Aree dismesse: un recupero coraggioso deve passare dalla demolizione?

Iniziamo da una premessa. Come forse alcuni sanno, faccio parte dell'associazione culturale Progetto BresciaNuova, composta da un gruppo di giovani di diversa formazione che intendono prendersi cura di Brescia attraverso la valorizzazione e la progettazione urbana.
Il principale progetto che ci sta tenendo occupati è la campagna di promozione e sensibilizzazione sociale sul tema delle Casére, due grandi edifici del 1932 adibiti a conservazione del formaggio e superstiti della demolizione, avvenuta nel 2006, dei Magazzini Generali di Brescia lungo via Dalmazia. I progetti che si sono susseguiti da allora sul recupero dell'area, nessuno dei quali concretamente applicato, hanno man mano ribaltato l'approccio alle Casere: dopo essere state inizialmente conservate proprio perché giudicate edifici di pregio, nel corso degli anni l'opzione della loro demolizione ha preso sempre più piede finché la variante al Programma integrato di intervento, approvata in Consiglio comunale di Brescia il 30 dicembre 2014, ha nuovamente ridisegnato l'assetto dell'area includendo il loro abbattimento.
Da quel momento ha avuto inizio una campagna di sensibilizzazione per la loro salvaguardia, condotta in larga parte dall'associazione Progetto BresciaNuova. Complice l'incertezza finanziaria responsabile di un nuovo arenamento dei lavori, nel gennaio 2016 la nostra campagna ha dato i suoi frutti: la Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia ha accettato la richiesta di vincolo trasmessa dall’arch. Marco Fasser, funzionario dell'Ufficio Territoriale di Brescia, vincolo che attende ancora la formalizzazione. È infine recentissima (13 aprile 2016) la conclusione del bando della Loggia sui nuovi depositi comunali, con il quale più di un terzo delle Casere sono state destinate a deposito delle opere d'arte di Brescia Musei e delle scenografie del Ctb (Centro Teatrale Bresciano), mentre tutto il resto dello spazio, sia delle Casere sia dell'area circostante, rimane ancora oggi in forse.

Le Casére in una fotografia del 2015.



Nei mesi scorsi, in attesa di nuovi sviluppi, come associazione Progetto BresciaNuova abbiamo redatto un progetto di massima per il recupero dei due edifici, che è stato presentato per la prima volta alla cittadinanza bresciana il 29 marzo 2016 al Caffè Letterario Primo Piano di Brescia nell'ambito di un ciclo di conferenze dedicate al recupero delle aree dismesse esistenti in territorio bresciano. La conferenza ha avuto un significativo riscontro nell'interesse dei partecipanti, che sono intervenuti con numerose domande tese soprattutto ad approfondire alcuni aspetti tecnici del nostro progetto e altre tematiche più vaste riguardanti i possibili approcci al tema delle aree dismesse e del loro recupero. In particolare, l'imprenditore e scrittore Alessandro Belli è intervenuto sottolineando che sebbene la politica del recupero funzionale degli edifici industriali dismessi sia valida sotto numerosi aspetti, bisognerebbe avere il «coraggio di demolire». Seguendo anche alcune esperienze estere, ciò consentirebbe di liberarci definitivamente di tante vecchie strutture, il cui recupero è sempre laborioso e oneroso, per lasciare spazio a qualcosa che è veramente nuovo.
Questo punto di vista, certo controcorrente, è stato ribadito da Belli anche con un commento sulla pagina facebook della nostra associazione, sempre relativo alla serata del 29 marzo, in cui lancia un appello «ai giovani architetti: cercate con serietà e attenzione il confine fra nuovo e vecchio! Non tutti gli edifici dismessi vanno conservati. Solo alcuni. Ci vuol un po' di coraggio anche per far spazio e per progettare edifici o situazioni modernissime, contemporanee che ci preparino a vivere il futuro».
Già in un'opinione pubblicata il 22 dicembre 2015 dal quotidiano online Bsnews (qui il link all'articolo) Belli anticipava gli stessi contenuti, ossia rivendicava il diritto di «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città», paventando il rischio che i nuovi, ferrei criteri alla programmazione edilizia suscitino una «inimicizia per le nuove edificazioni e per l'arricchimento edilizio». Questo mio articolo è dunque in risposta al punto di vista di Sandro Belli.

