Un approfondimento stilistico dell'arengario di piazza della Vittoria a Brescia - parte II

Antonio Maraini, arengario pubblico, 1931-32, piazza della Vittoria, Brescia
Prosegue in questo post l'approfondimento stilistico del ciclo di formelle eseguite da Antonio Maraini nel 1931-32 per l'arengario di piazza della Vittoria a Brescia. Si rimanda alla prima parte dell'articolo per considerazioni di carattere generale e per la descrizione delle prime cinque formelle, dedicate rispettivamente all'età romana, a quella longobarda, ad Arnaldo da Brescia, alla pace di Berardo Maggi e all'apparizione dei santi Faustino e Giovita del 1438.





6) ROMANINO E MORETTO: la formella rappresentativa del Rinascimento bresciano appare oggi poco leggibile, soprattutto a causa di quella che sembra essere un'inadatta lastra di marmo di Tolmezzo, la cui granulometria crea un forte disordine cromatico. Il rilievo ha parzialmente riacquistato leggibilità nel restauro del 2012-13, il quale ha rimosso le colature visibili nella foto qui presentata, precedente alla pulitura. A ciò si aggiunge una crepa, probabilmente strutturale, che taglia la formella a un quarto dalla base e prosegue poi sul frontespizio dell’arengario e sulle due formelle successive. Il Romanino e il Moretto, massimi pittori del Cinquecento bresciano e, probabilmente, i più grandi autori della pittura bresciana in genere, sono qui assunti a simbolo del Rinascimento cittadino. Il più vecchio, barbuto, è identificabile con Girolamo Romanino (1484-1566 circa), effettivamente più anziano di Alessadro Bonvicino detto il Moretto (1498-1554 circa) il quale, pertanto, è il giovane che lo affianca a destra. Alle loro spalle, proprio accanto al volto di Girolamo, è presente una figura aulica che, per il fatto di reggere una tavolozza e un pennello, è interpretabile come la personificazione della Pittura. Se in primo piano abbiamo quindi la Pittura, e forse la Letteratura se così si vuol leggere il lungo papiro retto dai due pittori, sullo sfondo abbiamo invece l’Architettura, che trova il suo simbolo scontato nel palazzo della Loggia in costruzione.

Dell'edificio si intravede un inconfondibile frammento di arcata con uno dei Cesari, capolavoro classicista di Gasparo Cairano (pre 1489 - post 1516) e massima espressione del Rinascimento bresciano nella scultura che, per questo motivo, merita appieno di apparire in questa formella. Davanti alla Loggia si vede un ponteggio ligneo occupato da un muratore che sta posizionando i conci dell’arco. A destra dei pittori si ha una scena simile, con un ponteggio montato davanti a un segmento della balaustra di coronamento della Loggia, della quale si vede anche uno dei doccioni. Il raffronto finale tra la scena sinistra e la destra risulta visivamente difficoltoso, proprio perché relative a livelli differenti dell'edificio, tuttavia ciò che conta è il simbolo e la raffigurazione in senso universale del Rinascimento bresciano. Complessivamente, si perde in questa formella il realismo che aveva caratterizzato le precedenti, con picco nel rilievo dedicato a Berardo Maggi, e si ritorna a quel palinsesto di simboli e allegorie con cui il Maraini aveva inaugurato il ciclo, nella formella sull'età romana. Ritroviamo inoltre la già citata attitudine a comprimere entro un unico piano la plasticità delle figure, estesa qui alle prospettive: notiamo infatti che lo scultore, nelle due scale che salgono ai ponteggi, intende riproporre le regole della prospettiva centrale aumentando man mano l'inclinazione dei pioli, tuttavia il risultato è abbastanza forzato e per nulla armonioso, né realistico. È evidentemente una forzatura voluta, una prospettiva in un certo senso brutale, espressione di un'arte che guarda alla classicità con atteggiamento anticlassico, il che si può dire il senso ultimo dell'arte "fascista".

