Sui portali gemelli di palazzo Calini ai Fiumi

Palazzo Calini ai Fiumi è un gigantesco quanto sfuggente palazzo bresciano, articolato in quattro ali disposte attorno a due cortili e un piccolo parco, affacciato su due vie nel cuore del Carmine. Il complesso è frutto di una fabbrica secolare assai complessa, definita da più edifici circostanti inglobati e successivamente rimaneggiati, i quali ne hanno man mano allargato il perimetro[1].

Vista aerea di palazzo Calini ai Fiumi. A sinistra scorre via delle Battaglie, subito dopo la biforcazione con via Nino Bixio.

Rovina e abbandono in una chiesa dimenticata della provincia di Brescia

Chiesa dei Santi Faustino e Giovita, Vobarno.

Questa è la storia di un'architettura sfortunata. La chiesa dei Santi Faustino e Giovita di Vobarno è citata per la prima volta nel 1200 tra i beni del vescovo di Brescia nella corte di Vobarno. Alla visita pastorale di Domenico Bollani, avvenuta il 2 ottobre 1566, è già segnalata come senza dote, senza cure e amministrata da nessuno. Bollani, perentorio, fa mettere agli atti che si tolga l'altare, si otturino le fessure nelle pareti, si imbianchi tutto l'interno e si rifaccia il pavimento: in caso contrario, che la si tenga chiusa oppure la si demolisca. Un altro visitatore, don Cristoforo Pilati, il 12 febbraio 1574 la dice ancora non consacrata, sebbene la festa dei santi titolari vi venga celebrata (Colombo, 2010, p. 85).

Cosa (non) è la chiesa di San Faustino in Riposo a Brescia

La chiesa di San Faustino in Riposo a Brescia

Colpisce sempre la vista dell'architettura esterna del San Faustino in Riposo a Brescia, meravigliosa sopravvivenza romanica, praticamente un unicum per l'intero territorio. Stupisce questa sua forma così singolare, questo tronco di cono così insolito, e confrontarsi con qualcosa con cui non si ha dimestichezza visiva, con qualcosa che non si comprende a livello intuitivo, genera sempre stupore. In più, San Faustino in Riposo appare agli occhi di qualunque visitatore nel modo più spettacolare possibile: in fondo a un vicolo, fuori asse, leggermente ruotato, come un diamante che appare improvvisamente infitto tra le concrezioni architettoniche medievali della Brescia antica.
Una curiosità: la piazzetta accanto a Porta Bruciata da cui si diparte il vicoletto in mira alla chiesa è chiamata ab immemorabili slargo di Casolte (Lonati, 1993, p. 356). San Faustino in Risposo è il perfetto monumento medievale della città medievale: è un'architettura che esiste solo perché si trova lì e per come si trova lì, un'architettura che estraniata dal suo contesto non avrebbe alcun significato, se non quello di curiosa bizzarria, perché il contesto urbano entro cui si inserisce è prezioso tanto quanto l'edificio stesso.

Brescia ''urbs picta'' e due affreschi frammentari poco noti

Un noto esempio di architettura bresciana dipinta:
casa Vender in piazza Loggia, risalente al XV secolo
Siamo alla metà del Settecento quando l'intenditore d'arte, disegnatore e incisore francese Charles Nicolas Cochin, in compagnia del marchese di Marigny, giunge a Brescia per annotare ogni opera che possa essere di interesse artistico. Queste note confluiranno nel suo Voyage d'Italie, stampato a Parigi nel 1758. Il suo giudizio è laconico: «Non c'è gran che di architettura in questa città; vi si trova qualche architettura dipinta all'esterno, alla grande», ma «queste pitture non sono di grandi autori» (Cochin, 1758). Incredibilmente, in due scarne e impietose righe, Cochin riusciva a catturare un aspetto assai evidente della Brescia antica, oggi in gran parte perduto: la ricchezza delle decorazioni parietali esterne dei suoi edifici.

