L'ancona dell'altare maggiore della chiesa di Santa Maria del Carmine e la sua storia

È il 28 gennaio 1596 quando una solenne processione entra nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia trasportando alcune reliquie e una magnifica pala per l'altare maggiore. I doni sono spediti direttamente a Brescia dal duca di Baviera Guglielmo V e dalla consorte Renata in gesto di riconoscenza verso il frate carmelitano bresciano Faustino Cattaneo, occupato alla corte bavarese dal 1582 al 1595 come cappellano e "magister chori". Si tratta di reliquie importanti: due teste delle vergini compagne di sant'Orsola e la gamba di uno dei soldati di san Maurizio. Anche la tela è bellissima e riscuote il plauso immediato della città, diventando meta di pellegrinaggi di artisti e intenditori d'arte: è l'Annunciazione di Pieter de Witte detto il Candido, pittore fiammingo con lunga esperienza di formazione italiana tra la Toscana e Roma. Il dipinto viene eseguito appositamente nel 1595 e reca la firma sull'inginocchiatoio della Madonna: "P. CANDIDUS PICTOR DVCIS BAVARIAE F.". Il dipinto costituisce un vero e proprio unicum di manierismo romano a Brescia, mediato tuttavia dal De Witte che è molto più aperto ai valori della luce, con esiti di grande luminosità dai toni sostenuti diffusi nell'intera ambientazione. L'equilibrio dei volumi è molto attento e quasi eccessivo, ma in generale la composizione si presenta movimentata e solenne, capace di passare dalla sfera terrena a quella divina senza alcuna cesura.

Pieter de Witte, Annunciazione, 1595, Brescia, chiesa di Santa Maria del Carmine, altare maggiore


Per la nuova pala viene appositamente predisposta una grande ancona lignea sul modello delle diffusissime "soase" bresciane. Non è mai stata reperita documentazione che permetta di risalire all'autore, variamente identificato in un generico maestro lombardo o bresciano conscio del tema delle cariatidi variamente sperimentato in ambito milanese da Pellegrino Tibaldi. I lavori vengono eseguiti in grande, con la lavorazione di quattro elaborate cariatidi a sostegno di capitelli ionici e di una ricca trabeazione, il tutto poggiante su un basamento più semplice con al centro lo stemma dalla casata bavarese, a perenne ricordo delle origini di questo monumento pittorico. A coronamento vi è un frontone spezzato con statue laterali e un vivace gruppo centrale, raffigurante una personificazione della Carità circondata da tre allegri infanti. Anche la conformazione dell'abside viene rivista, murando le alte monofore quattrocentesche per permettere un corretto inserimento della grande struttura. Lo splendore di questa ancona è ben riassunto da Valentino Volta (1991), il quale scrive che "l'apparato di base, inconsueto nella nostra città, costruito probabilmente nella bottega di quale bravo intagliatore di casa nostra, rappresenta il punto culminante di uno straordinario apporto di energie, di lavoro, di cultura, di intelligenza e di fede dovuto ad un gruppo consistente in artisti, tecnici, maestri di varie specialità che, negli ultimi anni del secolo XVI, si incontrarono sotto le lignee capriate della severa chiesa tardo gotica del Carmine". A quell'epoca, infatti la magnifica pala e la sua cornice dorata si presentavano abbastanza sperdute nella grande chiesa del XV secolo, che ha ancora il tetto in legno a vista e poche pitture moderne, soprattutto pale d'altare, il tutto immerso più che altro in un contesto artistico tardo gotico che non sopravvivrà ancora a lungo. Entro qualche decennio, infatti, avrà inizio un ammodernamento capillare sempre più vasto, che sfocerà nei fasti settecenteschi della volta e delle pitture parietali.

Ancona dell'altare maggiore della chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia.

Siamo proprio negli anni 1630, molto probabilmente, quando i frati bresciani mettono mano alla pala dell'altare maggiore per accrescere di bellezza e magnificenza questa già apprezzata opera. L'operazione è veramente audace e delicata, ma di riuscitissimo esito: con grande attenzione a non danneggiare l'apparato ligneo, il frontone con i suoi gruppi figurati viene separato dalla struttura inferiore e messo da parte. Sulla prima cornice di coronamento, lasciata integra, viene innestata una nuova "macchina" composta da quattro pilastrini ornati a cariatidi su un fondo ornato, con al centro una cornice predisposta per una nuova tela. Sopra la nuova alzata viene rimontato il vecchio frontone, chiudendo così l'intero apparato, trasformato da uno a due livelli. L'intervento è scrupoloso e ben studiato, in quanto l'innesto è stilisticamente coerente con l'ancona preesistente, della quale sono ripresi la scansione a doppi pilastri, il motivo delle cariatidi e una serie di modanature. Si mira così alla ricerca di unitarietà, al mantenimento di un tutt'uno che non tradisca le modifiche eseguite, orientato esclusivamente a migliorare quanto già presente, forse nell'ottica di riempire del tutto lo spazio dell'abside.

