Antonio Mangiacavalli. Fatti e opere per una ricostruzione del profilo artistico

"Magister Antonius de Mangiachavallis de Cumo lapicida". Così questo misconosciuto scultore, il 5 maggio 1501, firma un contratto per la fornitura di otto colonne rastremate, con basi e capitelli, per la dimora bresciana di Paolo Giacomo Rovati. E, di nuovo, "Antonio Magnocaballo" è il nome dello scultore che viene idolatrato come un Prassitele redivivo nell'iscrizione dedicatoria sul portale della chiesa di San Lorenzo a Carzago (BS), consacrata nel 1502. I documenti si fermano qui, null'altro è sopravvissuto che potesse approfondire la memoria di questo personaggio. Tuttavia, come altre volte accade, queste due sole citazioni tanto bastano a delineare il profilo di quello che, molto probabilmente, fu il principale collaboratore di Gasparo Cairano, massimo esponente della scultura rinascimentale bresciana nel ventennio a cavallo del 1500.
Ad Antonio Mangiacavalli va infatti riferita una Madonna col Bambino conservata nell'oratorio di Carzago, frammento del gruppo statuario che ornava il portale della chiesa cinquecentesca fino al suo riutilizzo durante la ricostruzione settecentesca. A questa Madonna si accompagnavano due statue con San Lorenzo e San Vito, trasferite da tempo nella chiesa di San Rocco al Cimitero, da cui sono però scomparse intorno alla metà del XX secolo. E se il contratto con il Rovati attesta la sua provenienza da Como, allora è finalmente chiaro chi fosse l' "Antonio da Como" che, tra il 1506 e il 1509, realizza assieme a Gasparo Cairano il portale del duomo di Salò, eseguendo tra le altre cose una Madonna annunciata che si presenta della stessa fattura della Madonna di Carzago.

Antonio Mangiacavalli, Madonna annunciata1508 ca, Salò, portale del duomoAntonio Mangiacavalli, Madonna col Bambino1500 ca, Carzago Riviera, oratorio parrocchiale



Queste due sole sculture sono in grado di tracciare con relativa sicurezza il profilo artistico di Antonio Mangiacavalli: uno scultore dalla maniera abbastanza netta e grossolana, carente nell'anatomia e poco attento alle modulazioni plastiche delle superfici. L'impronta di base, inoltre, è data da quello che sembra essere il suo principale riferimento, Gasparo Cairano, nei confronti del quale si pone come emulatore di più basso livello. Partendo da questa base, invero molto solida, nel 2010 Vito Zani ricostruisce il più probabile catalogo d'opere di Antonio Mangiacavalli, presentando un gruppo di sculture organicamente legate da questa goffa attitudine a rifarsi ai modelli del Cairano.
Le prime, in ordine cronologico, sono le quattro chiavi di volta "erranti" conservate all'interno e all'esterno del monastero di San Francesco d'Assisi a Brescia, i cui soggetti sono San Francesco, Sant'Antonio da Padova, San Bonaventura e San Ludovico da Tolosa. In particolare, quella raffigurante San Bonaventura è una dichiarata copia della chiave di volta con Sant'Apollonio pagata a Gasparo Cairano nel 1497 per il portico di Palazzo della Loggia. Copia che, tuttavia, non riesce a cogliere il senso plastico e dinamico dell'originale, troppo compressa entro limiti volumetrici e inutilmente impegnata a ricercare variazioni negli ornamenti del piviale e in altri dettagli marginali.