L'appello al coraggio di atterrare il vecchio per lasciar spazio al nuovo è interessante e certo provocatorio. Non è questa la sede per smentirlo e, in fondo, non ne varrebbe neppure la pena, dato che effettivamente lo si può elevare a espressione di un sentimento diffuso: passeggiamo per le nostre città e vediamo edilizia scriteriata senza fine, sorta dal nulla generalmente dal secondo dopoguerra in poi senza alcuna programmazione complessiva. Vediamo edilizia antiquata, obsoleta dal punto di vista tipologico, distributivo, energetico, e spesso giudicata anche brutta.
Ultimo ma non ultimo, la vediamo calata in un sistema urbanistico mediamente inadeguato, pianificato senza alcuna lungimiranza o senso d'insieme. Spesso, osservando alcune periferie disastrate, alcuni quartieri mal progettati, alcune aree industriali dismesse ormai inglobate tra le residenze, il sentimento d'impulso è uno solo: demoliamo e ricostruiamo da zero. È un sentimento comune, che psicologicamente risponde a una volontà, più o meno espressa, di cancellare gli errori del passato o, perlomeno, di mettervi mano senza scendere ad alcun compromesso con essi, senza sottostare ad alcun dialogo con ciò che è stato e si ritiene attualmente irrecuperabile.
Al posto di questi orrori ci auspichiamo nuovi spazi, nuove architetture, nuovi ambienti di vita sicuramente migliori, conformi a nuove esigenze, il cui divario col passato è talmente grande che non riusciamo a concepirli entro quegli stessi, vecchi edifici recuperati. Con ciò che è vecchio e brutto non può esistere un compromesso che consenta la piena espressione del nuovo: qualsiasi tentativo di commistione ne amputerebbe gli arti.

Sono sicurissimo che la pensava così anche la Commissione Conservatrice dei Monumenti d’Arte e di Antichità (!) quando, nel 1863, tuonava che la chiesa di San Domenico a Brescia «non offre internamente di preziosa architettura che possasi reputare peccato abbatterla, che se si volge l'occhio alla facciata, certo se ne direbbe un peccato la conservazione» (Treccani, 1988, p. 35).
Nel 1883 la chiesa di San Domenico di Brescia, fondata nel 1218 da san Domenico di Guzmán in persona e dismessa dal 1797, veniva tristemente abbattuta: la straordinaria volta affrescata da Tommaso Sandrino e dai Fiammenghini atterrata, un immenso patrimonio artistico disgregato, la cappella del Rosario opera cinquecentesca di Giulio Todeschini abbattuta e il suo altare venduto a Londra tra le tesissime polemiche sui giornali locali, il famoso "Brescia altar" del Brompton Oratory.
Al posto del colosso seicentesco, capolavoro di Pier Maria Bagnadore, venivano eretti dei bagni pubblici: bagni pubblici al posto di una chiesa, un guadagno perfetto per la modernissima società ottocentesca. D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».
  

  

