Un antico apparato liturgico in due pievi bresciane

Durante l'ultimo ventennio, la pieve della Mitria di Nave e la chiesa di San Pietro in Mavinas a Sirmione, due antichi edifici religiosi del bresciano, sono stati interessati da una serie di scavi archeologici all'interno del perimetro murario e nei pressi. Per la pieve della Mitria, essi si sono svolti a più riprese a partire dal 1990, mentre il San Pietro di Sirmione è stato scavato tra il 2005 e il 2009. Le indagini, volte a chiarire gli aspetti stratigrafici dei due siti, sono state condotte da importanti personalità nel campo dell'arte e dell'archeologia bresciane, tra cui Dario Gallina e Andrea Breda, con risultati straordinari dal punto di vista della maggiore conoscenza della storia di questi luoghi e della loro antica architettura. Tra i numerosissimi esiti di queste campagne archeologiche, oggetto di discussione in svariati articoli e pubblicazioni, con questo articolo voglio entrare nel merito di un particolare dettaglio che, come si è scoperto, accomuna le due chiese nella loro configurazione originale.

Pieve della Mitria, Nave

Il ''vero'' Duomo vecchio

Brescia, Duomo vecchio, XI-XII sec

A partire dal 1562, sotto la direzione dell'architetto Giovanni Maria Piantavigna, l'accesso dell'antica cattedrale invernale di Brescia nota come Duomo vecchio viene profondamente rinnovato. L'ingresso originale del duomo (XI-XII sec) era costituito da un doppio portale laterale su una galleria trasversale all'asse principale dell'edificio religioso, come mostrato in figura. La galleria coperta, già interna alla struttura della cattedrale, costituiva una sorta di nartece, un ambiente-filtro tra l'ingresso su strada e l'interno, soluzione architettonica molto diffusa in tutta l'architettura romanica già visibile in alcune costruzioni paleocristiane. A metà lunghezza della galleria coperta, in corrispondenza del campanile di facciata oggi scomparso, un breve passaggio immetteva definitivamente all'interno del duomo, sfociando all'estremità della platea inferiore. Dalla platea si poteva poi salire all'ambulacro circolare, o deambulatorio, collocato a un'altezza superiore tutt'attorno alla platea, separato da questa tramite gli otto poderosi pilastroni a reggenza della cupola. L'ambulacro scendeva a livello della platea solamente in corrispondenza del presbiterio a est, come nella configurazione attuale, mentre a ovest saliva a un livello ancora superiore sormontando la galleria coperta e l'ingresso principale. In questo punto, anticamente, si trovava forse una cappella destinata alla conservazione delle reliquie, mentre l'ambulacro era destinato agli itinerari processionali, facendo dell'intera struttura una gigantesca "macchina liturgica".

Il tronetto per il viatico della chiesa dei Santi Nazaro e Celso

Non è raro che, nelle sacrestie e nei ripostigli delle chiese, o nella casa di qualche attempato sacerdote, emerga una suppellettile liturgica dalla funzione non immediatamente intuibile. Si tratta di una sorta di altarino, spesso decorato anche riccamente: è il tronetto per il viatico, un vero e proprio altare portatile, anticamente utilizzato dai sacerdoti per offrire l'Eucarestia o eseguire brevi celebrazioni presso chi non poteva raggiungere fisicamente la chiesa, per esempio i malati e i morenti. L'utilizzo più frequente era appunto fornire un piano consacrato dove appoggiare la pisside e l'ostia consacrata durante queste occasioni. Molto spesso questi altarini erano impreziositi da ornamenti e inserti decorativi, soprattutto come sfondo, a simulare una vera e propria pala d'altare. A Brescia, in particolare, se ne conserva uno molto bello nel tesoro della chiesa dei Santi Nazaro e Celso.

Anonimo bresciano, tronetto per il viatico, prima metà del XVII sec

Il pannello è di forma quadrata (44x39 cm) ed è decorato da un intaglio ligneo ad altorilievo, parzialmente dorato, raffigurante un Compianto sul Cristo morto con san Francesco d'Assisi. L'interessante manufatto viene reso noto per la prima volta nel 1904, in occasione della mostra d'arte organizzata per l'Esposizione bresciana di quell'anno, e pubblicato sul catalogo con probabile datazione al XVIII secolo. Antonio Morassi, nel 1939, lo cita nuovamente accogliendo il già proposto XVIII secolo come periodo d'esecuzione. La critica artistica successiva (Anelli 1977, Begni Redona 1992) ha tuttavia retrodatato il manufatto alla prima metà del XVII secolo, avvicinando il modellato anatomico del Cristo, assieme alla resa dei panneggi e alla tipologia dei visi dei personaggi e degli angeli, ai canoni del tardo XVI secolo. Pienamente seicenteschi sono invece i due angeli svolazzanti, dai volti tondeggianti e paffuti e dalle membra tozze, e le quattro testine angolari della cornice, raccordate da un intaglio a motivo vegetale. È senz'altro pregevole la disposizione dei personaggi, che occupano senza soluzione di continuità l'intero spazio della paletta, mentre la puntuale doratura lascia scoperti solo gli incarnati, in particolare il corpo del Cristo morto che risulta così enfatizzato e perfettamente individuabile. Lo sfondo è invece degnamente reso tramite una finissima martellinatura.