Il riferimento classico è trovato anche nella monumentalità della figura del Romanino, resa col sapiente e semplicissimo espediente, quasi pittorico, del piede appoggiato su un rialzo. Il rialzo, in questo caso, è un capitello ionico, ultimo accenno alla rinascita delle arti. In generale, tuttavia, credo che questa formella sia la più scadente del ciclo dal punto di vista compositivo, dato che in essa c'è veramente poco e quel poco è per nulla originale. Anche il monumentale Romanino risente di questa cattiva resa e, infatti, la sua figura appare troppo frammentata dal papiro retto dai due maestri, tanto che la comprensione complessiva della formella è ottenibile solo dopo una lunga osservazione. Su questo aspetto infierisce anche il cattivo blocco di marmo sul quale è scolpita, problema al quale si è già accennato, che proprio in questo punto rende il bassorilievo quasi illeggibile.


7) FRONTE: sul fronte dell’arengario, Antonio Maraini inserisce il simbolo cittadino, il leone rampante. Interessante, però, come in realtà vi sia solo il leone, privo dello scudo di sfondo, della corona e degli altri orpelli, il che dimostra nuovamente il notevole simbolismo a cui lo scultore ricorre di continuo nei suoi bassorilievi. Ma se finora il simbolismo è stato solo presentato nella prima formella, accarezzato nelle successive e reintrodotto, ma poco efficacemente, nel rilievo precedente, è da questo punto in poi che lo percepiamo come aspetto connotante di sempre maggiore effetto. Infatti, solamente il leone è il simbolo della città, non il leone più lo scudo, la corona, i nastri… Antonio Maraini opera così il riassunto di uno stemma, cioè il simbolo di un simbolo, azione molto forte e qui perfettamente riuscita e anzi evidenziata dall'improbabile rettangolo in cui è inserito il leone, estraneo a qualsiasi tipologia di blasonatura. A destra e a sinistra di questo "stemma", il Maraini riporta i due massimi motti della città, uno storico, l’altro moderno e letterario. Il motto storico è quello sviluppato all’inizio della dominazione veneziana, che sottolinea la fedeltà civica e la fede religiosa della città: "Brixia fidelis fidei et iustitiae". Il secondo è un estratto dai celeberrimi versi del Carducci che, nelle sue Odi barbare (1873-93), tesse le lodi dell’impegno civile dimostrato da Brescia e dai bresciani durante il Risorgimento. L’estratto del Maraini riporta "Brescia la forte, Brescia leonessa d’Italia". Interessante notare, anche qui, il ricorso a simboli: già i motti sono simboli per definizione, ma nel secondo, l’estratto dei versi di Carducci, si nota nuovamente un "simbolo del simbolo", in quanto proprio di estratto si tratta, scelta operata anche per allineare su cinque eguali righe le due frasi.

Sul registro inferiore si hanno invece due trofei, interessantissimi e degni di nota per scelta compositiva e dispositiva. A sinistra, sotto il motto latino storico, il Maraini raggruppa armi di tipo medievale e rinascimentale, tra le quali si distinguono due spade, un’ascia doppia, una mazza, una pistola, un fucile di fattura antica e un elmo. Sull'altro lato, sotto i versi risorgimentali del Carducci, sono invece impilate armi moderne: un cannone, una mitragliatrice, una bomba a mano, fucili, pistole di vario genere e un elmetto militare, efficacemente simmetrico all'elmo da cavaliere sull'altro lato, così come la bomba a mano si specchia con la testa della mazza ferrata. Il Maraini raggiunge quindi un grande traguardo espressivo, rivelando una fin qui inedita capacità di narrare per simboli: a determinato motto corrisponde determinato trofeo. Elemento di congiunzione tra antico e moderno e, identicamente, tra fianco sinistro e fianco destro dell’arengario è ovviamente il blasone stilizzato. Si nota inoltre come le armi antiche siano "rivolte" verso le formelle dei capitoli antichi, pre-moderni, mentre i fucili e i cannoni a destra guardino verso gli episodi successivi, assumendo così una valenza didascalica notevole sia per i due gruppi di formelle come a sé stanti, riferendo ad ognuno il rispettivo gruppo di armi, sia per segnare il punto di svolta tra antico e moderno.