A sinistra,  una fotografia della chiesa di San Domenico a Brescia nel 1881 circa (AFDCM, A 196-3118), poco prima della demolizione, quando l'edificio era dismesso già da diversi decenni. Lungo la navata della chiesa, sulla sinistra della foto, emerge il volume della cinquecentesca cappella del Rosario. A destra, una fotografia della situazione attuale, approssimativamente dallo stesso punto di vista, con l'ex palazzo Stipel costruito nel 1952.
Ma si sa, Brescia ha la medaglia d'oro in questo: in tanti secoli di storia, i bresciani sono stati in grado di cancellare meraviglie "dismesse" per sostituirle con quanto di più generico vi fosse. Infatti, dato che l'Ottocento non aveva infierito abbastanza sul San Domenico, nel 1952 vengono abbattuti i bagni pubblici per costruirvi il cubo della Stipel su progetto di Mario Moretti, mentre nel 1954 l'amministrazione comunale, con sindaco Bruno Boni, deliberava un bando per la completa "riqualificazione" dell'ex monastero domenicano e dell'antico Ospedale Grande: per riqualificazione si intendeva la demolizione di tutte le strutture cinque-seicentesche con ricostruzione ex novo di modernissimi edifici, tra i quali solo la nuova Camera di Commercio di Bruno Fedrigolli offriva uno spiraglio di qualità architettonica.
Ma attenzione, «non occorrerà distruggere nulla all'infuori delle cadenti mura di un vecchio ospedale e dei suoi miserabili padiglioni da lazzaretto [...]. Brescia avrà dunque il nuovo centro con le sue banche, i suoi uffici, i suoi negozi, i suoi caffè, i suoi luoghi di ritrovo. Senza provocare, una volta tanto, vittime illustri e demolizioni ingiustificate» (da Il volto del nuovo centro cittadino in una illustrazione alla radio, "Giornale di Brescia", 16 dicembre 1955, si veda anche Robecchi, 2006, p. 158). I "miserabili padiglioni da lazzaretto" non ingiustificatamente demoliti in quell'occasione li vediamo nelle immagini seguenti, mentre gli splendori del "nuovo centro di Brescia" sono affrontati in due recenti articoli qui e qui. D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».
   

  

A sinistra,  una fotografia del chiostro maggiore del monastero di San Domenico a Brescia risalente alla metà del Novecento circa (AFDCM, E 316-3338). A destra, lo stesso chiostro, oggi, dopo i lavori degli anni 1950-1960 che lo hanno inglobato nelle nuove strutture. Il perimetro coperto del chiostro è ridotto a corridoio di smistamento tra i vari accessi, mentre il quadrilatero centrale non è più fruibile in quanto solcato dalle prese di aerazione di un parcheggio interrato.

Francesco Battaglioli, Francesco Zucchi, L'Ospedale degli Incurabili e il Conservatorio delle Orfanelle della Pietà, incisione tratta da A. Sambuca, Memorie istorico-critiche intorno all'antico stato de' Cenomani ed ai loro confini, Brescia, 1750. L'incisione mostra l'angolo tra le attuali via Moretto e via Gramsci verso piazzetta San Domenico. A destra, lungo via Gramsci, il lungo prospetto dell'Infermeria Grande dell'Ospedale. Al centro, il portico in testata all'Infermeria, seguito dal fronte della chiesa della Pietà. Subito a sinistra, in secondo piano, la cappella del Rosario laterale alla chiesa di San Domenico, la cui facciata rimane occultata dietro la chiesa della Pietà.

L'immensa Infermeria Grande dell'Ospedale degli Incurabili di Brescia nell'unica fotografia pervenutaci, scattata negli anni 1950 (AFDCM). La parete finestrata corrisponde al lungo prospetto su via Gramsci visibile nella precedente incisione settecentesca. L'ambiente, costruito nella prima metà del Cinquecento, è stato demolito alla fine degli anni 1950.
   

  

Due fotografie (AFDCM), rispettivamente da nord e da sud, del prospetto su via Gramsci della cinquecentesca Infermeria Grande dell'Ospedale degli Incurabili a Brescia, prima della demolizione avvenuta alla fine degli anni 1950.

I prospetti dei condomini e palazzi di uffici che, a partire dagli anni 1960,
hanno preso il posto dell'Infermeria Grande.

La straordinaria biblioteca del monastero di San Domenico a Brescia in una fotografia del 1937 circa (AFDCM, D 42-542), quando era già stata convertita in reparto ospedaliero. L'esile e leggerissima struttura, retta da colonne doriche con alti pulvini e coperta da volte a crociera, era probabilmente opera di Pier Maria Bagnadore con datazione ai primi del Seicento. Anche questo ambiente è stato demolito alla fine degli anni 1950.
E si può continuare ancora. A partire dal 1626 viene distrutta l'ormai inutilizzata cappella di San Giorgio nel Broletto, costruita e decorata tra il 1414 e il 1419 con un ciclo di affreschi di Gentile da Fabriano, appositamente chiamato a Brescia da Pandolfo III Malatesta (Volta, 1993, p. 81). Mentre immediatamente a sud si innalzava la bellissima loggia Da Lezze, forse su progetto di Baldassarre Longhena, al posto della cappella malatestiana sorgeva non si sa bene che stanzone, un ambiente di servizio alla loggia stessa: sale anonime al posto di Gentile da Fabriano.
Tanto per intenderci, quella cappella da sola varrebbe oggi per Brescia, come importanza nella storia dell'arte e come volano turistico e culturale, più del Capitolium. E ci volle certamente molto coraggio per alzare il piccone su quegli affreschi, rivestiti da inserti in oro, argento e oltremarini (Seccamani, 1989, pp. 181-186). D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».

