Per una migliore contestualizzazione di due rilievi bresciani del XV secolo

          "Ne la Chiesa vecchia di San Faustino e Giovita ad sanguinem, hoggi detta S. Afra, il cui coro fu ultimamente rifatto ne l'anno 1538 e il resto della chiesa nel 1580, appresso la capella maggiore a mezo giorno, eravi una piccola capelletta dedicata ad esso san Latino. Ne l'altare di questa, che fu inanzi il detto anno 1538 ruinata per occasione di riparare la detta capella maggiore, fu ritrovata una piccola arca di pietra viva chiusa, e con coperchio impiombato con una lastra appresso, in cui si vedeva l'imagine di San Latino con simile inscrittione: Anno 1464 conditum est. Come poi per inanzi giacesse il detto santo corpo, non ne rende conto. Ne l'anno 1574 fu rifatta un'altra capella nell'istesso luoco, e dedicata all'istesso Santo, e nell'altare riposta la stessa arca, che ancora si può vedere per una fenestrella lasciatavi, e nel frontespicio postavi la medesima lastra, che dentro tiene scolpita la detta immagine, e è accompagnata l'arca con quattro vasi cristallo pieni di diverse reliquie come dimostra l'inscrittione".

Anonimo bresciano, San Latino, 1464, chiesa di Sant'Angela Merici, Brescia


Così Ascanio Martinengo, nel 1602, rende conto del recupero e della ricollocazione dell'arca di san Latino e, soprattutto, della lapide scolpita che la ornava. Siamo nella chiesa di Sant'Angela Merici, ex chiesa di Sant'Afra, ex chiesa di San Faustino ad Sanguinem, probabilmente la culla di tutta la cristianità bresciana. La chiesa era sorta nel IV secolo sul sedime del cimitero di San Latino, quarto vescovo di Brescia, un terreno esterno alle mura della città romana dedicato, fin dal I secolo, alla sepoltura dei martiri cristiani. Tra di essi figurava certamente lo stesso san Latino, le cui spoglie , in quanto vescovo, dovevano aver trovato un qualche tipo di sepoltura privilegiata. Nulla è noto delle sorti di queste reliquie fino al XV secolo quando, evidentemente, esse vengono riposte in una nuova sistemazione, un'urna appositamente approntata ornata da una lastra scolpita in rilievo con l'effige del santo e un'iscrizione dedicatoria.
L'urna è ancora esistente e si compone di un piccolo bacile in marmo con coperchio, recante sul fronte una replica dell'iscrizione sulla lastra: "MCCCCXLIIII S. LATINVS. EPVS. BRIXIE.", dunque con pari data e certamente eseguita dalla stessa mano. Il bassorilievo, invece, viene eseguito sul retro di una lastra di reimpiego con iscrizioni romane, prassi frequente all'epoca, il cui intento era quello di nobilitare in valore e significato i nuovi manufatti. È quindi verosimile che la lastra rilevata costituisse il fronte di una sorta di piccola arca in cui venne riposta l'urna, oppure che quest'ultima si trovasse incassata nel muro e la lastra costituisse la chiusura del vano. Nel 1464, quindi, il tutto viene collocato entro l'altare dedicato al santo presso il coro della chiesa.

Nel corso del XVI secolo, come ricordato anche da Ascanio Martinengo, hanno inizio svariati interventi di aggiornamento e ricostruzione della chiesa, culminati più avanti con il progetto di Pier Maria Bagnadore, con cui l'edificio assumerà l'aspetto definitivo poi danneggiato durante la Seconda guerra mondiale. Proprio durante il primo di questi cantieri, nel 1538, emerge l'urna di san Latino durante la distruzione dell'altare. Ma tra la sua collocazione (1464) e il suo recupero (1538) passano solamente settantaquattro anni, un tempo davvero molto ristretto. È un fatto inusuale data l'importanza intrinseca delle reliquie, per le quali era stata predisposta anche una sepoltura dai connotati artistici e celebrativi, con tanto di data e dedica.
Non ho trovato particolari informazioni sulla sorte di questo rilievo nei secoli successivi, che viene tuttavia conservato integro, probabilmente nella collocazione originale o seguendo gli spostamenti dell'urna con le reliquie. Durante la ricostruzione della chiesa negli anni 1960, successivamente al bombardamento, la lastra viene montata sulla parete destra del presbiterio della chiesa inferiore in un telaio incernierato, in modo da lasciare visibile l'iscrizione romana sul retro. Questa collocazione è ancora attuale. L'urna viene invece posizionata nella cappella Martinengo, in testata alla navata sinistra, dove ancora oggi si trova.

