Due portali di Vezza d'Oglio come paradigma dell'analisi formale

Dedico questo post a due portali identificati nel centro storico di Vezza d'Oglio, dalle fattezze né particolari né straordinarie, ma con l'unico obiettivo di dimostrare che dietro un qualunque palinsesto architettonico o scultoreo possono essere formulate considerazioni storiche, formali e stilistiche utili a datare il manufatto e a inquadrarlo entro un contesto culturale più ampio. Ciò, in genere, va a beneficio sia di quello stesso ambito, del quale vengono incrementate le conoscenze in direzione di un'ideale completezza, sia di tutti i possibili temi che possono essere correlati al manufatto, dalla storia dell'edificio in cui è inserito alla migliore definizione dell'espressione artistica locale, nella forma, nei materiali, nella sua diffusione. Il primo portale è in facciata alla cosiddetta torre Federici, appunto in via dei Federici n. 6, dirimpetto alla piccola porta d'ingresso al campanile della parrocchiale di San Martino. Il secondo è il portale della casa canonica in via Roma n. 7, sul lato opposto della parrocchiale rispetto alla torre Federici. Per l'esattezza, i portali della casa canonica sono due, identici e simmetrici, perciò vengono qui considerati in modo unitario. Sia il portale della torre, sia quello della casa canonica sono strutturati in modo simile, con un architrave retto da due pilastrini architettonicamente definiti, con un capitello e una base.

Portale di torre Federici, via dei Federici n. 6, Vezza d'Oglio



Il portale della torre Federici, in arenaria, è datato sull'architrave col millesimo "MDXLIII" (1543). I capitelli dei due pilastri laterali sono riferibili a una delle tante variazioni pseudo-corinzie radicate in territorio bresciano almeno dal XV secolo e ancora utilizzate per manufatti più o meno minori per tutto il XVI secolo. In questo esemplare troviamo una campana sottostante, di cui si intravedono solamente le modanature superiori, rivestita da due ampie foglie d'acanto angolari e due lunghe volute che si innestano direttamente sul tondino inferiore. L'abaco di chiusura è concavo e ornato da una rosetta emergente per metà dalla campana, oltre che parzialmente schermato dallo sviluppo delle volute. La singolarità del capitello è soprattutto nella conformazione delle volute, che non si richiudono all'estremità inferiore. Questa variazione semplificata si trova in altri capitelli pseudo-corinzi della valle Camonica, di cui un possibile esempio tra molti è il portale della casa in via Angelo Argilla n. 32 di Erbanno, frazione di Darfo Boario Terme, similmente databile alla prima metà del XVI secolo (Bertolini, Panazza, 1984, pp. 477 e ss.). I due portali sono affini anche nel materiale e nella fattura dello stemma sull'architrave. La base è invece semplicissima e quasi tozza, costituita da un tondino sovrapposto a un alto plinto quadrangolare in alto e sbozzato a paracarro lungo il resto del suo sviluppo. La trabeazione è ornata da due conchiglie alle estremità, dettaglio rilevabile anche al piede del pilastro sinistro del portale di Erbanno, e coronata da una sottile cornice con alcuni listelli e una gola.

Portale di torre Federici, dettaglio del capitelloPortale di torre Federici, dettaglio del pilastro

Pilastri e architrave sono arricchiti da una riquadratura incavata con bordo a gola, dettaglio di diffusione quasi endemica negli ordini a lesena bresciani almeno dalla seconda metà del XV secolo e connotante la stragrande maggioranza dei portali minori del XVI secolo di Brescia e territorio. È molto difficile identificare i percorsi di ingresso e radicazione di questa riquadratura, o specchiatura, sui fusti delle lesene bresciane, ma in generale è possibile individuarne l'origine a Venezia o comunque nell'ambito artistico e architettonico veneto del XV secolo, importato poi a Brescia da maestranze forestiere. Uno dei più antichi esempi monumentali è il pronao di Santa Maria dei Miracoli a Brescia, degli anni 1490, dove connota le lesene esterne, e contraddistingue la stragrande maggioranza dei portali civili della prima metà del secolo (cfr. Lechi, 1974).