L'operazione ha comunque i suoi punti deboli: c'è ragione di credere che qualcosa dell'antico apparato sia stato rimosso senza possibilità di essere ricollocato e che il nuovo allestimento sia un po' "aggiustato". La nuova tela per esempio, è separata dalla struttura sottostante da un consistente vuoto, funzionale a una completa visuale del dipinto dal basso, per evitare che gli aggetti della trabeazione preesistente la coprano parzialmente. L'intero innesto, inoltre, si presenta lievemente sovralzato per mezzo di alcune spesse assi infilate sotto di esso, evidentemente un aggiustamento in corso d'opera per regolare le proporzioni in altezza dell'insieme, sempre in relazione alla vista dal basso. Alla base del grande apparato, sotto il piedistallo con lo stemma bavarese, si conservano inoltre due settori di un fregio ornamentale ligneo, privo di terminazione alle estremità e lungo esattamente come il vano centrale della pala. Esso è difficilmente spiegabile se non ipotizzando che faccia parte dell'ancona originale, un fregio che non si è riusciti a ricollocare nel nuovo allestimento e conservato per puro fine decorativo. Infine, si osserva come il vano centrale che accoglie la pala del De Witte sia leggermente più alto del dovuto, lasciando così una striscia vuota alla base: più che una conseguenza dell'ampliamento, questo potrebbe essere un errore di progettazione dell'opera originale, dovuto a una scorretta indicazione ai carpentieri delle misure della tela.

Ricostruzione ipotetica dell'ancona originale per la pala di Pieter de Witte, ottenuta traslando il frontone superiore sul margine della trabeazione che fa oggi da base per l'alzata seicentesca. Questa ricostruzione è al netto di eventuali ornamenti rimossi e non ricollocati, la cui esistenza sembra confermata dal frammento di fregio ligneo, la cui origine non è altrimenti identificabile, appeso sotto il piedistallo dell'apparato e visibile parzialmente in questa foto.

Nella sua nuova, smagliante e complessa veste, il gigantesco apparato liturgico trova i primi onori tra le pagine del Giardino della Pittura di Francesco Paglia, il quale cita anche il dipinto al centro del secondo livello, raffigurante una Madonna col Bambino consegna lo scapolare a san Simone Stock e altre figure, tra cui probabilmente papa Giovanni XXII a destra, mentre a sinistra un gruppo di fedeli invoca la benedizione al Gesù Bambino proteso verso di essi. Alle spalle di quest'ultimo si nota anche un uomo dalla veneranda età, con lunga barba e molto distinto, recante un paio di fini occhiali, probabilmente il committente della pala. Non è comunque sicuro che questo dipinto sia stato appositamente realizzato per il nuovo allestimento dell'altare maggiore, in quanto potrebbe essere la pala che, secondo Giovanni Battista Guarguanti (1645), viene dismessa dall'altare della Beata Vergine del Carmelo dopo l'aggregazione di questo con l'altare della Madonna di san Luca, il cui soggetto viene genericamente identificato in una Distribuzione degli scapolari. In tal caso, il dipinto sarebbe stato riutilizzato nell'ampliamento dell'ancona dell'abside, mantenendo anche la cornice originale. Questo dipinto è dato dalla letteratura antica, fin dal Paglia, a Grazio Cossali, ma a partire dal XIX secolo questa attribuzione è diventata sempre più dubitativa e ad oggi viene generalmente ricondotto al catalogo di Pier Maria Bagnadore, dati gli esiti nettamente superiori, rispetto allo stile del Cossali, nella morbidezza esecutiva, nella stesura del colore, nel panneggiare e nel ricco movimento degli scorci.

Pier Maria Bagnadore, Madonna col Bambino consegna lo scapolare a san Simone Stock, anni 1620-1630 ca

Bibliografia essenziale:
- AA.VV., La chiesa e il convento di Santa Maria del Carmine in Brescia, La Scuola, Brescia 1991
- Carlo Bertelli (a cura di), Duemila anni di pittura a Brescia, Brescia 2007
- Giovanni Battista Guarguanti, Collectanea rerum memorabilium in Carmelitana Congregatione, 1645.

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