Il progetto di Ludovico Beretta per il duomo di Brescia

La sostituzione o ricostruzione dell’antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, la cattedrale estiva bresciana ormai vetusta e antiquata, viene affrontata più di una volta nel corso del XVI secolo, almeno a partire dal 1518, dunque alla restaurazione del dominio veneziano sulla città, senza avere mai un concreto seguito. Di ritorno a Brescia dopo l’ultima sessione del concilio di Trento, all'inizio del 1564, il vescovo Domenico Bollani sollecita il ceto dirigente cittadino perché «la chiesa cathedrale sia reedificata, per essere fatta come inhabitabile per l'antiquità sua». D'altra parte, l’episcopato del Bollani risulta indissolubilmente legato all'attuazione dei decreti tridentini: egli ristruttura il sistema beneficiale e riorganizza le associazioni laicali, impone nuovi costumi intellettuali ai sacerdoti, redige una minuziona decretazione per il rifacimento e il restauro di chiese, campanili, altari e ogni altro edificio sacro da lui giudicato «indecoroso», dando per primo l'esempio attraverso la ristrutturazione del palazzo vescovile e, al culmine della sua attività riformatrice, la proposta di riedificazione della cattedrale.

Il lato est di piazza del Duomo a Brescia in una miniatura del 1588. Si possono vedere il Duomo vecchio con la torre in facciata e la basilica di San Pietro de Dom


Sensibile alla proposta del presule, il 24 febbraio 1564 il Consiglio Generale si impegna a versare la metà degli incassi cittadini derivanti dalle condanne giudiziarie fino al completamento del nuovo edificio, a fronte tuttavia di un impegno di mille ducati annui da parte del clero, concretizzabile con l'imposizione di una nuova tassa. Questo esborso straordinario viene però freddamente accettato dagli ecclesiastici bresciani, già investiti negli stessi anni da una tassazione più robusta di prima: alla fine del 1564 arrivano i brevi pontifici di papa Pio IV che sanciscono la validità del progetto finanziario, ma già il 6 febbraio 1565 il Consiglio Generale accoglie il ricorso presentato dai rappresentati del clero contro la tassa richiesta per l’edificazione della cattedrale. I deputati pubblici si orientano quindi su una soluzione di ripiego, individuata in un eventuale restauro conservativo da avviare in data da definirsi, e comunque non prima di nuove delibere specifiche.

Nonostante la mancata collaborazione del clero e il dietro-front del Consiglio Generale, il Bollani evidentemente non rinuncia al progetto: nel 1567 il celebre Andrea Palladio è a Brescia per presentare un rapporto, datato 7 maggio, sul progetto della nuova cattedrale. Su questa apparente discordanza si pronuncia lo studioso bresciano del XVIII secolo Baldassarre Zamboni, il quale attentamente fa notare che «quanto al Modello del Duomo, ed alle altre cose appartenenti a detta Fabbrica fosse tutto rimesso alla prudenza del Vescovo Bollani, e dei Deputati sopra alle Fabbriche [...], così può essere che dal Vescovo in ispezialità il Palladio fosse stato chiamato, e del proprio danaro rimunerato», ossia il Bollani, tra l'indifferenza generale, si sarebbe mosso per iniziativa autonoma col fine di dare un nuovo volto al progetto. Dalla relazione di Palladio, pervenutaci proprio grazie agli scritti dello Zamboni, si apprende dell’esistenza di un progetto di Ludovico Beretta, architetto comunale di Brescia già attivo in numerosissime fabbriche, soprattutto nella direzione del cantiere della Loggia. Sul progetto, certamente di commissione Bollani, Palladio è chiamato ad esprimersi lasciando una lunga serie di pareri e consigli sia su come modificare e/o integrare il disegno già redatto, sia sugli aspetti puramente costruttivi e geometrici, concludendo con una stima sommaria dei costi.

Ritratto di Andrea Palladio

Il Palladio spende parole di lode per il progetto berettiano, giudicandolo «di bella invenzione, e molto proporzionata», specificando che «mi è piaciuto sommamente il compartimento del suo modello, perché la lunghezza, larghezza e altezza benissimo corrispondono. Et quanto alla grandezza non vi è Chiesa in questa Città, che sia maggiore di capacità a un pezzo, e le Chiese di S. Gio. e Paolo in Venetia, e delli Frari, che sono Chiese grandissime, sono minori di quattro in cinque brazza, onde questa fabbrica non potrà se non fare bellissima vista, e contento grandissimo, per la bella forma a quelli, che entreranno in Chiesa». Interpretando le disposizioni si può ricostruire l’immagine del progetto berettiano come una grande chiesa a tre navate divise da due colonnati ricavati riutilizzando le colonne del San Pietro de Dom, che invece il Palladio propone di spostare a ornamento delle cappelle laterali, affidando la loro funzione a più robusti pilastri. Le cappelle sono tutte «incavate nel muro» e dotate di finestra, ma non ne viene specificata la forma. Vi sono inoltre una cupola con lanterna e una facciata sulla piazza, quest’ultima forse architettonicamente un po’ povera, stando alle varie integrazioni proposte dall’architetto vicentino, ma con un finestrone di forma uguale a quella della finestra delle cappelle. Le aggiunte proposte da Palladio alla facciata la trasformano di fatto in una tipologia molto cara al maestro, che la usa e sperimenta in vari edifici religiosi tra i quali, e per la prima volta, in San Francesco della Vigna a Venezia, progettata nel 1563-1564, giusto tre anni prima della Scrittura per il duomo di Brescia.

