglio del reliquiario
La scultura e l'architettura bresciane della seconda metà del XV secolo, pertanto, possono essere ricostruite in modo decisamente inorganico e più che altro per episodi, alcuni dei quali poco significativi per definire la qualità della produzione locale. Anzi, dati il consistente numero di prodotti d'importazione e, parallelamente, l'assoluta scarsità di manufatti databili a questo periodo che possano essere pienamente ricondotti a botteghe locali, la critica (Zani 2010) ha addirittura accarezzato l'ipotesi che queste ultime non esistessero affatto, proposta quantomai verosimile. Le principali opere degli anni 1470 connotate da un linguaggio rinascimentale compiuto, ossia il monumento funebre di Domenico de Dominici in Duomo vecchio e la lapide di Bartolomeo Lamberti al museo di Santa Giulia, sono entrambi riferibili all'entroterra veneto e non a maestranze bresciane. Di più difficile interpretazione, da questo punto di vista, sono manufatti antecedenti quali l'altare della cappella Averoldi in Santa Maria del Carmine (anni 1460), il trittico di Sant'Onorio di nuovo ai musei civici (anni 1460?) e i portali delle chiese del Carmine, di Santa Maria delle Grazie e del Santissimo Corpo di Cristo (anni 1470), anche se per tutte, ma con pesi diversi, risulta più accettabile un inquadramento locale.

Scultore veneto, lapide di Bartolomeo
Lamberti
, post 1479, Brescia, museo
di Santa Giulia
Scultore veneto, monumento funebre di
Domenico de Dominici
, 1478, Brescia,
Duomo vecchio

Anonimo bresciano (?), altare della cappella Averoldi,
anni 1460, Brescia, chiesa di Santa Maria del Carmine

Scultore bresciano (?), Trittico di Sant'Onorio, anni 1460 ca,
Brescia, museo di Santa Giulia

Bottega bresciana (?), portale della chiesa
di Santa Maria del Carmine a Brescia, anni 1460-70
Bottega bresciana (?), portale della basilica
di Santa Maria delle Grazie a Brescia, anni 1470
Bottega bresciana (?), portale della chiesa
del Santissimo Corpo di Cristo a Brescia, anni 1470
Dal punto di vista dell'oreficeria, similmente, possediamo scarse testimonianze e ancor meno sono quelle databili con precisione al decennio di secolo. Tuttavia, possiamo facilmente aggirare il problema constatando la solidissima aderenza degli ori bresciani e lombardi a tipologie gotiche pressoché intramontabili e lungamente reiterate secondo schemi e costruzioni imprescindibili. Alcuni esempi sono il reliquiario delle Sante Spine anch'esso nel tesoro del Duomo vecchio (inizio XVI sec.?), il reliquiario della Santa Croce della chiesa di San Faustino a Brescia (fine XV-inizio XVI sec) e il reliquiario del Sangue dei Santi Faustino e Giovita di Chiari (seconda metà del XV sec).

Bottega dei Delle Croci, reliquiario
delle Sante Spine
,
inizio XVI sec
Bottega dei Delle Croci, reliquiario
della Santa Croce
,
fine XV sec - inizio XVI sec
Manifattura bresciana, reliquiario
del Sangue dei Santi Faustino
e Giovita
, seconda
metà del XV sec
Il reliquiario di Bernardino delle Croci, pertanto, è doppiamente interessante perché costituisce sia un fortuito quanto singolare specchio delle questioni architettoniche della Brescia del tempo, sia perché rappresenta senz'altro un punto di svolta per l'oreficeria bresciana quattrocentesca. Tralasciando il secondo aspetto di interesse, che non è attinente ai contenuti dell'articolo, approfondiamo il primo. Occorre però una dovuta premessa: è evidente che il reliquiario, pur essendo architettonico, non è un'architettura. Si tratta di una precisazione affatto scontata e la sua principale conseguenza è che, se vogliamo considerarlo come specchio dell'architettura bresciana degli anni 1470-80, allora dobbiamo attentamente valutarne la distorsione: ciò che di architettonico ci arriva attraverso questo manufatto è stato concepito in un'ottica che architettonica non è. Quindi un'architettura inquinata dall'oreficeria, potremmo dire reinventata in un mondo che si muove con schemi e tipologie proprie, leggibile in chiave diversa solo operando una cosciente separazione di variabili. Per esempio, non sarebbe mai potuta esistere, nella Brescia dell'epoca, un'architettura concepita allo stesso modo di questo reliquiario, né avremmo mai visto la riproposizione in grande, e in marmo o pietra, di alcuni dettagli o soluzioni compositive a cui ricorre il Delle Croci. Ciò che importa ai fini di questo articolo è infatti l'idea sottesa ai connotati di questo oggetto, la quale prescinde dalla scala di esecuzione, dal materiale e dalla tipologia. La straordinaria peculiarità del reliquiario del Delle Croci diventa evidente nel momento in cui lo si pone a confronto, tratto per tratto, con un'opera coeva dello stesso tipo, ma di linguaggio differente. Calza bene, per esempio, il raffronto con il reliquiario delle Sante Spine,  al quale si è già accennato, probabilmente di poco successivo e proveniente anch'esso dalla bottega dei Delle Croci.