Gentile da Fabriano, Veduta di città, 1414-1419, affresco, frammento di
lunetta già parte del ciclo della cappella di San Giorgio, conservato
nei sottotetti del Broletto di Brescia.
Anche la chiesa di Ognissanti era un piccolo e magnifico luogo di culto che, a partire dalla fondazione in epoca longobarda, aveva resistito a tutte le peripezie del tempo, giungendo all'Ottocento nella bellissima veste romanica assunta nel XII-XIII secolo. Dipinti e memorie ne ricordano l'armoniosa abside in blocchi di medolo che si affacciava lungo via delle Barricate, salendo su per il castello, con le sue lesenine, i suoi archetti e monofore, la cupoletta in pietra.
Ormai sconsacrata, razziata, profanata e ignorata, la chiesa di Ognissanti viene demolita nel 1892 (Lonati, 1989, pp. 103-104) e oggi, al suo posto, c'è un'insignificante palazzina novecentesca. D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».

 Disegno di Gabriele Rottini della prima metà dell'Ottocento raffigurante
via delle Barricate a Brescia con l'abside della chiesa di Ognissanti (Fototeca Musei Civici).
A sinistra, sullo sfondo, emergono la cupola del Duomo nuovo e la torre del Broletto.
Durante i bombardamenti di Brescia della Seconda Guerra mondiale, uno degli obiettivi presi di mira dall'aeronautica alleata è la caserma dell'Artiglieria sita nell'ex monastero di Sant'Alessandro, già dei frati Servi di Maria. L'antico monastero quattrocentesco si articolava attorno a due grandi chiostri quadrangolari e, all'angolo tra la piazzetta e corso Cavour, sorgeva la "casa della Quadra", funzionante per secoli come aula civica per consigli di quartiere ante litteram, con murata in facciata una lapide che ne ricordava la costruzione nel 1465 (Panazza, 1980, p. 126). Le bombe alleate fanno numerosi danni, tra cui la distruzione di parte dei chiostri e della casa della Quadra. Negli anni seguenti, il rettangolo dell'ex monastero viene praticamente abbandonato e gli edifici dismessi, una volta sgombrate le macerie, vengono parzialmente demoliti.
Per questa formidabile area dismessa, il destino non aveva in serbo nulla di buono: negli anni 1960, con l'erezione del condominio Sant'Alessandro e strutture annesse, viene perpetrato il peggiore delitto nella storia dell'architettura bresciana, palazzoni «troppo alti e di nessun gusto architettonico» come già lamentava il Panazza vent'anni dopo (Panazza, 1980, p. 126). Il condominio Sant'Alessandro è il perfetto esempio di edificio che è tutto ciò che non dovrebbe essere: sbagliata l'altezza, sbagliate le linee, sbagliata la volumetria, sbagliati i materiali, sbagliato il colore, nessun pregio architettonico, nessun dialogo con il contesto, nessun rapporto con la città. D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite [o peggio!] e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».