Le tecniche edilizie dell'architettura in un'incompiuta chiesa bresciana

Ono Degno, chiesa parrocchiale di San Zenone, esterno

Siamo a Ono Degno, frazione di Pertica Bassa a Brescia. Siamo nell'alta val Sabbia, nella valle del torrente Degnone, che dopo Ono Degno passa a Levrange e si immette nel Chiese a Vestone, tra Nozza e il lago d'Idro. Qui, all'inizio del XV secolo, la chiesa parrocchiale di San Zenone veronese era già florida, con terreni in Pertica Bassa molto fruttuosi e compartecipazioni nel mulino della comunità e nel forno fusorio ubicato a fondo valle. Il legame con le maestranze impiegate nel forno fusorio, in particolare, diventa determinante per la crescita del culto della Vergine e per l’abbellimento della chiesa stessa. Il "Libro de la scola de la Madona nel forno de Ho de la fraternita", iniziato nel 1527 e continuato fino al 1636, permette di ripercorrere la prima fase della costruzione della chiesa attuale con il concorso di numerosi artisti, prima dell’ultima e definitiva sistemazione avvenuta nel Settecento.
E’ proprio a partire da questi anni che matura l’idea della totale ricostruzione dell'edificio religioso, già ampiamente rimaneggiato nel XVI secolo. A partire dal rifacimento del presbiterio nel 1634. i lavori proseguono per tutto il Seicento fino alla metà del Settecento, quando viene definita la decorazione interna da parte di grandi artisti, tra i quali Stefano Bianchi, Domenico Zelbi, Paolo Corbellini e Pietro Scalvini.

Appunti per la storia della ex chiesa di San Tommaso a Brescia

Quasi nessuno conosce la chiesa di San Tommaso a Brescia, piccolo luogo di culto disperso nei vicoli trasversali tra contrada Santa Chiara e via San Faustino. Se passeggiamo lungo via Camillo Pulusella, noteremo un piccolo slargo a lato della via, sul quale si affaccia un edificio con tetto a due falde. Gli intonaci quasi del tutto scrostati lasciano in vista un palinsesto murario molto complesso e, in generale, l'edificio sembra aver visto tempi migliori. Si tratta della chiesa di San Tommaso. La sua fondazione è databile al Medioevo ed è inquadrabile come luogo di culto minore, funzionante più come oratorio che come chiesa autonoma, entro un contesto religioso che aveva come epicentro la chiesa patronale dei Santi Faustino e Giovita.

La ex chiesa di San Tommaso a Brescia lungo via Pulusella

Volti dal museo di Santa Giulia di Brescia

In questo articolo, un po' diverso dagli altri, esploriamo il museo di Santa Giulia di Brescia focalizzandoci sui volti raffigurati nelle centinaia di opere d'arte custodite. Il principale museo bresciano, con il suo ricchissimo patrimonio artistico, consente di esplorare questa particolare tematica spaziando dalla pittura su ogni supporto alla scultura su ogni materiale, dall'età romana alla moderna.
La rappresentazione del viso umano nella storia dell’arte è un argomento complesso ma affascinante, che può essere affrontato in modo scientifico o in modo più intuitivo e sensoriale. Scegliamo questa seconda strada per lasciarci trasportare tra le innumerevoli declinazioni che può assumere il volto umano nell'arte: dall'attenzione per la fisionomia e l'espressività all'immagine del divino, dal rapporto volto-anima al ritratto. Immergiamoci quindi nel tempio dell'arte bresciana per capire come gli artisti bresciani di ogni epoca e ruolo hanno interpretato il volto umano in tutte le sue possibile accezioni.

Aree dismesse: un recupero coraggioso deve passare dalla demolizione?