Bottega dei Delle Croci, reliquiario
delle Sante Spine
, inizio XVI sec
Bernardino delle Croci, reliquiario della
Santa Croce
, 1474 - primi anni 1480 ca
Tra i due manufatti, profondamente differenti per aspetto complessivo, vi è in realtà un'affinità palmare che coinvolge direttamente il substrato strutturale: l'idea architettonica di fondo che anima il nodo del reliquiario delle Sante Spine (il "tempietto" tra il piedistallo e la teca) può essere del tutto sovrapposta al primo ordine del reliquiario della Santa Croce (la prima fascia sopra il basamento poligonale) perché, all'atto creativo, Bernardino delle Croci non fa altro che avvalersi dell'incastellamento gotico, consolidato e perfettamente collaudato, per rivestirlo con un manto di gusto rinascimentale. Non v'è altra interpretazione in grado di cogliere il significato dell'architettura a cui ricorre l'orafo. Ecco quindi che la bifora gotica polilobata si trasforma in una bifora rinascimentale, costruita su lesene ornate a candelabra che reggono un'interessante architrave tripartita, mentre la ghimberga e il fastigio traforato vengono tradotti, con una linearità che ha del disarmante, in un elaborato motivo a girali contrapposte. La guglietta interposta tra due bifore progressive diventa un poderoso pilastro corinzio e un bocciolo di fiore prende il posto del pinnacolo. Passando alla calotta superiore del reliquiario delle Sante Spine, troviamo nuovamente un confronto diretto con il secondo ordine del reliquiario di Bernardino delle Croci. L'uguaglianza del substrato è ancora più evidente: la finestrella gotica lascia il posto a un'edicola rettangolare rinascimentale, retta da lesene ornate, e al traforo geometrico si sostituisce un semicerchio a conchiglia. La reinterpretazione più geniale sta nei pinnacoli interposti: qui Bernardino delle Croci mette in atto la sua sorprendente traduzione della guglia gotica in guglia rinascimentale, creando dal nulla una sovrapposizione di blocchi rigati e calici vegetali terminante in una fiamma ed eseguendo quello che a mio avviso è il vero capolavoro, e contemporaneamente il vero paradosso, di tutto il Rinascimento bresciano. Vi è affinità anche nella resa complessiva dei due oggetti, in cui il nervoso soddisfacimento dell'horror vacui medievale trova compimento, nel reliquiario del Delle Croci, nel fittissimo ricamo dal sapore leggero e moderno, e quantomai raffinato, che tra l'altro è molto efficace per riempire le continue superfici piane, potenzialmente vuote, che l'arte rinascimentale porta in seno.

Reliquiario della Santa Croce, dettaglio del primo ordine

Reliquiario delle Sante Spine, dettaglio del nodo

Reliquiario della Santa Croce, dettaglio del secondo ordine

Reliquiario delle Sante Spine, dettaglio della calotta
Il reliquiario della Santa Croce si presta davvero bene per comprendere che cosa fu, e quale primordiale significato ebbe, l'avvento del Rinascimento nella Brescia tardo quattrocentesca, città di periferia dispersa nelle campagne tra Venezia e Milano continuamente subissata dalle più diverse influenze artistiche. Ciò che è già evidentissimo nei portali delle chiese di Santa Maria del Carmine e delle Grazie, in cui al di sopra di una composizione architettonica tardo gotica si srotola una pellicola rinascimentale che coinvolge più che altro le decorazioni, si palesa in questo pezzo d'oreficeria sottoforma di lucida traduzione dall'antico al moderno, di fatto un oggetto che di gotico non ha nulla e contemporaneamente ha tutto: l'antico non emerge in superficie ma anima la sottostruttura e ogni regola gotica è consapevolmente sfruttata per creare qualcosa che vuole essere nuovo, senza esserlo affatto in profondità. È dunque questo il Rinascimento per Bernardino delle Croci: un manto, un trucco, semplicemente un diverso modo di trattare una superficie retta da regole diverse. Non insisto troppo, tuttavia, su questo aspetto, rifacendomi alla precedente premessa e ammettendo che ciò emerge soprattutto nel reliquiario della Santa Croce e non altrove proprio perché si tratta di un oggetto di oreficeria. Ma l'idea non è diversa da quella che anima il portale della chiesa di Santa Maria del Carmine, precedente di alcuni anni, e in generale molto della produzione architettonica e scultorea dell'epoca, dalla già citata pala di Sant'Onorio al portale di palazzo Calzavelia in via Dante a Brescia.