Bibliografia essenziale:
- Esposizione di Brescia 1904 sotto l'alto patronato di S.M. il Re. Maggio-Settembre, catalogo ufficiale, Brescia 1904
- Luciano Anelli, La Chiesa dei santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1977
- Pier Virgilio Begni Redona, Pitture e sculture in San Nazaro e Celso in AA.VV., La collegiata insigne dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1992

Come sabotare un artista: l'esperienza del Tamagnino alla Loggia

Nel 1499 il ducato di Milano viene conquistato dai francesi: è l'inizio di una vera e propria diaspora di artisti dalla città, alla ricerca di committenze attive presso cui poter lavorare, in tutto il nord Italia e oltre. È probabilmente a causa di questo fatto che Antonio della Porta detto il Tamagnino, scultore comasco, torna a Brescia, conquistando tra il novembre 1499 e il giugno 1500 una serie di commesse relative all'apparato lapideo dell'erigendo Palazzo della Loggia.
Non era la prima esperienza bresciana dello scultore, il quale nel 1489 aveva consegnato alla fabbrica della chiesa di Santa Maria dei Miracoli il ciclo di Angeli da porre nella prima cupola, sovrapposto agli Apostoli dell'esordiente Gasparo Cairano. E, non a caso, era probabilmente stata proprio quella vicenda a convincere Antonio della Porta che vi fosse molto di meglio da fare altrove, dato che, stando ai registri dei pagamenti, egli riceve per i suoi Angeli, più altre opere di scultura, un compenso nettamente inferiore rispetto a quanto corrisposto al concorrente Cairano per i soli Apostoli.

Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, Brescia, cupola

Tra energia ''palmesca'' e cieli dorati

Al primo altare sinistro della chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia è conservato un olio su tela raffigurante San Michele Arcangelo scaccia i ribelli, opera di Jacopo Palma il Giovane (1548-1628). Il dipinto è molto probabilmente nella collocazione originaria, dato che l'altare risulta dedicato a san Michele Arcangelo già in occasione della visita apostolica di Carlo Borromeo del 20 novembre 1580. Egualmente antico è il patronato dell'altare da parte della famiglia Martinengo di Erbusco, testimoniato dalla lapide sepolcrale di Cesare Martinengo posta davanti all'altare e datata 1628. La pala, di dimensioni imponenti (450x270 cm), raffigura l'Arcangelo Michele, stagliato su un cielo di luce che squarcia le nubi retrostanti, nell'atto di scacciare dal Paradiso gli angeli ribelli destinati all'eterna dannazione, occupanti l'intera metà inferiore della tela.

Jacopo Palma il Giovane, San Michele Arcangelo scaccia i ribelli,
fine XVI sec, chiesa di Santa Maria del Carmine, Brescia

Il San Giovanni Nepomuceno di Antonio Calegari

È il 27 aprile 1735 quando, all'interno della chiesa collegiata dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, viene istituita la "Congregazione de' Reverendi sacerdoti sotto la protezione di San Giovanni Nepomuceno", la quale assume presto la dignità di una vera e propria Scuola o confraternita al pari delle molte altre, laiche o no, già attive nel tempio. Questo santo, vissuto nel XIV secolo a Praga, era stato canonizzato da papa Benedetto XIII sei anni prima e aveva trovato immediata venerazione nelle collegiate, in quanto lui stesso canonico di collegiata in vita e morto per mantenere fede al sigillo confessionale: si confaceva bene, pertanto, la venerazione di un "collega" dal quale derivava un tale esempio ammonitore. La nuova congregazione si insedia praticamente subito in una cappella propria, provvedendo ben presto agli ornamenti della stessa. È infatti del 2 luglio 1749 il contratto tra don Pietro Bonioli e lo scultore Antonio Calegari per l'esecuzione di una statua in marmo di Carrara raffigurante il santo titolare della scuola, "con due Puttini e Testine di Cherubini". L'atto specifica che essa venga eseguita "con la maggior sollecitudine possibile di renderla alla pubblica venerazione [...] nel tempo più corto che mai si possa". Il compenso stabilito è 557 scudi, con materiali a carico dell'artista. Nel frattempo viene approntato l'altare e vengono eseguite le due statue lateriali di Virtù da parte dello scultore Gaetano Dionisi.

Antonio Calegari, San Giovanni Nepomuceno, 1750-56, dettaglio del Santo

Il magnetico Cristo benedicente del Duomo di Brescia

Tra i numerosi dipinti di proprietà delle cattedrali bresciane, spesso spartiti tra la parrocchia e la Diocesi, figura un bellissimo olio su tavola (46x52 cm) raffigurante un Cristo benedicente, non esposto al pubblico e di proprietà della parrocchia. Il dipinto è veramente interessante ed è capace di catturare lo sguardo dell'osservatore con un effetto ipnotico, caratteristica peculiare solo di rarissimi dipinti e in genere dipendente da una ieraticità intrinseca nel soggetto raffigurato. In questa tavola vediamo infatti Gesù, raffigurato a mezzo busto e indossante una veste dai toni ramati, che si rivolge direttamente allo spettatore in atteggiamento benedicente, mantenendo uno sguardo fermo e glaciale.

Ambito dei Piazza (?), Cristo benedicente, prima metà XVI sec

Un approfondimento stilistico dell'arengario di piazza della Vittoria a Brescia - parte II

Antonio Maraini, arengario pubblico, 1931-32, piazza della Vittoria, Brescia
Prosegue in questo post l'approfondimento stilistico del ciclo di formelle eseguite da Antonio Maraini nel 1931-32 per l'arengario di piazza della Vittoria a Brescia. Si rimanda alla prima parte dell'articolo per considerazioni di carattere generale e per la descrizione delle prime cinque formelle, dedicate rispettivamente all'età romana, a quella longobarda, ad Arnaldo da Brescia, alla pace di Berardo Maggi e all'apparizione dei santi Faustino e Giovita del 1438.