Ecco quindi che il talento creativo del Maraini porta il fronte dell'arengario ad assumere un valore tutt'altro che di cesura e di intermezzo per il ciclo, bensì di termine temporale che divide due epoche e ne costituisce un abile elemento mediatore. Questo frontespizio non è spazio vuoto, ha un suo significato che è direttamente collegato e collaborante con la sequenza cronologica delle formelle. A ciò partecipano anche i motti, uno in latino a sinistra, che "parla" quindi al passato, e l'altro in italiano, rivolto invece alla modernità. Neppure la scelta di raffigurare proprio delle armi non è casuale, ma a sua volta didascalica, sta come a dire che la storia avanza grazie ad esse e ciò era quantomai affine alla retorica fascista sulla Prima guerra mondiale e sullo sforzo militare fascista nel suo complesso. L'anello di congiunzione di tutti questi simboli è lo stemma, collocato in un contesto centrale e centralizzato, convergente ad esso e radiale da esso.


8) DIECI GIORNATE 1849: il ciclo prosegue nell'età moderna, mediata da quella antica attraverso il frontespizio appena descritto. Nelle tre successive formelle si concentra decisamente la capacità creativa del Maraini, soprattutto per rendere al meglio episodi molti cari ai valori civili bresciani e italiani e, soprattutto, alla retorica del regime fascista, che in essi trovava la propria legittimazione e gran parte della sua espressione politica. In questo rilievo viene illustrata la resistenza civile bresciana alla dominazione austriaca, immediatamente estrinsecata nelle Dieci giornate (23 marzo - 1 aprile 1849), episodio culmine della lotta locale per l’indipendenza. Il popolo furoreggiante è raffigurato a destra con una tensione e un movimento assolutamente inediti nel ciclo di formelle, accentuato dai “segni espressivi” concretizzati nei due fucili, nella spada, nel braccio proteso del cittadino al centro e in altri elementi interni, tra cui il forcone in basso a destra, tesi verso l’esterno del gruppo come nel migliore quadro futurista. I popolani sembrano capeggiati dall'uomo col cappello in alto a destra, forse identificabile in Tito Speri, che sembra stia chiamando alla carica le truppe fuori campo, indirizzandole con la lunga spada sguainata. La sua figura è preponderante e attraversa quasi per intero, assieme alla spada, la larghezza della formella, oltre che incorniciarne il titolo.

Bellissimo il soldato austriaco fuggente, rappresentato in una prospettiva dal basso molto azzardata ma perfettamente riuscita, che trova la sua linea di forza in un arco di cerchio gravante, in tutta la sua tensione, sullo stivale alzato del soldato, assumibile come il fulcro visivo dell’intera scena. A tale linea contribuiscono tutti gli altri elementi principali della figura, dalla spada, al braccio sinistro, alla bretella dello zaino, che crea un piacevole guizzo contrapposto. Degno di nota anche il fatto che il volto del soldato sia invisibile, spostato in direzione opposta a quello dell’osservatore, quasi affondato nella pietra, che rende pienamente l’idea del soldato sconfitto e fuggitivo, privo ormai di tratti espressivi e caratterizzanti, anonimo in terra non più sua, sperduto, disorientato. Una figura molto simile per concezione e significato non è inedita nel ciclo, dato che compare a destra di Arnaldo nella formella a lui dedicata, ma è solo in questo caso che assume una valenza simbolica così preponderante. Vien quasi da chiedersi se il protagonista della formella sia il popolo in rivolta o il soldato fuggente. Interessante è anche il popolano al centro che, a quanto pare, sta proprio per strappare una bomba a mano dal cinturone dell’austriaco con una mano artigliata e molto protesa. È un dettaglio piacevole, forse relativo a uno o più sequestri di armi e munizioni agli austriaci realmente avvenuti, oppure un ulteriore cenno di spregio verso gli invasori ai quali, oltre che a sottrarre la terra, vengono rubate anche le armi, tornando a casa con le mani miseramente vuote.


