Il San Giovanni Nepomuceno di Antonio Calegari

È il 27 aprile 1735 quando, all'interno della chiesa collegiata dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, viene istituita la "Congregazione de' Reverendi sacerdoti sotto la protezione di San Giovanni Nepomuceno", la quale assume presto la dignità di una vera e propria Scuola o confraternita al pari delle molte altre, laiche o no, già attive nel tempio. Questo santo, vissuto nel XIV secolo a Praga, era stato canonizzato da papa Benedetto XIII sei anni prima e aveva trovato immediata venerazione nelle collegiate, in quanto lui stesso canonico di collegiata in vita e morto per mantenere fede al sigillo confessionale: si confaceva bene, pertanto, la venerazione di un "collega" dal quale derivava un tale esempio ammonitore. La nuova congregazione si insedia praticamente subito in una cappella propria, provvedendo ben presto agli ornamenti della stessa. È infatti del 2 luglio 1749 il contratto tra don Pietro Bonioli e lo scultore Antonio Calegari per l'esecuzione di una statua in marmo di Carrara raffigurante il santo titolare della scuola, "con due Puttini e Testine di Cherubini". L'atto specifica che essa venga eseguita "con la maggior sollecitudine possibile di renderla alla pubblica venerazione [...] nel tempo più corto che mai si possa". Il compenso stabilito è 557 scudi, con materiali a carico dell'artista. Nel frattempo viene approntato l'altare e vengono eseguite le due statue lateriali di Virtù da parte dello scultore Gaetano Dionisi.

Antonio Calegari, San Giovanni Nepomuceno, 1750-56, dettaglio del Santo


La scultura viene eseguita dal Calegari tra il 1750 e il 1756, come dimostrato dai documenti, e solo nel 1762 arriva l'ultima retribuzione relativa alle quattro giornate occorse all'artista per porre in opera il complesso marmoreo. Proprio nel 1756, probabilmente a scultura già montata, al Calegari viene commissionato un terzo angelo, non previsto dal contratto originale. Il periodo d'esecuzione di questo San Giovanni Nepomuceno copre gli anni in cui Antonio, principale scultore bresciano del XVIII secolo, è all'apice della sua carriera e si colloca immediatamente dopo la produzione dei due magnifici San Giovanni Evangelista e San Giacomo per la chiesa di Santa Maria della Pace, probabilmente i suoi massimi capolavori, elaborati in un'inedita sensibilità all'arte scultorea romana. L'opera non trova tuttavia l'apprezzamento di Giovanni Vezzoli (1964), che ne rileva la grande diligenza esecutiva ma, nella sua minuzia di dettagli forse voluta dalla committenza, quasi fastidiosa. Lo studioso ne osserva anche la postura un po' forzata, in cui il santo è inginocchiato a metà, mentre rileva poca finezza negli angioletti. Migliore la valutazione di Luciano Anelli (1977) il quale, per la trattazione della luce con guizzi vivi sui drappi e sulle figure, la reputa degna del momento più ricco d'invenzione nella carriera di Antonio Calegari.

Antonio Calegari, San Giovanni Nepomuceno, 1750-56,
Brescia, chiesa collegiata dei Santi Nazaro e Celso

Secondo Pier Virgilio Begni Redona (1992), osservando come nelle opere precedenti il Calegari dimostrava una pregevolissima capacità nel far scorrere energia vitale dentro le proprie scultore, la goffaggine di questo San Giovanni Nepomuceno è dovuta più che altro alla mancanza di riferimenti iconografici precisi che potessero solleticare la creatività dell'autore, in quanto il santo veniva raffigurato solo a partire dal XVII secolo e come semplice sacerdote, privo di particolari attributi e non contestualizzato in determinate situazioni. L'unico riferimento alla tradizione, oltre i connotati base come la veste da canonico, è l'aureola stellata che, secondo notizia tardiva, circondava la testa di San Giovanni Nepomuceno dopo la morte, così come riportato anche dall'archetipo per la statuaria di questo santo, ossia una fusione in bronzo eseguita da J. Brokof nel 1672 per il ponte Carlo IV a Praga, alle cui fattezze il Calegari non fu probabilmente indifferente.