Iniziamo da una premessa. Come forse alcuni sanno, faccio parte dell'associazione culturale Progetto BresciaNuova, composta da un gruppo di giovani di diversa formazione che intendono prendersi cura di Brescia attraverso la valorizzazione e la progettazione urbana.
Il principale progetto che ci sta tenendo occupati è la campagna di promozione e sensibilizzazione sociale sul tema delle Casére, due grandi edifici del 1932 adibiti a conservazione del formaggio e superstiti della demolizione, avvenuta nel 2006, dei Magazzini Generali di Brescia lungo via Dalmazia. I progetti che si sono susseguiti da allora sul recupero dell'area, nessuno dei quali concretamente applicato, hanno man mano ribaltato l'approccio alle Casere: dopo essere state inizialmente conservate proprio perché giudicate edifici di pregio, nel corso degli anni l'opzione della loro demolizione ha preso sempre più piede finché la variante al Programma integrato di intervento, approvata in Consiglio comunale di Brescia il 30 dicembre 2014, ha nuovamente ridisegnato l'assetto dell'area includendo il loro abbattimento.
Da quel momento ha avuto inizio una campagna di sensibilizzazione per la loro salvaguardia, condotta in larga parte dall'associazione Progetto BresciaNuova. Complice l'incertezza finanziaria responsabile di un nuovo arenamento dei lavori, nel gennaio 2016 la nostra campagna ha dato i suoi frutti: la Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia ha accettato la richiesta di vincolo trasmessa dall’arch. Marco Fasser, funzionario dell'Ufficio Territoriale di Brescia, vincolo che attende ancora la formalizzazione. È infine recentissima (13 aprile 2016) la conclusione del bando della Loggia sui nuovi depositi comunali, con il quale più di un terzo delle Casere sono state destinate a deposito delle opere d'arte di Brescia Musei e delle scenografie del Ctb (Centro Teatrale Bresciano), mentre tutto il resto dello spazio, sia delle Casere sia dell'area circostante, rimane ancora oggi in forse.

Le Casére in una fotografia del 2015.

Un disegno seicentesco per l'antica chiesa di Sant'Alessandro a Brescia

L'interno della chiesa di Sant'Alessandro a Brescia, oggi
Nel 1645, nell'ombra dell'antica chiesa di Sant'Alessandro a Brescia dei frati Servi di Maria, scoppia una disputa tra una confraternita religiosa e i frati. Non era un fatto insolito all'epoca e i motivi della disputa non erano a sfondo teologico, ma economico. Come in tutte le chiese che conosciamo, anche in Sant'Alessandro vi era una successione di cappelle laterali: due di queste, poste progressivamente, erano la cappella dell'Addolorata, o dell'Habito, e la cappella dell'Annunziata. Accadde quindi che la Scuola dell'Annunziata, confraternita che gestiva l'omonima cappella, accese una disputa con i frati per stabilire l'appartenenza del "pilone" in comune tra le due cappelle e, di conseguenza, a chi spettassero le elemosine lasciate nella cassetta di legno montata su quel pilone. Una polemica gretta, ma necessaria: i frati Servi di Maria, titolari della chiesa e amministranti la cappella dell'Addolorata, consideravano il "pilone" di propria pertinenza, con annessi e connessi e dunque comprese le elemosine, mentre i confratelli dell'Annunziata ne rivendicavano il diritto di proprietà.