Facciata della chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia (© Wikimedia Commons, foto Haros), costruita su progetto di Andrea Palladio nel 1564. Vagliando il progetto berettiano per la nuova cattedrale di Brescia, l'architetto propone una soluzione di facciata del tutto simile a questa.

Il Palladio lascia per iscritto anche informazioni notevoli sulla sua esperienza professionale col Beretta: «io per sodisfatione delle M. V. e per contento mio lasserò a M. Lodovico tutte le Sagome delle Base, capitelli, cornici, e le misure di tutte le parti di questa fabrica, le quali saranno notate nel Disegno, tutto che dai ragionamento, che ho avuti questi giorni con lui, lo habbi conosciuto per huomo intelligentissimo di queste cose, il quale con tutto ch'esso habbia procurato ogni sparagno nel fare il modello col valersi delle cose vecchie, nondimeno si compiace molto più in questa fermezza, e sicurezza de la fabrica». Si tratta di una nota molto importante, poiché in primo luogo contribuisce a contestualizzare meglio il progetto berettiano per la nuova cattedrale dopo l’arenamento dei finanziamenti nel 1565: un progetto realizzato con «ogni sparagno», ossia risparmio, cercando il più possibile di «fare il modello col valersi delle cose vecchie», tra cui il reimpiego del colonnato paleocristiano, comunque bocciato dal Palladio. Si può quindi pensare che il Bollani, per non rinunciare alla bramata ricostruzione della cattedrale, abbia tentato di ridimensionare le proprie aspettative orientandosi verso un progetto al risparmio affidato al Beretta, il quale, pur con questo difficoltoso vincolo, riesce comunque a «compiacersi» della «fermezza, e sicurezza de la fabrica» progettata. Estendendo la congettura, a questo punto possiamo credere che, con la proposta di una fabbrica in economia, oltretutto saggiamente avvallata dall'autorevole parere del Palladio, Domenico Bollani poteva tornare all'attacco del Consiglio generale e soprattutto del clero bresciano per convincere tutti della fattibilità del progetto.

Il Duomo nuovo di Brescia, costruito a partire dal 1604

Il preventivo stimato dal Palladio è comunque elevato, pari a 45.000 ducati. Qualsiasi fosse l’aspettativa del Bollani attorno a questo progetto, nulla viene messo in pratica e nel 1572, cinque anni dopo la consultazione con Palladio e due dopo la morte del Beretta, il Consiglio Generale riprende la strada del restauro vagheggiata nel 1565, commissionando al pittore Cristoforo Rosa di dipingere il soffitto cassettonato del San Pietro de Dom e, in un contratto successivo, affidando ai murari Paolo Falnetti e Girardo de Bottanis la stesura di nuovi intonaci e pitture su tutte le pareti della chiesa, eccetto quelle di alcune cappelle già evidentemente affrescate. Nei primi anni 1580, infine, il soffitto cassettonato viene arricchito da tele appositamente dipinte da Pietro da Marone e Tommaso Bona. Sono i soli interventi compiuti prima che San Pietro de Dom ricada in un silenzio documentario durato altri vent’anni, emblematici di un grandioso progetto completamente naufragato.

P.S.: questo post arriva ben cinque mesi dopo la pubblicazione del precedente. Un periodo di assenza molto lungo, per il quale mi scuso con chiunque abbia sperato in una frequenza molto maggiore. Purtroppo, vari impegni soprattutto di studio mi hanno privato dell'attenzione necessaria a scrivere articoli non solo frequenti, ma soprattutto di qualità. E la qualità è un attributo più prezioso della frequenza. Con questo post scommetto quindi in un proseguimento delle pubblicazioni e colgo l'occasione per un saluto ad amici vecchi e nuovi. A presto.

Bibliografia essenziale:

- G. Panazza, Le basiliche paleocristiane e le cattedrali di Brescia, Brescia, 1990.
- M. Taccolini (a cura di), Il Duomo Nuovo di Brescia, Brescia, 2004.
- V. Volta, La grande Fabbrica: tre secoli di progetti, dispute e lavoro per il Duomo nuovo in AA.VV., Le cattedrali di Brescia, Brescia, 1987.
- B. Zamboni, Memorie intorno alle pubbliche fabbriche più insigni della città di Brescia, Brescia, 1778.

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