Urna di san Latino, altare della cappella Martinengo, chiesa di Sant'Angela Merici, Brescia. Il manufatto reca la stessa data dell'iscrizione sulla lastra.

Il rilievo rettangolare mostra al centro San Latino a mezza figura. Il santo, vestito con tunica, mantella e mitra, è rappresentato frontalmente e evidentemente seduto, dato che i panneggi lungo il bordo inferiore seguono l'andamento delle cosce. La mano destra è in atteggiamento benedicente, la sinistra regge un elaborato bastone pastorale. La lastra conserva almeno parte della policromia originale, consistente in una vernice marrone su vari dettagli tra cui il bastone, la barba, l'aureola e alcuni particolari della veste. Un marrone più chiaro è usato per l'incarnato del volto, mentre resti di un azzurro celeste coprono la superficie interna della mantella e il panneggio adagiato sulle gambe. La figura è rilevata su uno spazio vuoto contornato da una cornice strombata in prospettiva centrale intuitiva, che aiuta a dare spazialità volumetrica all'immagine centrale. Lungo il margine superiore e inferiore è posta l'iscrizione dedicatoria in bei caratteri capitali. È più lunga di quanto riporta Ascanio Martinengo e recita:

MCCCCLXIIII. CONDITVS. EST. HOC. MARMORE. / CORPVS. S. LATINI. EPI. BRIXIE.

I caratteri stilistici dell'opera, soprattutto nel volto, non sono pienamente leggibili a causa della policromia, che distorce parzialmente i connotati scultorei. Il rilievo è comunque apprezzabile nella sua impostazione generale, frontale e molto statica, anche se la figura sembra porsi con una certa scioltezza. I panneggi non sono affatto incartati, ma sono anzi morbidi e pieni, mentre il viso ha addirittura una nota bonaria. Queste caratteristiche possono essere forse interpretate come sintomo di una produzione locale poco acculturata, il cui riferimento è necessariamente la distaccata ieraticità con cui, in quel periodo, erano raffigurati i soggetti religiosi. L'autore, tuttavia, non riesce a oltrepassare la soglia del tentativo e il risultato finale convince poco.
Di fatto, c'è poco di ieratico in questo San Latino, raffigurato in nulla più che una posizione stereotipata ormai svuotata del suo significato artistico. Innegabili anche alcune difficoltà compositive e anatomiche, dalle mani sproporzionate rispetto al viso, alle braccia troppo tozze, alla posa innaturale delle stesse, le quali sembrano rimanere aderenti al corpo del santo almeno fino ai gomiti.

Anonimo bresciano, pala di sant'Onorio, anni 1460 ca, Brescia, museo di Santa Giulia

Risulta molto interessante il confronto tra quest'opera e il Sant'Onorio della pala marmorea omonima conservata nel museo di Santa Giulia a Brescia. Quest'opera, proveniente dalla scomparsa cripta della chiesa dei Santi Faustino e Giovita, è databile a dopo il 1455 per motivi che si vedranno. Ciò che sorprende è l'identità compositiva che accomuna i due rilievi, forse ancor più evidente se il San Latino non fosse policromato. Ecco quindi il Santo vescovo di nuovo in posizione seduta, in atteggiamento benedicente con il bastone pastorale nell'altra mano, con identici vestiti, con lo stesso movimento della mantella chiusa sul davanti, con lo stesso bottone per giunta, e con la mitra che sborda parzialmente sulla cornice superiore, frapponendosi all'iscrizione dedicatoria. Altro dettaglio che ricorre in modo significativo sono i tre anelli alle dita della mano benedicente.
Nonostante ciò, è impossibile non solo parlare di stessa mano, ma anche di stessa cultura artistica tra i due scultori che hanno prodotto queste opere. Nel Sant'Onorio si può davvero leggere quella ieraticità invece inarrivabile per il San Latino, quella gotica rigidezza e quel mistico sguardo accigliato, immensamente più pregevoli rispetto alla lapide in Sant'Angela Merici. Molto più curate sono la composizione e la resa di movenze e anatomie, mentre vi è un abisso tra le due tipologie di panneggi, che nel Sant'Onorio sono duri e inamidati. Anche il modo di scolpire la barba è diverso, così come differenti per dettagli artistici sono i due bastoni pastorali. Se differenti sono le mani che hanno prodotto le due opere, indubbia è l'esistenza di un modello comune, un'unica idea emblematica del Santo vescovo inteso come soggetto artistico.