Buona Pasqua 2016 con un'ancona lignea di Stefano Lamberti

Arte bresciana augura a tutti i lettori una buona Pasqua, la principale festività del cristianesimo che celebra la resurrezione di Gesù al terzo giorno dopo la sua crocifissione. Per l'occasione, restiamo sul tema della Resurrezione e ci trasferiamo a Vezza d'Oglio per commentare un noto ma poco esplorato gruppo ligneo. Nella chiesa parrocchiale dedicata a san Martino, all'altare maggiore, si conserva una gigantesca opera plastica, certo la maggiore opera d'arte di Vezza d'Oglio: una ancona lignea, o soasa, del XVII-XVIII secolo, a due ordini sovrapposti, assegnata alla scuola dell'edolese Giovanni Domenico Ramus, vissuto a Vezza fino al 1697. In particolare, la soasa sarebbe un'opera del valtellinese Giovanni Battista Zotti, attivo ai primi del Settecento, con probabile collaborazione dei due valenti intagliatori locali Andrea e Francesco Clemente Buccella, documentati tra la fine del Seicento e la metà del Settecento (Franzoni, 2005, p. 93).
Nel cuore della gigantesca "macchina" è custodita una preziosa ancona cinquecentesca raffigurante un Cristo risorto tra i santi Giovanni Battista e Martino, costituita da un gruppo ligneo di tre statue montante entro un'architettura ad arco, il tutto dorato e policromato. Lo sfondo prevede una tavola dipinta con un lontano paesaggio coperto da un cielo nuvoloso, dal quale in primo piano emerge la colomba dello Spirito Santo circondata da sette testine di angeli, il tutto egualmente dorato.

Stefano Lamberti (?), Cristo risorto tra i santi Giovanni Battista e Martino vescovo,
anni 1520 ca (?), chiesa di San Martino, Vezza d'Oglio.

La cupola che non c'è

La chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia
La chiesa di Santa Maria del Carmine a Brescia non ha la cupola. Partiamo da questo assunto. La chiesa, nelle forme che oggi conosciamo, viene costruita a partire dal 1429 e sostanzialmente terminata a ridosso del 1500, in un lungo cantiere condotto a più riprese che non ha mai previsto una struttura del genere. A Santa Maria del Carmine, pertanto, non è mai esistita alcuna cupola, né ovviamente se ne riscontra una al giorno d'oggi, come si può vedere nella fotografia precedente, scattata dalle pendici del colle Cidneo. Ciò assodato, è curioso constatare la presenza di una cupola in un dipinto ottocentesco abbastanza noto nell'immaginario bresciano comune. Il quadro, che riporto di seguito, è un acquarello su carta di Antonio Tagliaferri (1835-1909), conservato in collezione privata bresciana. Alle spalle della facciata, dietro i pinnacoli in cotto, si vede chiaramente emergere una cupola strutturata alla maniera tipicamente bresciana o comunque lombarda, con un tamburo circolare finestrato e un tetto conoidale che converge in una lanterna. La finestra a bifora e la fascia di archetti gotici in cotto suggeriscono una presunta datazione della struttura coeva al resto della chiesa.

Buon 2016 da Arte bresciana con alcune ricorrenze artistiche di gennaio


Arte bresciana augura a tutti i lettori un buon 2016 e festeggia il suo primo anno di vita con un bilancio di 35 articoli pubblicati, un bilancio veramente ottimo per il quale posso solo ringraziare chi ha apprezzato questo blog e, anche indirettamente, mi ha spronato a proseguire nel mio lavoro. A causa di impegni di studio, la regolarità delle pubblicazioni non è stata purtroppo garantita come avrei voluto e ci sono state alcune battute d'arresto, ma alla fine ho sempre ritrovato il tempo e la possibilità di scrivere e condividere con tutti la mia passione per la storia, l'arte e l'architettura di Brescia e territorio. Una passione che, spero, assumerà nel prossimo futuro risvolti professionali più concreti.
Un anno intenso quindi, in cui ho condiviso con i miei lettori, fissi e occasionali, i temi più disparati: da sculture romaniche a chiese perdute, dai pittori rinascimentali all'architettura novecentesca, il tutto affrontato attraverso aspetti critici, formali, storici, tipologici, linguistici. Personalmente mi trovo soddisfatto del risultato ottenuto e spero in un 2016 egualmente proficuo, speranza realizzabile solo con l'appoggio di voi lettori, ai quali va tutta la mia stima e riconoscenza per riuscire a trovare, ogni tanto, cinque minuti da dedicare alla lettura di questo mio piccolo angolo di riflessioni d'arte.