La chiesa di Sant'Alessandro a Brescia in una fotografia del 1940 circa (Ateneo di Brescia). A sinistra si vede il fabbricato, di profilo basso e contenuto, già sede del monastero annesso alla chiesa e variamente riutilizzato a partire dall'Ottocento.
Il fronte nord di piazzetta Sant'Alessandro a Brescia dopo il bombardamento del 2 marzo 1945 (AFDMC, A 288-3034). La quattrocentesca "casa della Quadra", all'angolo con corso Cavour, è completamente distrutta e il resto degli edifici è gravemente danneggiato.
Il fronte nord di piazzetta Sant'Alessandro a Brescia oggi, occupato dal condominio Sant'Alessandro.
E non possiamo dimenticare le demolizioni di età fascista avvenute a Brescia tra gli anni 1930 e 1940. Lasciando da parte l'operazione di piazza Vittoria, che esula dallo specifico tema di "recupero delle aree dismesse", come non ricordare la chiesa e il dismesso monastero di Santa Caterina lungo via Marsala, atterrati con tutte le loro pitture del XIV-XV-XVI secolo nel 1937-1938 per far posto all'incombente palazzo dell'Agenzia delle Entrate?
E il monastero dei Santi Giacomo e Filippo in via Nino Bixio? Un monastero antichissimo pure dismesso, con un grande chiostro ionico cinquecentesco su due livelli e una chiesa moderna costruita preservando la chiesa medievale romanica, sopravvissuta integra accanto a quella nuova. Stratificazioni architettoniche allucinanti, quasi senza pari in Brescia. Tutto demolito nel 1935 per costruire la Casa del Balilla, oggi scuola elementare. D'altra parte, sappiamo bene che dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città».

Francesco Omodei, Pianta della chiesa e del convento dei Santi Giacomo e Filippo a Brescia, 1838 (Archivio di Stato di Brescia, Intendenza di Finanza, m. 97, fascicolo "Brescia - Monastero Santi Giacomo e Filippo"). Nella pianta si riconoscono la chiesa seicentesca in basso a destra, con facciata su via delle Battaglie e, poco più in alto a sinistra, il grande chiostro ionico cinquecentesco. Parallelo al lato sud del chiostro, dietro l'abside della chiesa moderna, si trova un edificio rettangolare con abside quadrato e una grande cappella laterale, identificabile con la chiesa romanica del XII-XIII secolo. Tutto il complesso raffigurato in questa pianta è stato demolito nel 1935, tranne la chiesa moderna.
Ogni epoca storica, ogni Brescia ha avuto il suo pensatore secondo cui dobbiamo «poter demolire con coraggio il vecchio per far spazio ad una nuova edilizia che, con la sua nuova volumetria, pareggi le cubature demolite e contribuisca ad evitare il degrado delle nostre città». Brescia ha avuto moltissimi Alessandro Belli ad auspicare il piccone sul dismesso. Ma ha avuto un solo San Domenico. Ha avuto un solo Ognissanti. Un solo Gentile da Fabriano. Un solo edificio come le Casére.
Ciò che accomuna i casi brevemente presentati, infatti, è la totale mediocrità degli edifici che sono stati imposti sul sedime di quelli più antichi, meravigliosi, dismessi e demoliti per costruirvi quella mediocrità. In genere, ciò è causato da un'ottica del "moderno" falsata e irresponsabile, dove l'ansia di rispondere a rinnovate esigenze mette a tacere ogni scrupolo, lasciando che in cantiere arrivino i muratori prima degli architetti. Forse non rimpiangeremmo più di tanto Gentile da Fabriano se, alla prima metà del Seicento, la cappella del Broletto fosse stata cancellata da un totale rifacimento ad opera di un Guercino o un Guido Reni. Forse non rimpiangeremmo più di tanto i maestosi ambienti dell'Ospedale Grande se, nel 1954, avessero lasciato il posto a una creazione di Le Corbusier.