Confronto tra Sant'Onorio, dettaglio della pala omonima, anni 1460 ca (sinistra) e San Latino, 1464 (destra)
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L'affinità palmare tra le due opere, unitamente a questioni cronologiche, lascia spazio a ulteriori considerazioni sulla genesi di questo San Latino. La pala di sant'Onorio, anch'essa policromata in origine, viene eseguita per volere di Bernardo Marcello (abate commendatario del monastero dal 1443 al 1475) nell'ambito del profondo rinnovamento artistico della cripta da lui avviato dopo il recupero delle reliquie dei santi patroni Faustino e Giovita, avvenuto nel 1455. L'antica arca, tra l'altro, era stata rinvenuta molto facilmente, semplicemente rimuovendo la mensa dell'altare della cripta e mettendo in luce lo sconosciuto vano interno che la conteneva. La scoperta delle reliquie aveva avuto una vastissima eco in città, provocando una vera e propria ondata di nuova devozione verso i due patroni dopo secoli di modesto torpore. Parlando di reliquie, tra i cenobi di San Faustino e Sant'Afra esisteva vecchia ruggine, provocata dalla tormentata controversia su chi possedesse i veri corpi dei santi patroni.

Tra XII e XIII secolo il clero di Sant'Afra era riuscito a costruire un vero e proprio culto attorno a due corpi ritrovati in chiesa e indebitamente interpretati come quelli dei patroni, arrivando ad ottenere una disapprovazione formale da parte di papa Urbano III. L'annosa disputa sembrò aver fine proprio nel 1455 con il fortunoso recupero dei veri corpi, lasciando il proverbiale amaro in bocca agli abitanti del rione di Sant'Afra. L'unico, pesante seguito documentato si ebbe dal 1538, quando di nuovo in Sant'Afra furono "ritrovati" quelli che sarebbero passati alla storia come i santi Faustino e Giovita "secondi", dando inizio a una vicenda a tratti estenuante in grado di trascinarsi per oltre un secolo e coinvolgere personalità del calibro di san Carlo Borromeo.
Ecco quindi che, pochi anni dopo gli eventi in San Faustino del 1455, nella chiesa di Sant'Afra emergono le reliquie di san Latino, in breve consegnate a una nuova, artistica urna-reliquiario: dobbiamo credere che, all'inizio degli anni 1460, qualche monaco di Sant'Afra si sia messo a levare le pietre degli altari di quella chiesa, sperando in eguale sorte, e sia riuscito nei propri intenti? La vicinanza temporale tra il recupero del 1455 e il 1464 a cui è datato questo rilievo, a mio parere, potrebbe non essere affatto una coincidenza, anzi la più diretta testimonianza di una "corsa ai ripari" che avvenne in Sant'Afra dopo il recupero delle reliquie dei patroni, per non parlare proprio di una "caccia alle reliquie".

Chiesa di Sant'Angela Merici a Brescia, presbiterio della chiesa inferiore. Alla parete destra si scorge, incernierato, il rilievo con San Latino.

Tali "ripari" non sarebbero stati esenti da risvolti artistici, e dunque ecco la realizzazione di una nuova sepoltura decorata dall'effige del vescovo, rilevata e policromata. Non è inverosimile, a questo punto, che anche per la lapide si sia preso libero spunto da quanto appena eseguito in San Faustino per l'altare del vescovo Onorio. Un altro dettaglio che sembra lasciar intendere di trovarsi davanti a una copia della pala faustiniana è la riproposizione, prima accennata, della posa seduta del santo, che nel rilievo in Sant'Angela Merici ha davvero poco senso di esistere. Potremmo dire una riproposizione sterile, privata dell'originale significato in quanto monca, tanto che non si riesce a capire né come, né su cosa questo San Latino sia seduto.
La presenza di tre anelli alle dita della mano benedicente in entrambi i rilievi è un dettaglio quasi rivelatore, data l'assoluta rarità di un tale numero di anelli indossati da un Santo vescovo nelle raffigurazioni quattrocentesche, fatto che da solo potrebbe confermare la discendenza del San Latino dal Sant'Onorio. Per inciso, la presenza di tre anelli alla mano benedicente sarebbe interessante argomento di ricerca per la scultura figurativa bresciana del periodo, in quanto, sorprendentemente, li troviamo anche cinquant'anni dopo alle dita del Sant'Apollonio di Gasparo Cairano (documentato 1497) per le chiavi di volta del portico della Loggia.