Antonio Calegari, San Giovanni Nepomuceno, 1750-56, dettaglio degli Angeli

Antonio Calegari, nella sua opera, accentua evidentemente il carattere devozionale del santo, ponendolo in posizione genuflessa e in adorazione estasiata per il crocifisso che regge delicatamente con la mano destra, allo stesso tempo esponendolo ai fedeli con l'aiuto dell'angelo volante. È questo il terzo angelo aggiunto a posteriori, quasi un iperbolico esempio di dinamismo acrobatico, un saggio di virtuosismo che tuttavia bilancia bene i due cherubini alla base. Molto vivaci questi ultimi, uno disteso sulla berretta del santo, la quale sta per cadere giù dalla nicchia, l'altro reggente la palma del martirio con l'indice sul labbro in segno di silenzio, indicando così il sigillo confessionale per il quale il santo sarebbe morto. La statua rimane comunque permeata da una leggerezza intrinseca, ben rappresentata dalla cappa di ermellino e dal rocchetto plissettato svolazzanti, dalla posizione rialzata e dal piede destro appoggiato sulle due testine di angioletti, con un fare assolutamente non gravante, anzi il cherubino di sinistra ne sembra lieto. È questo piede uno dei fulcri della composizione, se di fulcri si può parlare in un'opera così ricca di spunti come questa, o perlomeno un dettaglio notevole in quanto spezza efficacemente un arco di cerchio che ha inizio dalla testa del santo e grava l'intero peso della figura proprio in questo punto.

San Giovanni Nepomuceno, incisione di
Domenico Cagnoni su disegno di
Francesco Savanni (foglio sciolto)

L'attitudine a scardinare enfaticamente gli elementi che, per loro natura strutturale o per intuizione dell'osservatore, dovrebbero essere fondanti per la stabilità dell'opera è ciò che apre la strada al manierismo e deborda in tutto il XVIII secolo come un fare comune, una sorta di reiterata citazione inconsapevole. Questo San Giovanni Nepomuceno, al di là di tutti gli altri dettagli, è effettivamente sconcertante, poiché Antonio Calegari opera una continua e sapiente destabilizzazione, quasi chirurgica, di tutti gli elementi portanti. Ecco quindi che il santo è inginocchiato solo a metà, ha il piede visibile appoggiato sul nulla e l'intera composizione si regge su quelle morbidissime volute di panna montata che si intravedono in basso a sinistra. Ogni elemento per sua natura portante diventa elemento portato, ma portato non si sa bene da che cosa, e sta qui la genialità creativa del Calegari. Nel momento in cui nessun elemento in vista appare reggere la composizione, l'intuito dell'osservatore è rapidamente portato a scaricare il marmo del suo effettivo peso: il complesso si tramuta così in qualcosa di leggerissimo, sensazione aiutata anche dalla perfetta resa materica dei tessuti. Forse si può parlare di forzatura nell'atteggiamento, ma è indubbia la riuscita della scultura nella sua essenza e, soprattutto, nel significato devozionale che vuole trasmettere al fedele, ossia un santo rapito dall'osservazione estatica, certo in grado di soddisfare la committenza.

Bibliografia essenziale:
- AA.VV., I Calegari. Una dinastia di scultori nell’entroterra della Serenissima, Cinisello Balsamo 2013
- Luciano Anelli, La Chiesa dei santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1977
- Pier Virgilio Begni Redona, Pitture e sculture in San Nazaro e Celso in AA.VV., La collegiata insigne dei Santi Nazaro e Celso in Brescia, Brescia 1992
- Giovanni Vezzoli, La scultura dei secoli XVII e XVIII, in AA. VV., Storia di Brescia, vol. IV, Milano 1964

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