Il magnetico Cristo benedicente del Duomo di Brescia

Tra i numerosi dipinti di proprietà delle cattedrali bresciane, spesso spartiti tra la parrocchia e la Diocesi, figura un bellissimo olio su tavola (46x52 cm) raffigurante un Cristo benedicente, non esposto al pubblico e di proprietà della parrocchia. Il dipinto è veramente interessante ed è capace di catturare lo sguardo dell'osservatore con un effetto ipnotico, caratteristica peculiare solo di rarissimi dipinti e in genere dipendente da una ieraticità intrinseca nel soggetto raffigurato. In questa tavola vediamo infatti Gesù, raffigurato a mezzo busto e indossante una veste dai toni ramati, che si rivolge direttamente allo spettatore in atteggiamento benedicente, mantenendo uno sguardo fermo e glaciale.

Ambito dei Piazza (?), Cristo benedicente, prima metà XVI sec

Questo dipinto viene per la prima volta pubblicato e affrontato criticamente da Giovanni Vezzoli nel 1980 nella sua guida alle cattedrali della città e nuovamente ripreso nel 1989 da Valerio Guazzoni per un inquadramento dell'autore. Il Vezzoli, elogiandone l'altissima qualità esecutiva ed espressiva, lo giudica opera di un artista veneziano dell'inizio del XVI secolo influenzato dalla cultura nordica. Valerio Guazzoni, successivamente, propone di identificare l'autore in Francesco Prata da Caravaggio. L'attribuzione dell'opera viene profondamente riconsiderata da Fiorella Frisoni nel 1997, la quale rigetta l'attribuzione al Prata e condivide solo parzialmente l'opinione di Vezzoli, trovando strana una tale, innegabile influenza nordica, evidente nei tratti taglienti del volto, in un pittore veneziano di quell'epoca, considerando più congrua una collocazione cremonese o lodigiana, territori dove la conoscenza della cultura d'oltralpe era molto più radicata. La Frisoni identifica nel Cristo pantocratore bizantino l'archetipo per tavole devozionali di questo tipo, diffuse proprio in ambito nordico ma non estranee all'area veneta. L'esempio più affine, secondo la studiosa, è il Cristo benedicente opera tarda di Giovanni Bellini alla Galleria Nazionale di Ottawa (1505 ca). Sempre la Frisoni ribadisce il rigore quasi neobizantino dell'immagine, sottolineando il singolare taglio a mandorla degli occhi, e la pregevolissima resa espressiva della mano benedicente che, con le sue morbidezze date sia dal disegno, sia dal trattamento della luce, costituisce una sorta di contraltare alla rigida severità del volto. La studiosa, alla luce delle precedenti considerazioni, colloca quindi l'opera nell'ambito dei Piazza con datazione alla prima metà del XVI secolo, evitando maggior specificità e auspicando ulteriori approfondimenti. Il nome di Prata da Caravaggio viene tuttavia riconsiderato nel 2008 in un articolo di Alberto Zaina, a testimonianza di come l'inquadramento attributivo di questa enigmatica opera sia tutt'altro che risolto.

Giovanni Bellini, Cristo benedicente, 1505 ca,
Ottawa, Galleria Nazionale
Questo interessante dipinto ha quattro personaggi principali: lo sfondo bruno, l'incarnato, entro il quale si trova il penetrante sguardo del Cristo, la veste ramata e la mano benedicente. La disposizione e la resa di questi singoli elementi contribuisce all'equilibrio espressivo dell'intero dipinto, come in una corretta costruzione classica, ma un motivo di particolare interesse è la concezione di questo Cristo, che di fatto è statuaria. Ciò non è affatto un caso, dal momento in cui la bizantina ieraticità del soggetto, ossia quel senso dominante di composta e severa sacralità, porta in seno una resa statuaria del soggetto stesso, il quale è tanto immobile nel dipinto quanto lo sarebbe nella pietra. L'espressione di una statua è atemporale e atemporale è lo sguardo di questo Cristo, i cui occhi sembrano stati dipinti nella notte dei tempi e ancora sono lì a guardarci. L'intera costruzione della tavola, con i suoi singoli personaggi, è catalizzata a valorizzare i due occhi i quali, come un magnete, attraggono inesorabilmente lo sguardo dello spettatore sempre verso essi. È praticamente impossibile sfuggire a questo sguardo: lo sfondo buio non dà alcun motivo di interesse, mentre le pieghe della veste, con il loro andamento, rimbalzano l'occhio verso l'alto. Neppure la riuscitissima mano benedicente dà modo all'osservatore di distrarsi, in quanto il suo incarnato è più scuro di quello del volto, già richiamato a partire dal collo, mentre il pollice si perde visivamente tra le pieghe della veste.

Cristo benedicente, dettaglio del volto
L'osservatore si trova quindi costretto a ricambiare lo sguardo del Cristo, in un modo che, sua volta, si potrebbe dire atemporale e rigido, e quindi in comunicazione diretta con la fissità del soggetto raffigurato. Tuttavia non è così, anzi: chi guarda non può esimersi da un continuo rimbalzo da un occhio all'altro, alla ricerca di un'espressione che non è mai colta appieno, altalenante tra l'indifferente e l'accigliato. Una ricerca di fatto nervosa su un volto continuamente mutevole e, nella sua rigidezza, molto dinamico. A questo contribuisce la spiccata asimmetria del volto, costruita lavorando sulle ombre ma anche differenziando il taglio degli occhi, che in un certo senso è disarmonico, una sorta di bilancia perennemente disequilibrata che l'osservatore tenta di pareggiare non riuscendoci. L'asimmetria risulta particolarmente evidente se il volto viene diviso e separato in due metà indipendenti, come mostrato sotto. Queste caratteristiche fanno del dipinto non solo un'opera di altissimo pregio, ma anche pienamente congruente con il messaggio religioso che deve trasmettere: l'eterno mistero di Cristo, non risolvibile da mente umana. Il realismo della figura, a mio parere, è accentuato anche da un leggero anamorfismo che coinvolge soprattutto il volto ed è supportato dalle pieghe centrali della veste e dall'andamento piramidale dei capelli, mediante il quale l'intero dipinto, se osservato da un punto di vista ribassato, acquisisce tridimensionalità e plasticità.

Cristo benedicente, studio dell'asimmetria del volto
Bibliografia essenziale:
- Fiorella Frisoni, Cristo benedicente in AA.VV., Nel lume del Rinascimento, catalogo della mostra, Brescia 1997
- Valerio Guazzoni, Prata e Caylina a confronto in "Osservatorio delle arti", n. 3, 1989
- Giovanni Vezzoli, Il Duomo nuovo e il Duomo vecchio di Brescia, Brescia 1980
- Alberto Zaina, Una Sant'Agata e due Salomé. Proposte per un revisione cronologica dell’attività bresciana di Francesco de Prato (Prata) da Caravaggio in "Civiltà Bresciana", n. 1-2, Brescia 2008

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