Brescia ''urbs picta'' e due affreschi frammentari poco noti

Un noto esempio di architettura bresciana dipinta:
casa Vender in piazza Loggia, risalente al XV secolo
Siamo alla metà del Settecento quando l'intenditore d'arte, disegnatore e incisore francese Charles Nicolas Cochin, in compagnia del marchese di Marigny, giunge a Brescia per annotare ogni opera che possa essere di interesse artistico. Queste note confluiranno nel suo Voyage d'Italie, stampato a Parigi nel 1758. Il suo giudizio è laconico: «Non c'è gran che di architettura in questa città; vi si trova qualche architettura dipinta all'esterno, alla grande», ma «queste pitture non sono di grandi autori» (Cochin, 1758). Incredibilmente, in due scarne e impietose righe, Cochin riusciva a catturare un aspetto assai evidente della Brescia antica, oggi in gran parte perduto: la ricchezza delle decorazioni parietali esterne dei suoi edifici.
La fama di Brescia come urbs picta è abbastanza nota e ancora oggi avvertibile grazie a una consistente mole di frammenti, più o meno ben conservati, che fanno capolino sulle strade di quasi tutto il centro storico tra intonaci novecenteschi, finestre di apertura posteriore e danneggiamenti vari. Benché le tipologie e le datazioni (dal XIV al XX secolo) siano estremamente diversificate, queste pitture hanno sempre risposto a un'esigenza comune e immutata: operare un intervento pittorico su superfici murarie visibili agli abitanti della città per donargli una valenza estetica, oltre che veicolare messaggi etici, politici e religiosi.

Il momento di maggior affermazione della decorazione a fresco dei muri bresciani si ha tra XV e XVI secolo, soprattutto per quanto riguarda le decorazioni profane. Le antiche guide di Brescia, soprattutto quelle di Averoldo e Carboni, danno un'immagine della città praticamente rivestita di pitture, una città in cui il "decoro" portato dalla pittura delle facciate diventava fonte essenziale della stessa immagine architettonica. Si parla, quindi, di pittura funzionale all'architettura e non fine a sé stessa.
Questa consuetudine ha inizio almeno nel Trecento, quando le case bresciane iniziano a presentare le prime parti esterne dipinte, soprattutto finti elementi architettonici a integrazione dell'architettura reale quali mattoni, bugnati e cornici, con un embrionale effetto geometrico giocato sulla policromia. Palazzo Caprioli in via Capriolo è un noto esempio, così come il palazzo forse Avogadro all'angolo tra corso Garibaldi e via Marsala, con affreschi a cavallo tra Trecento e Quattrocento.

Palazzo Caprioli all'angolo tra via Elia Capriolo e via delle Grazie, le cui pareti esterne
sono ricoperte da affreschi ornamentali relativi ad almeno tre epoche dal XIV al XVII secolo

Palazzo Avogadro (?) in corso Garibaldi con affreschi parietali del XIV-XV secolo

Nel Quattrocento i motivi decorativi e figurati si evolvono e si estendono a vaste superfici murarie, diversificandosi anche nelle tipologie: riquadri, motivi geometrici, fasce policrome, arcatelle, finte architetture, senza mai lasciarsi alle spalle la tradizione trecentesca di segnare cornici, archi e lunette con motivi unitari, spesso racemi vegetali. Anche le figure, relegate nel Trecento a settori specifici quali gli intradossi delle finestre e le lunette, vengono ora utilizzate con più libertà. Di questa epoca si ricordano almeno i fronti di palazzo Calzavelia in via Dante e delle case di vicolo San Paolo n. 5 e via F.lli Bandiera n. 16.
Nel Cinquecento le scene figurate entro grandi riquadri architettonici diventando parte sostanziale della urbs picta, mentre entro le cornici e i fregi si localizzano girali, candelabre e grottesche prima di gusto rinascimentale e poi via via sempre più manieristico. Si vedano i frammenti di affresco sul palazzo in via dei Musei n. 47 e, soprattutto, il vastissimo ciclo freschivo delle Case del Gambero, eseguito da Lattanzio Gambara nel 1555-1557 con scene mitologiche (si veda Piazza, 2014, pp. 280-285).