9) GUERRA 1915-18: la nona formella del ciclo è dedicata alla Prima guerra mondiale, prima e unica al tempo della realizzazione del bassorilievo. Figurazione molto interessante che, sicuramente, diede da fare al Maraini in quanto relativa a un tema fondante per la retorica fascista sul tema della vittoria, cui tra l'altro era dedicata la piazza. Il risultato è talmente ben riuscito ed efficace che questo singolo rilievo meriterebbe studi e riflessioni ben più ampie, coinvolgenti opere dello stesso soggetto e approfondite analisi di stile, con risultati che esulano dallo scopo di questo articolo. Raggiunge qui il suo apice quella curva crescente di simbolismo che, più o meno evidente nelle formelle sulla storia antica, era esploso dirompente nel fronte dell'arengario, fino a manifestarsi qui ancora più potente. Antonio Maraini, in questo caso, si butta completamente nel simbolo, parlando talmente tanto per allegorie che il risultato, a una prima occhiata, è addirittura poco comprensibile. Anzi, forse proprio di ciò si tratta il capolavoro del Maraini in questa formella: l’incomprensibilità della scena in sé, in quanto simbolo. Un simbolo è un simbolo e basta, non deve essere capito nel suo senso letterale, ma in quanto simbolo e, di conseguenza, in quanto tale figura rappresenta.

Il leone rampante sul fronte dell’arengario sembra ci prepari alla visione di questa particolarissima formella: non badiamo alla figura, non ci importa che manchino lo scudo, la corona e i nastri... Il simbolo è il leone e in esso non leggi "Leone", leggi "Brescia". Credo che lo stesso ragionamento, per traslazione, possa essere applicato anche in questo caso: la questione della Prima guerra mondiale è qui resa talmente nel suo significato interiore che in queste tre figure non si deve leggere "Un soldato visto di spalle prende a pugni due uomini disarmati", bensì "Vittoria della Prima guerra mondiale" La formella, infatti, raffigura proprio un soldato forzuto visto di spalle che, in posizione da Uomo vitruviano, sembra aver appena sferrato un formidabile pugno sul mento all'uomo di destra e che stia invece schiacciando col gomito l’uomo di sinistra, due figure entrambe in primo piano e quindi davanti al soldato, che è completamente dietro di esse. È difficile se non impossibile, se non senza senso, commentare la figura in sé, bensì ciò che simboleggia, che in questo è lampante: la vittoria italiana della Prima guerra mondiale, nella quale sono stati appunto battuti e schiacciati gli avversari. Interessantissima la mescolanza delle gambe e dei piedi, dove si è in grado di distinguere appieno solo gli arti inferiori del soldato vincente, mentre tutto il resto è abbastanza confuso e soggetto a diverse interpretazioni, a seconda di quali gambe si vogliano rispettivamente attribuire ai due soldati perdenti, ennesimo risultato della compressione delle plasticità. Sullo sfondo si nota una labile montagna a sinistra, probabilmente l’Adamello, e una chiesetta alpina a destra, mentre alla base della formella, ma dietro i soldati, scorre una spessa e confusa fascia, quasi un fregio ornamentale a perfetta cornice della scena centrale, in cui si riconoscono vari elementi, tra i quali armi e filo spinato.

Nel soldato vincente troviamo l'essenza del Superuomo, incarnata dalla politica di pensiero fascista, attorno alla quale è costruita questa interessante composizione a clessidra, estremamente statica, monumentale e trasmettente un senso di equilibrio, eppure, allo stesso tempo, così carica di tensione, di forza e di movimento, dinamica internamente ed esternamente. La linearità drammatica e per certi versi graffiante di questa clessidra trova il suo compenso nel fregio alla base, fluente e leggerissimo, reso in modo quasi astratto servendosi principalmente di linee curve, mentre tutto il resto dello sfondo è semi-invisibile, soffiato via sulla pietra. Anche questa ricerca di equilibri d'espressione è un fatto classico per eccellenza, a cui l'arte "fascista" ricorre liberamente per creare qualcosa che classico non è, bensì assolutamente originale e di grandissima efficacia.