Antonio Mangiacavalli, San Francesco, 1500 ca, Brescia, monastero di San Francesco d'AssisiAntonio Mangiacavalli, San Ludovico da Tolosa, 1500 ca, Brescia, monastero di San Francesco d'Assisi

Antonio Mangiacavalli, San Bonaventura, 1500 ca, Brescia, monastero di San Francesco d'AssisiAntonio Mangiacavalli, Sant'Antonio da Padova, 1500 ca, Brescia, monastero di San Francesco d'Assisi

Gasparo Cairano, Sant'Apollonio, 1497, Brescia, palazzo della Loggia, portico

Troviamo qui una delle principali caratteristiche "negative" di Antonio Mangiacavalli, che ricorre praticamente lungo tutta la sua produzione: il vuoto espressivo degli sguardi, assenti e impersonali, che di nuovo si pongono come malriuscito tentativo di riproporre gli sguardi dei volti di Gasparo Cairano, immensamente più carichi di vita e personalità. Anche nella Loggia troviamo chiavi di volta attribuibili a Antonio Mangiacavalli sempre per le stesse ragioni stilistiche: quella con la Giustizia, nell'atrio d'ingresso a pianterreno, e quella con la Fede, trasferita ai Musei Civici dopo la costruzione dello scalone monumentale del palazzo e ancora oggi esposta nel museo di Santa Giulia. Esse sono quasi certamente da ricondurre ai documentati lavori lapidei eseguiti tra 1499 e 1502 sui "volti" interni della Loggia e altri elementi, tutti affidati a un certo "Donato Antonio da Como" identificabile con ogni verosimiglianza nel Mangiacavalli. Vale la pena notare come sia in San Francesco, sia alla Loggia, anche Gasparo Cairano figura come fornitore di elementi (in San Francesco solo per attribuzione), testimoniando l'esistenza di un qualche tipo di rapporto professionale tra i due già prima del 1500, fosse solo per il fatto di lavorare nell'ambito degli stessi cantieri.

Antonio Mangiacavalli, Fede, 1499-1502, Brescia, museo di Santa Giulia
Antonio Mangiacavalli, Giustizia, 1499-1502, Brescia, museo di Santa Giulia

La produzione di questo scultore prosegue all'inizio del XVI secolo con il portale della parrocchiale di Carzago, assieme alle relative figure, e una singolare cimasa triangolare proveniente dalla distrutta chiesa di Santa Maria delle Rose e già reimpiegata sul portale d'ingresso della chiesa dei Santi Pietro e Marcellino. Quest'opera è pure decorata da una Madonna col Bambino a rilievo, che condivide un legame intimo con la Madonna col Bambino di Carzago, sia per l'impostazione generale, sempre per l'ormai assodata mediocrità dell'anatomia e dell'espressività delle figure. È a questo punto che, nell'arte del Mangiacavalli, l'impronta di Gasparo Cairano si fa più profonda e sensibile, certo anche a causa dell'esperienza al portale del duomo di Salò (1506-1509), in cui i due artisti si trovano a lavorare sullo stesso complesso, a volte scolpendo a quattro mani gli stessi blocchi di marmo. È abbastanza singolare come, in una delibera del Consiglio generale di Salò 13 agosto 1508, vengano menzionati come non presenti al momento della scrittura i soci "Gaspar de Caballis Mediolanensis in Brixia et magister Antonius de Brixia", molto probabilmente un equivoco onomastico Tra Gasparo Cairano milanese e Antonio Mangiacavalli.

Antonio Mangiacavalli, Madonna col Bambino, 1500-1505 ca, Brescia, museo di Santa Giulia

Sempre Antonio Mangiacavalli è il più probabile autore del monumento funebre di Nicolò Orsini, morto nel 1510, opera proveniente dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Ghedi e oggi musealizzata nel Santa Giulia di Brescia. Le tre figure sul frontespizio, Sant'Antonio Abate, una Madonna col Bambino e San Giorgio, offrono ancora evidenti richiami alle chiavi di volta della Loggia, in particolare il San Giorgio, citazione palese del San Giovita sul palazzo pubblico. Anche nella Madonna col Bambino ritorna la tipologia già incontrata nella Giustizia e nella Fede della Loggia, ma è ulteriormente arricchita sui modelli di Gasparo Cairano, in particolare sulla figura femminile che ricorre nelle opere del maestro a partire dall'Adorazione Caprioli (1495-1500) fino all'arca di sant'Apollonio (1508-1510) e alla Pala Kress (1505-1510 ca).
Propongo qui di ricondurre alla mano di Antonio Mangiacavalli anche l'urna di san Rusticiano, proveniente dalla chiesa di San Zeno al Foro e sempre databile ai primi anni del XVI secolo. Oltre ai soliti canoni artistici dello scultore, è evidente uno stretto legame tra San Rusticiano e il Sant'Antonio Abate sul monumento Orsini, inoltre il San Rusticiano è un'altra, ennesima citazione del Sant'Apollonio di Gasparo Cairano per le chiavi di volta della Loggia, come al solito svuotato di ogni carisma.