Portale di palazzo Calzavelia a Brescia, anni 1480 ca
D'altra parte, non può che essere questa la prima forma di Rinascimento in una Brescia di provincia sostanzialmente priva sia di una tradizione artistica propria, sia di botteghe locali in grado di produrre opere originali. A Brescia non vi è alcun Bramante, alcun Alberti, né nessun altro delle loro cerchie: vi è solo una galassia di bravissimi artigiani accondiscendenti e di committenti sempre attenti alle novità, entrambi pronti a recepire la nuova linearità dell'ordine architettonico, con annessi e connessi, per praticarla spesso in modo del tutto gratuito. Come è prevedibile, in questo e in moltissimi altri campi, chi non ha partorito l'idea non è in grado di comprenderne il pieno senso e, il più delle volte, finisce semplicemente per coglierla come fatto esteriore, da imporre in modo arbitrario a una sottostruttura su cui non si ha intenzione di intervenire. Ciò è in grado di spiegare perché il primo Rinascimento bresciano si risolve soprattutto come uno spiccato, quanto raffinato, decorativismo superficiale, che raramente è in grado di intaccare il substrato strutturale gotico. Substrato che emerge ancora, e con grande libertà, dal primo monumento "colto" della Brescia dell'epoca, ossia la facciata di Santa Maria dei Miracoli, all'ultima grande commessa di Gasparo Cairano, il mausoleo Martinengo.

Bernardino delle Croci, Gasparo Cairano,
bottega dei Sanmicheli (?), Mausoleo Martinengo,
1503-1518 ca
Ma è questo il Rinascimento? La risposta è no, questo non è il Rinascimento. Il rinnovo delle arti concepito nell'Italia centrale non è assolutamente limitato a un differente trattamento delle superfici, ma entra nel merito della struttura, fino a sconvolgerla con principi che la rendono assolutamente autonoma. Si parla per esempio di proporzioni, di regole prospettiche, di colti riferimenti all'arte romana, di schemi rasentanti lo standard in cui la libertà creativa dell'autore viene messa alla prova da dettami che arrivano a misurare ogni singola modanatura e concorrono all'equilibrio dell'intero sistema. Bernardino delle Croci, all'atto progettuale del suo reliquiario, non bada ad alcuna proporzione nel dimensionare i suoi pilastrini corinzi, tutti visibilmente tozzi, né qualsiasi altro elemento di valenza architettonica: evidentemente, l'orafo non possiede ancora nel suo bagaglio culturale la trattatistica rinascimentale e i fondamenti della nuova arte, bensì dispone solamente dell'idea esteriore, giuntagli tramite riproduzioni e/o per visione diretta, e non fa altro che maneggiarla col suo estro creativo in modo totalmente gratuito quanto ingenuo. Quindi no, non è questo il Rinascimento. Ma se la domanda diventa: è questo il Rinascimento della Brescia della seconda metà del XV secolo? Allora la risposta è sì: un'arte nuova ma superficiale, che rifugge la linearità bramantesca perché non la coglie, e si abbandona piuttosto a fantasiose, ma non meno interessanti, composizioni affastellate totalmente debitrici alla tradizione del gotico internazionale, ancora troppo vicina e radicata per poter essere abbandonata. E d'altra parte, non esiste nella Brescia del tempo una personalità artistica abbastanza forte da mettere in atto un abbandono cosciente, né tanto meno aiuta la committenza, soprattutto quella religiosa generalmente conservatrice, che necessiterà ancora di qualche anno per digerire la "paganità" intrinseca all'arte rinascimentale.

Bibliografia essenziale:
- AA.VV., Nel lume del Rinascimento, catalogo della mostra, Brescia 1997
- AA.VV., La chiesa e il monastero benedettino di San Faustino Maggiore in Brescia, Brescia 1999
- AA.VV., Le Sante Croci - Devozione antica dei bresciani, Brescia 2001.
- Carlo Bertelli, Clara Stella, M'illumino d'immenso. Brescia, le Sante Croci, Milano 2001
- Alessandra Corna Pellegrini, Floriano Ferramola in Santa Maria del Carmine, Brescia 2011.
- Antonio Morassi, Catalogo delle cose d'arte e di antichità in Italia, Roma 1939
- Gaetano Panazza, Il tesoro delle SS. Croci nel Duomo vecchio di Brescia in Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1957, Brescia 1958
- Gaetano Panazza, Le arti applicate connesse alla pittura del Rinascimento in AA.VV., Storia di Brescia, vol. III, Milano 1964
- Adriano Peroni, L'oreficeria dei secoli XV e XVI in AA.VV., Storia di Brescia, Milano 1964.
- Elena Lucchesi Ragni, Ida Gianfranceschi, Maurizio Mondini (a cura di), Il coro delle monache - Cori e corali, catalogo della mostra, Milano 2003.
- Valentino Volta, Il contratto (inedito) di Bernardino con i deputati del Comune in AB - Atlante Bresciano, nº 1, inverno 1984.
- Vito Zani, Gasparo Cairano, Roccafranca 2010.
- Vito Zani, Maestri e cantieri nel Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento in Valerio Terraroli (a cura di), Scultura in Lombardia. Arti plastiche a Brescia e nel Bresciano dal XV al XX secolo, Milano 2011.

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