Tra energia ''palmesca'' e cieli dorati

Al primo altare sinistro della chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia è conservato un olio su tela raffigurante San Michele Arcangelo scaccia i ribelli, opera di Jacopo Palma il Giovane (1548-1628). Il dipinto è molto probabilmente nella collocazione originaria, dato che l'altare risulta dedicato a san Michele Arcangelo già in occasione della visita apostolica di Carlo Borromeo del 20 novembre 1580. Egualmente antico è il patronato dell'altare da parte della famiglia Martinengo di Erbusco, testimoniato dalla lapide sepolcrale di Cesare Martinengo posta davanti all'altare e datata 1628. La pala, di dimensioni imponenti (450x270 cm), raffigura l'Arcangelo Michele, stagliato su un cielo di luce che squarcia le nubi retrostanti, nell'atto di scacciare dal Paradiso gli angeli ribelli destinati all'eterna dannazione, occupanti l'intera metà inferiore della tela.

Jacopo Palma il Giovane, San Michele Arcangelo scaccia i ribelli,
fine XVI sec, chiesa di Santa Maria del Carmine, Brescia


Il dipinto è notevolmente importante per l'impatto che, assieme ad altre opere simili, la produzione di Palma il Giovane ebbe sui bresciani suoi contemporanei. Il "palmismo", impronta talmente forte da guadagnarsi un nome, diventa alla fine del XVI secolo un vero e proprio punto di riferimento per l'arte locale, alla ricerca di un sommo maestro nella pittura dopo la morte dei grandi maestri del Rinascimento. Palma il Giovane opera infatti un'efficace sintesi tra i valori della pittura veneziana, sempre più orientata verso la fenomenale energia infusa dal Tintoretto nei suoi quadri, e la solidità manierista assimilata tra il 1564 e il 1570 durante i viaggi a Urbino e Roma. L'alternativa proposta dal Palma al suo ritorno in territorio veneto, nel 1573-74, viene talmente apprezzata da segnare l'arte bresciana almeno fino alla metà del secolo successivo. Questa pala in Santa Maria del Carmine, databile proprio alla fine del XVI secolo, può essere assunta a simbolo della "solida energia" di Palma il Giovane e di tutte le altre connotazioni stilistiche della sua arte. La figura di San Michele Arcangelo è permeata da una forza sostanzialmente inedita per le pale bresciane, le quali ancora si muovevano, più che altro, su tranquille reminescenze morettesche mutuate dai pittori della "seconda generazione" rinascimentale, tra cui Luca Mombello e Agostino Galeazzi. A queste tipologie il Palma non era comunque esente, ma spesso più per richieste della committenza che sua specifica volontà espressiva, rivolta a schemi più innovativi, variati e compositi.

Jacopo Palma il Giovane, San Michele Arcangelo scaccia i ribelli,
dettaglio di San Michele Arcangelo

In questa pala troviamo invece il santo titolare che risalta, in tutta la sua forza, su un cerchio perfetto di luce, reso ad anelli concentrici, colto con le ali aperte, la spada minacciosamente impugnata, elmo piumato come i migliori guerrieri e tunica svolazzante, parzialmente coperta da un'armatura di ferro. È in questo San Michele Arcangelo che emerge più che mai la lezione di Tintoretto, in particolare proprio nello svolazzo della veste violacea e nei toni perlacei delle maniche della camicia. La metà inferiore, invece, si muove su toni più manieristi, mantenendo tuttavia un forte vigore: il groviglio di corpi precipitanti ripropone un saggio veramente efficace, soprattutto a livello tecnico-esecutivo, delle arditezze anatomiche e prospettiche ormai assodate tra tutti gli imitatori di Michelangelo. Ben riuscite sono anche le nubi che si intravedono a tratti, sulle quali si imprime il riflesso della luce irradiante, mentre un valore più didascalico che pittorico può essere affidato alla striscia di fuoco che segue la base. La soluzione della "divinità incombente" sulla realtà sottostante, nel bene o nel male, può essere rilevata in almeno un'altra opera del Palma, ossia il Lascito ai Crociferi del doge Renier Zen, tela databile al 1585 e conservata nell'oratorio dei Crociferi di Venezia.

Jacopo Palma il Giovane, Lascito ai Crociferi del doge Ranier Zen, 1585,
oratorio dei Crociferi, Venezia

In quest'opera troviamo il Cristo, costruito su una diagonale di pendenza opposta a quella che delinea il San Michele Arcangelo della pala bresciana, che si staglia su un dorato cielo circolare, dal quale si rivolge all'evento raffigurato nella metà inferiore della tela. È davvero singolare come un'identica soluzione compositiva possa risultare confacente sia nell'accezione negativa del dipinto del Carmine, dove il santo si scaglia dal Paradiso contro gli angeli ribelli e il cerchio di luce assume il carattere di un'esplosione dirompente e ammonitrice, sia nell'accezione positiva del dipinto veneziano, in cui Gesù cala in modo sì vigoroso ma solo per benedire il gruppo sottostante. Evidentemente, le tele hanno in comune l'energia permeante la figura divina, un'energia che è in grado sia di distruggere, sia di amare: i due dipinti trattati, pertanto, sono la raffigurazione di questa duplice valenza del potere di Dio. Sta quindi nella sapienza creativa del Palma, meritatamente riconosciuta, il saper individuare un'unica soluzione compositiva adatta per entrambi i temi. L'affinità delle soluzioni pittoriche tra il dipinto bresciano e quello veneziano è palmare e si rileva, oltre che nella composizione, anche nello svolazzo color vino della veste del Cristo e nella resa delle nubi illuminate. Forse più slegata, comunque, è la pala dei Crociferi, per la quale si può anche notare un certo disequilibrio tra le due metà della tela.

Bibliografia essenziale:
- AA.VV., La chiesa e il convento di Santa Maria del Carmine in Brescia, Brescia 1991
- Stefania Mason Rinaldi, Palma il Giovane. L'opera completa, Milano 1984
- Marcello Riccioni, Una riforma nella pittura bresciana del Seicento. Palma il Giovane. La decorazione del coro nel duomo di Salò, Roccafranca 2008

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