Antonio Mangiacavalli, Madonna col Bambino tra i santi Antonio Abate e Giorgio, dettaglio del monumento funebre di Nicolò Orsini, 1510 ca, Brescia, museo di Santa Giulia

Antonio Mangiacavalli (?), urna di san Rusticiano, inizio XVI secolo, Brescia, museo di Santa Giulia

Confronto tra Sant'Antonio Abate sul monumento funebre di Nicolò Orsini (1510 ca), San Rusticiano sulla relativa lastra sepolcrale (inizio XVI sec) e Sant'Apollonio su una delle chiavi di volta della Loggia (1497) la prima attribuita a Antonio Mangiacavalli da Zani (2010) e la terza documentata di Gasparo Cairano. Per il San Rusticiano si propone in questa sede una eguale attribuzione a Antonio Mangiacavalli.

A questo scultore è riferibile anche una pala marmorea raffigurante una Madonna col Bambino e santi, già appartenente alla collezione Galli e di ubicazione attuale ignota. Singolare e meritevole di ulteriori approfondimenti è anche un Cristo risorto conservato nella sacrestia della chiesa di San Lorenzo a Brescia, dal panneggio bellissimo e raffinato, degno delle figure sull'arca di Sant'Apollonio, ma dal viso spento, una vera e propria maschera senza vita, molto pertinente all'arte di Antonio Mangiacavalli. Quest'opera, di provenienza incerta, potrebbe essere testimonianza di un tardivo raffinarsi delle capacità dello scultore, tuttavia ancora senza alcun esito positivo nell'anatomia e nell'espressività dei volti.

Antonio Mangiacavalli, Madonna col Bambino e santi, inizio XVI secolo, già collezione Galli, ubicazione attuale ignota

Antonio Mangiacavalli (?), Cristo risorto, inizio XVI secolo, Brescia, chiesa di San Lorenzo, sacrestia

Non è noto come questo scultore sia approdato a Brescia, della quale prenderà anche la cittadinanza, né quanto si sia trattenuto. È tuttavia molto verosimile che il suo nome debba essere legato ai tre fratelli lapicidi comaschi, di nome Vincenzo, Stefano e Francesco e di cognome Mangiacavalli, attivi tra la fine del XV secolo e l'inizio del successivo tra Vicenza, Cremona, Rezzato, Milano e Pavia. Particolarmente significativo è un atto del 1494 in cui i tre Mangiacavalli vengono inviati a Rezzato per cercare una pietra con cui realizzare alcune opere lapidee nel duomo di Cremona per conto di Alberto Maffioli da Carrara. Se Antonio era un loro parente, più o meno diretto, potrebbe essere stata questa l'occasione per un avvicinamento a Brescia. A questo punto, Antonio Mangiacavalli si sarebbe formato in modo più o meno "spontaneo" come scultore di figura nell'ambiente di cava, impegnato a rifornire i cantieri di pezzi anche lavorati o semilavorati, mutuando da Gasparo Cairano, all'epoca il "meglio sulla piazza", i connotati artistici con cui modellare le proprie opere.

Bibliografia essenziale:
- Vito Zani, Due commiati bresciani e un falso avvistamento a Salò per il Tamagnino in Beatrice Bentivoglio Ravasio (a cura di), La Certosa di Pavia e il suo museo. Ultimi restauri e nuovi studi, Milano, 2008
- Vito Zani, Gasparo Cairano, Roccafranca 2010
- Vito Zani, Maestri e cantieri nel Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento in Valerio Terraroli (a cura di), Scultura in Lombardia. Arti plastiche a Brescia e nel Bresciano dal XV al XX secolo, Milano 2011

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