I ''giapponesi'' secondo una tela bresciana del XVIII secolo

Al secondo altare destro della basilica di Santa Maria delle Grazie a Brescia si conserva un dipinto che, a dispetto dell'apparenza, merita particolari approfondimenti. Il soggetto è San Francesco Saverio predica ai giapponesi ed è opera del 1745 di Pietro Antonio Rotari (1707-1762). Questo pittore, spesso poco considerato in patria, è più conosciuto per le sue opere in Russia, dove lavora a partire dal 1756 dopo un già considerevole successo a Vienna, diventando il vero e proprio pittore di corte degli Zar fino alla morte.
Anche nelle terre d'origine, tuttavia, aveva lavorato moltissimo, soprattutto a partire dal suo rientro a Verona nel 1734 dopo un lungo soggiorno romano. Proprio a Verona apre una propria bottega, da cui per vent'anni escono pale e ritratti per chiese e palazzi di tutta la Repubblica veneta e oltre. Opere del Rotari si trovano in chiese di Bergamo, Brescia, Padova, Parma, Udine, Mantova, Rovigo, per non parlare della città natale. Nel 1749 la sua fama gli consente di acquisire il titolo di Conte della Repubblica di Venezia.

Pietro Antonio Rotari, San Francesco Saverio predica ai giapponesi,
1745, basilica di Santa Maria delle Grazie, Brescia


A Brescia si conservano solamente tre opere attribuite al Rotari: questa in Santa Maria delle Grazie e un San Vincenzo Ferrer e i mendicanti e un San Domenico a Calvisano. La sua arte, molto di qualità, non è trattabile in modo intuitivo, bensì va ricercata, come proposto più volte dalla critica, quella discordanza tra l'abilissimo disegno, la grazia di volti e contorni, la naturalezza e vivacità delle espressioni, e il colorito annebbiato e quasi smorto caratterizzante quasi tutti i dipinti della sua carriera, conferente un'atmosfera malinconica ma sempre quieta e armoniosa. Si può davvero parlare di una raffinata cromia pre-neoclassica, allo stesso tempo espressione della formazione artistica del Rotari ma anche di una sorta di consapevole presa di posizione verso il dilagante barocchetto veneziano, dunque davvero precorritrice dei tempi.
Quest'opera bresciana riflette pienamente la ricorrente espressione artistica del Rotari e, in particolare, se ne apprezzano i più maturi connotati, dove il pittore è in grado di disporre le sue scene sacre entro una realtà composta e dominata, con grande chiarezza d'insieme. In ciò aiutano sia lo schema di fondo a diagonali parallele, sia le cromie tenui e smorzate.

Pietro Antonio Rotari, San Francesco Saverio predica ai giapponesi,
1745, dettaglio dei Giapponesi

La tela non ha goduto particolare fortuna critica in passato, essendo stata giudicata nel XIX secolo ma ancora da Antonio Morassi nel 1939 come di qualità molto inferiore rispetto alle opere più famose del pittore. Il giudizio critico si è risollevato solo alla fine del XX secolo dopo un accurato restauro, che ha consentito nuovamente una corretta leggibilità dell'opera. Il fatto singolare, su cui questo articolo vuole spostare l'attenzione, è la raffigurazione che Pietro Rotari fa dei "giapponesi". In primo luogo, è evidente come il pittore stia molto sul vago, evitando deliberatamente una connotazione specifica dello stereotipo giapponese. Insomma: cosa fa di un giapponese un giapponese? Pietro Rotari, o meglio la società in cui viveva, non sa rispondere. Ecco quindi che la rappresentazione di una realtà così estranea per il mondo dell'epoca, estranea a un livello per noi inimmaginabile, diventa molto semplicemente una "fiera del diverso". Tutto ciò che di "diverso" poteva essere trovato nelle culture estranee a quella occidentale viene qui raggruppato per esemplificare la realtà giapponese.
Troviamo quindi una donna con diadema, un arciere seminudo con copricapo piumato e un moro con turbante. Sono di fatto tre differenti culture: la donna è lo stereotipo del modello orientaleggiante, arabo o asiatico poco importa, molto sfruttato e già presente nella personificazione dell'Africa dipinta da Andrea Pozzo nel 1685 sulla volta della chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma. Da segnalare, sempre sulla stessa volta, anche la personificazione dell'Asia, a riprova dell'esistenza ormai secolare di modelli più o meno consolidati con cui esprimere il "diverso", evidentemente riconoscibili dal popolo. L'arciere è invece un indiano d'America facilmente importato, mentre il moro è del tutto africano. Qua e là, inoltre, il Rotari distribuisce tratti somatici distorti o enfatizzati, "diversi" per loro natura, come quelli dell'uomo in basso a sinistra rivolto all'osservatore e di quello a destra della donna col diadema piumato.

Andrea Pozzo, Africa, 1685, chiesa di Sant'Ignazio in Loyola, Roma

Andrea Pozzo, Asia, 1685, chiesa di Sant'Ignazio in Loyola, Roma

La cultura esotica è latente in Europa lungo tutta la sua storia, ma emerge in modo significativo proprio del XVIII secolo grazie al mito del buon selvaggio di Jean-Jacques Rousseau, il quale comunque non era inedito ma aveva già avuto precedenti alla fine del XVII secolo. Secondo il mito l'uomo selvaggio, non ancora contaminato dalle distorsioni della civiltà moderna, ha un animo più nobile e puro. Si tratta quindi di un vero e proprio fascino del "primitivismo", che così tanto emerge nella figura dell'arciere col copricapo piumato, in cui evidentemente, a modelli più o meno precostituiti, si affianca una buona dose di idealizzazione.
Dunque, cos'è il giapponese per Pietro Antonio Rotari e, necessariamente, per la cultura veneta e lombarda del suo tempo, in cui si specchiavano i bresciani che ammiravano o pregavano davanti a questa tela? Il giapponese è il diverso. Sostanzialmente, tutto ciò che è diverso dalla cultura occidentale. Un mondo così lontano che si è materialmente incapaci di identificarne lo stereotipo, ricorrendo così a una "miscellanea" di diversi che, in realtà, sono tutti accomunati proprio nella loro diversità dall'uomo occidentale. Una diversità che coinvolge più aspetti, dai tratti somatici al vestiario, ma anche agli atteggiamenti, dato che il modo di pregare a terra dell'uomo a sinistra del santo non è cristiano, ma mutuato probabilmente dalla preghiera musulmana, e quindi diverso anch'esso. Sono tutti aspetti molto singolari che meriterebbero ampia trattazione e in contesti sociologici ben precisi. Limitiamoci qui ad apprezzare questo dettaglio nella sua dimensione artistica, specchio della cultura del diverso per la società lombarda del XVIII secolo.

Bibliografia essenziale:
- AA. VV., Brescia pittorica 1700-1760: l'immagine del sacro, Brescia 1981
- Emilio Barbarani, Pietro Rotari, Verona 1941
- Luigi Antonio Lanzi, Storia pittorica dell'Italia, Firenze 1796
- Antonio Morassi, Catalogo delle cose d'arte e di antichità d'Italia - Brescia, Roma 1939

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