10) FASCISMO ANNO X: la formella che chiude il ciclo di Antonio Maraini per l’arengario di Brescia raffigura l’ultimo capitolo, per l'epoca, della storia cittadina: l’Era fascista, con accenno particolare al decimo anniversario della Marcia su Roma (1922), dato che proprio nel 1932 veniva inaugurata la piazza bresciana. Il Maraini, in questo caso, ha poco da riflettere su come rendere il tema per simboli, un tema come il Fascismo che nel simbolo e nel motto trova tutta la sua essenza. Un'unica volta in tutto il ciclo, il titolo scolpito sulla formella ha parte attiva nella figurazione ed è l'insegna verso la quale si rivolgono gli astanti mediante il saluto romano, posto da un soldato a sinistra, in cui non sarebbe inverosimile ricercare un ritratto del Duce, e da un più comune cittadino a destra, dietro il quale si scorgono almeno altre tre persone. Tra questo gruppo e il soldato vi sono tre fanciulli, sicuramente giovani Balilla. Una quarta figura si scorge tra i ragazzi e il soldato di sinistra e, dalla fattura dell'elmetto, potrebbe dirsi un alpino. Alla base della formella vi è un rigoglioso prato erboso, che infonde vita e fertilità, sul quale poggiano i piedi tutti i presenti. La formella, come già si diceva nell'introduzione, è stata danneggiata nel secondo dopoguerra e oggi l’iscrizione “Fascismo anno X” appare livellata, sebbene ancora leggibile. Risparmiati sono stati invece i due saluti romani.

In basso a destra, retto dall'uomo che compie il saluto romano, troviamo l’elemento più importante del ciclo figurativo: il fascio littorio, lo stesso incontrato nella prima formella, retto dal soldato romano. Esso assume così un ruolo di pietra angolare e di congiunzione, anello di collegamento tra passato e futuro, tra Fascismo e la Roma imperiale. Il ruolo compositivo ad esso dedicato è altissimo, contemporaneamente inizio e fine del ciclo, e ancora punto di partenza dell’avvenire se vi vengono affiancati i giovani Balilla. Molto importante è anche la sua valenza didascalica, dato che, per dove e come è messo, il fascio si spiega da sé, ha un ruolo didattico lampante che neppure necessita di essere spiegato e, oltretutto, si trova in punto visibilissimo dell'arengario, ad altezza uomo in cima alla scalinata laterale. Notare che si tratta di un simbolo, ma di nient’altro poteva trattarsi in questa lunga narrazione episodica costruita per simboli e su simboli, e che in un simbolo trova principio e fine, causa e conseguenza, partenza e arrivo.

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Concludo l'approfondimento sottolineando che, per ragioni di dovuta sintesi, non è stata affrontata la valenza architettonica e urbanistica di questo monumento all'interno della piazza, ossia il suo ruolo compositivo come elemento d'arredo di uno spazio urbano ragionato. Questa valenza, a sua volta, è molto significativa e aumenta il pregio di un'opera d'arte che, come si è visto, è già eccelso di per sé. L'arengario di Antonio Maraini, nella sua più profonda essenza, è un capolavoro di unitarietà compositiva e di capacità creativa dell'autore e, in questo, riassume per molti tratti le caratteristiche della piazza entro cui è inserito. Auspico sempre una rivalutazione e una valorizzazione di questo intero spazio urbano e dei suoi monumenti, che ad ogni studio non smettono mai di stupire per la loro eccellenza e, anzi, rivelano progressivi spunti d'interesse e motivi di rispetto.

Bibliografia essenziale:
- Luciano Caramel, Antonio Maraini a Brescia. I modelli in gesso e i disegni per l'arengario di piazza della Vittoria, Brescia, 1995
- Davide Bregoli, Michael Gabbiani, Roberto Panchieri, Gli assi prospettici di piazza della Vittoria in Brescia, relazione d'esame per il corso di Rilievo dell'architettura, docente Ivana Passamani, assistente di laboratorio arch. Luigi Chirone, Università degli Studi di Brescia, a.a. 2010/2011
- Franco Robecchi, Brescia Littoria - Una città modello dell'urbanistica fascista, Roccafranca 1999
- Franco Robecchi, Brescia e il colosso di Arturo Dazzi, Roccafranca 2008

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