Volti dal museo di Santa Giulia di Brescia

In questo articolo, un po' diverso dagli altri, esploriamo il museo di Santa Giulia di Brescia focalizzandoci sui volti raffigurati nelle centinaia di opere d'arte custodite. Il principale museo bresciano, con il suo ricchissimo patrimonio artistico, consente di esplorare questa particolare tematica spaziando dalla pittura su ogni supporto alla scultura su ogni materiale, dall'età romana alla moderna.
La rappresentazione del viso umano nella storia dell’arte è un argomento complesso ma affascinante, che può essere affrontato in modo scientifico o in modo più intuitivo e sensoriale. Scegliamo questa seconda strada per lasciarci trasportare tra le innumerevoli declinazioni che può assumere il volto umano nell'arte: dall'attenzione per la fisionomia e l'espressività all'immagine del divino, dal rapporto volto-anima al ritratto. Immergiamoci quindi nel tempio dell'arte bresciana per capire come gli artisti bresciani di ogni epoca e ruolo hanno interpretato il volto umano in tutte le sue possibile accezioni.

Aree dismesse: un recupero coraggioso deve passare dalla demolizione?

Iniziamo da una premessa. Come forse alcuni sanno, faccio parte dell'associazione culturale Progetto BresciaNuova, composta da un gruppo di giovani di diversa formazione che intendono prendersi cura di Brescia attraverso la valorizzazione e la progettazione urbana.
Il principale progetto che ci sta tenendo occupati è la campagna di promozione e sensibilizzazione sociale sul tema delle Casére, due grandi edifici del 1932 adibiti a conservazione del formaggio e superstiti della demolizione, avvenuta nel 2006, dei Magazzini Generali di Brescia lungo via Dalmazia. I progetti che si sono susseguiti da allora sul recupero dell'area, nessuno dei quali concretamente applicato, hanno man mano ribaltato l'approccio alle Casere: dopo essere state inizialmente conservate proprio perché giudicate edifici di pregio, nel corso degli anni l'opzione della loro demolizione ha preso sempre più piede finché la variante al Programma integrato di intervento, approvata in Consiglio comunale di Brescia il 30 dicembre 2014, ha nuovamente ridisegnato l'assetto dell'area includendo il loro abbattimento.
Da quel momento ha avuto inizio una campagna di sensibilizzazione per la loro salvaguardia, condotta in larga parte dall'associazione Progetto BresciaNuova. Complice l'incertezza finanziaria responsabile di un nuovo arenamento dei lavori, nel gennaio 2016 la nostra campagna ha dato i suoi frutti: la Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia ha accettato la richiesta di vincolo trasmessa dall’arch. Marco Fasser, funzionario dell'Ufficio Territoriale di Brescia, vincolo che attende ancora la formalizzazione. È infine recentissima (13 aprile 2016) la conclusione del bando della Loggia sui nuovi depositi comunali, con il quale più di un terzo delle Casere sono state destinate a deposito delle opere d'arte di Brescia Musei e delle scenografie del Ctb (Centro Teatrale Bresciano), mentre tutto il resto dello spazio, sia delle Casere sia dell'area circostante, rimane ancora oggi in forse.

Le Casére in una fotografia del 2015.

Un disegno seicentesco per l'antica chiesa di Sant'Alessandro a Brescia

L'interno della chiesa di Sant'Alessandro a Brescia, oggi
Nel 1645, nell'ombra dell'antica chiesa di Sant'Alessandro a Brescia dei frati Servi di Maria, scoppia una disputa tra una confraternita religiosa e i frati. Non era un fatto insolito all'epoca e i motivi della disputa non erano a sfondo teologico, ma economico. Come in tutte le chiese che conosciamo, anche in Sant'Alessandro vi era una successione di cappelle laterali: due di queste, poste progressivamente, erano la cappella dell'Addolorata, o dell'Habito, e la cappella dell'Annunziata. Accadde quindi che la Scuola dell'Annunziata, confraternita che gestiva l'omonima cappella, accese una disputa con i frati per stabilire l'appartenenza del "pilone" in comune tra le due cappelle e, di conseguenza, a chi spettassero le elemosine lasciate nella cassetta di legno montata su quel pilone. Una polemica gretta, ma necessaria: i frati Servi di Maria, titolari della chiesa e amministranti la cappella dell'Addolorata, consideravano il "pilone" di propria pertinenza, con annessi e connessi e dunque comprese le elemosine, mentre i confratelli dell'Annunziata ne rivendicavano il diritto di proprietà.