Perché il punto è proprio questo. La pura lamentela sull'avvenuta demolizione di un'architettura, di per sé, è sterile e superficiale. Se nell'XI-XII secolo la basilica paleocristiana di Santa Maria de Dom non fosse stata demolita, oggi non avremmo il Duomo vecchio. E pure Santa Maria de Dom non sarebbe sorta senza la demolizione, nel VI secolo, dei precedenti edifici romani dismessi, forse un complesso termale. Se alla metà del Cinquecento non fosse stato demolito il palazzetto dei conti Martinengo Cesaresco in via Trieste, oggi non avremmo lo straordinario palazzo rinascimentale sede dell'Università Cattolica. La storia di tutte le città presuppone una progressiva stratificazione di edifici che si sostituiscono a quelli vecchi.
Ma se già la demolizione è una circostanza poco auspicabile perché comporta che lo stato di fatto di un edificio sia cancellato per sempre, fa ancor più danno una cattiva ricostruzione. Non si deve demolire qualcosa di unico, benché dismesso, per costruire al suo posto una mediocrità. Serve coraggio a demolire, ma ne serve di più a conservare. E serve ancora più coraggio a ricostruire qualcosa di buono, qualcosa di veramente nuovo, unico, che sia in grado di relegare i rimpianti a un velato sentimento di sottofondo. Ricordiamoci che per prendere a picconate un muro vecchio ci vuole pochissimo tempo e pochissima coscienza, ma per ricostruire bene ci vuole molto più tempo e moltissima più coscienza.

Magazzini Generali di Brescia, l'enorme silos del grano costruito nel 1932 in una fotografia del 1975.
L'edificio è stato demolito nel 2006.

Magazzini Generali di Brescia, illustrazione del 1932 raffigurante il magazzino del grano in sacchi,
poi convertito in magazzino doganale. 
L'edificio è stato demolito nel 2006.
E dunque, che fare con i Magazzini Generali? Straordinario cardine dell'economia bresciana del Novecento, pregevoli strutture in calcestruzzo armato all'avanguardia fin dalla loro costruzione nel 1932, celebrate da fotografie e pubblicazioni, tutto è stato dismesso alla fine degli anni 1980 e infine demolito in silenzio nel 2006. Rimangono le Casére, frammento superstite di quell'ormai lontana realtà. Perché quando Alessandro Belli parla di avere il coraggio di demolire, quando dice che non tutti gli edifici vecchi si possono conservare, forse non si rende conto che quest'area ha già dato in fatto di demolizioni. Si volevano demolire anche le Casére, fortunatamente un sussulto della Soprintendenza le ha salvate da un'operazione scriteriata che avrebbe cancellato qualcosa di unico per costruire qualcosa di assolutamente ordinario: un supermercato e un paio di condomini.
Perché la Storia non è nuova a questo ragionamento: quando, nel XVI secolo, la Moschea di Cordova venne riadattata al culto cristiano inserendovi all'interno una cattedrale, lo stesso imperatore Carlo V si lamentò con i progettisti dicendo che «avete distrutto una cosa unica al mondo e avete messo al suo posto qualcosa che si può vedere dappertutto». Vogliamo demolire le Casére per mettervi qualcosa che si vede dappertutto - un supermercato e un paio di condomini? Ormai non si può più fare e, checché se ne dica, è già una grandissima vittoria.
Dei Magazzini Generali, invece, non restano che campi costellati di crateri e sterpaglie. Vogliamo sul serio costruirvi un paio di condomini? Non è questa la strada giusta, non è questo l'approccio. Il futuro concreto delle Casére e dell'area circostante è ancora oggi in gran parte fumoso. Facciamo in modo che i nostri figli e nipoti possano ammirare ciò che vi verrà realizzato senza provare rimpianti.

Bibliografia citata:
- R. Lonati, Catalogo illustrato delle Chiese di Brescia : aperte al culto, profanate e scomparse con un appendice per cappelle, discipline e oratori, Brescia 1989-1993
- G. Panazza, Il volto storico di Brescia, vol. III, Le mura, gli spalti e le porte, il castello, le piazze, Brescia, 1980.
- F. Robecchi, Brescia fra Ricostruzione e Boom, Brescia, 2006.
- R. Seccamani, Ricerche e recupero degli affreschi di Gentile da Fabriano nella Cappella di S. Giorgio al Broletto in AA. VV., Atti di studi malatestiani di Brescia, II, Rimini, 1989.
- G. P. Treccani, Questioni di "patrii monumenti". Tutela e restauro a Brescia, Brescia, 1988.
- V. Volta, Il Broletto e la Cittadella, Brescia, 1993.

AFDCM: Archivio Fotografico Direzione Civici Musei di Brescia

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