Portale della casa canonica, via Roma n. 7, Vezza d'Oglio

Il portale della casa canonica, invece, denota una cultura architettonica decisamente più avanzata e, contemporaneamente, dettagli ancora arcaici, condizione peculiare di svariati manufatti locali, in cui le forme della tradizione tardogotica, cronicizzate soprattutto dalle maestranze locali, continuano ad avere un peso fortissimo. Le fonti documentarie datano alla prima metà del XVII secolo la costruzione della casa canonica di Vezza d'Oglio, durante il vicariato di don Giovanni Citroni, durato dal 1633 al 1680 (Franzoni, 2005, pp. 36, 94). È molto probabile che la fabbrica viene aperta dopo il "fortuito" e "spaventosissimo" incendio che, il giovedì santo 1 aprile 1627, in circa due ore riduce il borgo vecchio "in polvere", incenerendo "non solo le cose combustibili ma le pietre, e muraglie istesse" e mietendo una settantina di vittime (Biancardi, 1695). Anche l'antica chiesa parrocchiale, dirimpetto alla casa del parroco, viene distrutta in questo frangente e ricostruita dalle fondamenta con concorso indetto nel 1633. È ragionevole credere che i due portali in questione risalgano al medesimo cantiere e non siano elementi di recupero: anche lo sdoppiamento del manufatto su due ingressi separati e simmetrici sembra risentire di una qualche ricerca di complessificazione e movimentazione del prospetto propriamente seicentesca.

Portale della casa canonica, dettaglio di capitelli e trabeazione

Portale della casa canonica, dettaglio della base

Su questo portale, tuttavia, troviamo due capitelli del tutto simili a quelli della torre Federici, con differenze esclusivamente nelle foglie angolari, qui grasse e lisce, e nella definizione complessiva dell'abaco, mentre appaiono ancora due longilinee volute che si innestano verticalmente sul tondino inferiore, aprendosi poi in corrispondenza degli angoli. Questo capitello cozza decisamente con la modernità della trabeazione e della base. In particolare, la trabeazione presenta, oltre ad architrave e cornice ben modanate, un fregio pulvinato, memore perlomeno delle esperienze venete di Sansovino e Palladio e della trattatistica cinquecentesca, dal Libro IV del trattato di Serlio, del 1537, ai Quattro libri dell'architettura pubblicati da Palladio nel 1570. Anche la base è moderna e si rifà direttamente alla base attica, con qualche difficoltà a definire correttamente il profilo concavo della scozia. Notare anche l'assenza delle riquadrature sui fusti, altro dettaglio rivelatore di una cultura decisamente più moderna che ha ormai superato una pur radicatissima tradizione. Alla luce di ciò, lo scontro con i capitelli pseudo-corinzi appare ancora più rumoroso.

È quindi importante e fruttuoso valutare in senso artistico e architettonico manufatti che in genere rimangono in secondo piano o addirittura in ombra, poiché arte e architettura non coinvolgono solo il grande monumento, come la chiesa, il palazzo pubblico o la residenza nobiliare, ma anche le piccole espressioni formali del popolo più o meno ricco e acculturato, che tenta di allinearsi con le grandi correnti e a produrre opere non meno interessanti.

Bibliografia essenziale:
- B. Biancardi, Fundamenta istoriale del forte ed antico castello di Vione di Valcamonica bresciano colla descrizione di altre memorabili accidenti successi in Vione, 1695 (citazioni riprese da Franzoni, 2005).
- A. Bertolini, G. Panazza, Arte in Valcamonica, vol. II, Brescia, 1984.
- O. Franzoni, La parrocchia di Vezza d'Oglio nella storia, Breno, 2005.
- F. Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, vol. IV, Brescia, 1974.

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