Gasparo Cairano, Sant'Apollonio, 1497, chiave di volta del portico di palazzo della Loggia a Brescia

Parliamo quindi di un'opera di un artista di bassa levatura, che si limita a riprodurre a suo modo un modello di recentissima esecuzione, evidentemente ritenuto notabile. Secondo questa ricostruzione, il San Latino datato 1464 costituirebbe un importante termine ante quem per la pala di sant'Onorio e rappresenterebbe la testimonianza di una certa fortuna iconografica conquistata da quest'opera subito dopo la sua realizzazione. La questione cronologica è particolarmente importante: Adriano Peroni (1964) è il primo ad affrontare criticamente la pala faustiniana e la data al 1470-1475, gli anni estremi della reggenza del monastero faustiniano da parte di Bernardo Marcello. Lo studioso fa notare l'impermeabilità delle tre figure al rinnovamento della produzione plastica lombarda di cui Giovanni Antonio Amadeo si fa primo portatore. Segue Gaetano Panazza (1968) che parla di un modellato "squisitamente pittorico". Il rilievo è infine stato trattato da Gianfranceschi, Ragni e Mondini (1998) senza particolari considerazioni critiche e con improbabile datazione alla fine del XV secolo. L'ultima citazione in ordine di tempo risale al 2010 in un accenno di Vito Zani, il quale tuttavia non avanza date. Si comprende, pertanto, quanto sorprendente sarebbe la retrodatazione di un decennio di quest'opera.

Per un inquadramento più ampio, è indubbia la discendenza del Sant'Onorio, così come del San Latino, dall'archetipo del Santo vescovo proposto in maniera più o meno unanime da tutta la tradizione scultorea quattrocentesca e anche precedente, anche se con esiti molto differenti dati soprattutto da specifiche variazioni sul tema. Un contributo preponderante è dato dalla statuaria lignea, in particolare di provenienza o ispirazione nordica. Resta comunque affascinante il ricorso al modello del vescovo in Maestà, cioè del vescovo seduto su un trono, che di nuovo non è particolarmente ricorrente. La sua ripetizione in entrambi i rilievi può costituire un'ulteriore, ennesima prova di come il San Latino discenda dal Sant'Onorio.
È tuttavia difficile ricercare l'originale riferimento iconografico o i possibili modelli che possono aver influenzato il Sant'Onorio. Ricordo la figurazione sostanzialmente analoga che offre il pannello centrale del polittico dell'Agnello Mistico, eseguito da Hubert van Eyck nel 1426-32 per la cattedrale di Gand, nel Belgio, della quale potrebbero essere ricercate derivazioni. Un possibile esempio nella scultura è invece il Sant'Ambrogio murato a destra del vestibolo della chiesa di San Bernardino alle Ossa a Milano, rilievo marmoreo di scuola milanese con datazione generica al XV secolo. Non mi sento comunque in errore a parlare in egual modo di riferimenti sia scultorei, sia pittorici, in quanto la tematica fondamentale di cui si parla è il modello iconografico, che prescinde dalla tecnica di realizzazione. Non dimentichiamo, inoltre, il "modellato squisitamente pittorico" già individuato da Panazza per la pala di sant'Onorio, cioè un'opera di scultura che di fatto possiede molti connotati pittorici, in origine rimarcati dalla perduta policromia.

Huber van Eyck, Dio Padre (?),
pannello centrale del polittico
dell'Agnello Mistico, 1426-32,
cattedrale di San Bavone, Gand
Anonimo milanese, Sant'Ambrogio, XV sec, Milano,
chiesa di San Bernardino alle Ossa
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Ritengo molto difficile che il Sant'Onorio e il San Latino bresciani subiscano influssi da questa galassia di modelli, di cui si potrebbero portare ulteriori esempi, in modo indipendente l'uno dall'altro. Ciò a luce della somiglianza davvero sorprendente, fin nei dettagli, tra i due rilievi, della loro vicinanza cronologica e dei fatti storici in grado di giustificare il San Latino come interpretazione diretta, ma di un artista meno capace, del Sant'Onorio della pala faustiniana, un'opera d'arte finora poco indagata dalla critica che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

Ringrazio Alessandro Darra e Valentina Lattari per segnalazioni e alcune precisazioni.

Bibliografia essenziale:
- AA.VV., La chiesa e il monastero benedettino di San Faustino Maggiore in Brescia, Brescia 1999
- Sergio Pagiaro, Santuario Sant'Angela Merici, Bagnolo Mella 1985
- Gaetano Panazza, La Pinacoteca e i Musei di Brescia, Bergamo 1968
- Adriano Peroni, L'architettura e la scultura nei secoli XV e XVI in Storia di Brescia, vol. II, Brescia 1963
- Ida Gianfranceschi, Elena Lucchesi Ragni, Maurizio Mondini, Santa Giulia. Museo della città di Brescia. L'età veneta, Milano 1998
- Vito Zani, Gasparo Cairano, Roccafranca 2010

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