Casa in vicolo San Paolo n. 5, dettaglio degli affreschi frammentari, databili al XV secolo

Palazzo Calzavelia in via Dante, dettaglio degli affreschi geometrici in facciata,
risalenti all'ultimo quindicennio del XV secolo

Lattanzio Gambara, Scena di combattimento, affresco, 1555-1557 circa, pinacoteca
Tosio Martinengo di Brescia, proveniente dalle Case del Gambero

Dal Seicento in poi l'attitudine a decorare le facciate esterne degli edifici conosce una consistente riduzione, fin quasi a scomparire. L'affresco parietale esterno assume un ruolo secondario, spesso totalmente assimilato all'architettura, come sulla facciata della chiesa di Santa Maria della Carità o di palazzo Maggi Gambara in piazza del Foro.
Il Settecento è soprattutto l'epoca delle scene sacre che compaiono su svariati edifici privati, ma di tipologia ricorrente: un tema sacro, spesso una Annunciazione o una Natività, più raramente immagini di Cristo, dipinta in grandi dimensioni entro cornici in stucco o in pietra, di forma tondeggiante o mistilinea. Si tratta di pitture di natura totalmente diversa da quelle che si affastellavano sui muri quattro-cinquecenteschi, rispondenti a esigenze assai mutate e assimilabili alle cosiddette "santelle".

Chiesa di Santa Maria della Carità a Brescia, facciata. Si notino le finte nicchie con affreschi

Palazzo Maggi Gambara in piazza del Foro, con facciata ornata da affreschi settecenteschi

Se i restauri e le ricostruzioni tra Seicento e Settecento avevano già contribuito non poco a obliare le facciate dipinte dei secoli precedenti, è soprattutto a partire dall'Ottocento che si hanno le peggiori perdite in termini quantitativi. La progressiva cancellazione della urbs picta viene veicolata da profonde ristrutturazioni, demolizioni e un inarrestabile degrado, unitamente a cambi di destinazione d'uso e una deliberata noncuranza dell'antico.
Valgano come esempio su tutti i citati riquadri delle Case del Gambero: nel 1797 la proprietà delle case-bottega, in gran parte comunale fin dalla loro costruzione nel Cinquecento, viene ceduta ai privati, dando inizio a una giostra di compravendite e passaggi di mano che hanno lasciato il segno. Venuta meno la salvaguardia dell'ente pubblico, venuta meno la gestione d'insieme, le Case del Gambero vengono investite da un'ondata di cambi d'uso, nuove porte, nuove finestre e sovralzi. Mentre l'unitarietà architettonica degli edifici di Ludovico Beretta subisce un duro colpo, lo straordinario ciclo del Gambara scompare: alcuni riquadri vengono strappati e finiscono un po' in pinacoteca Tosio Martinengo, un po' in vari musei extranazionali, altri vengono dilaniati dal piccone, altri consumati dall'incuria, altri sopravvivono ancora oggi in condizioni precarie.

La situazione degradata dei muri esterni di Brescia è durata circa duecento anni e si è in gran parte conclusa alla fine del Novecento, quando le rinnovate politiche di tutela e sensibilità nei confronti del patrimonio artistico minore ha permesso la valorizzazione dei frammenti o il recupero, più o meno tempestivo, di ciò che era in qualche modo sopravvissuto.
Ancora nel 1983 Pietro Segala, direttore della Scuola ENAIP di Restauro di Botticino e poi coordinatore della Fondazione Civiltà Bresciana, scriveva che «la cultura della conservazione, se mai è esistita, in questi ultimi anni è finita frantumata e dispersa proprio come i lacerti di molte decorazioni lasciati, più che a testimonianza del passato, a documento della nostra incapacità di legare antico e nuovo, di fare del nuovo un momento di continuazione dell'antico. E, spesso, si scrosta, si strappa, si contorna, si isola senza neppure una fotografia della situazione di partenza, senza neppure un cenno di rilievo dello stato iniziale della facciata, e delle sue successive mutazioni, senza neppure consultare gli esperti degli Organi di tutela perché considerati nemici del rinnovamento e, talvolta, perfino ottusi gendarmi dei manufatti d'arte» (1983, prefazione di La città dispersa).

Dettaglio delle Case del Gambero lungo corso Palestro allo
stato attuale, con gli affreschi di Lattanzio Gambara ridotti a stato larvale

Questa ampia premessa, più discorsiva che esaustiva, serve a contestualizzare meglio i piccoli lacerti che oggi vediamo nel dettaglio, quasi come in una lente d'ingrandimento sul vastissimo panorama di frammenti freschivi che ricopre oggi le abitazioni del centro storico di Brescia.
Ci troviamo in un anonimo edificio residenziale di via F.lli Porcellaga, esattamente al crocevia con corso Palestro, dove corso Martiri della Libertà prosegue nella sua direttrice mutando nome. L'edificio è collocato sul lato ovest della via, pertanto non è stato intaccato dall'allargamento operato negli anni 1930, che ha coinvolto invece il fronte stradale est. Ciò ha permesso la sopravvivenza, sulla facciata dell'edificio, di quattro sparuti frammenti freschivi, rimasti nascosti sotto l'intonaco per decenni, che sono da poco riemersi alla luce.

Casa in via F.lli Porcellaga n. 44 a Brescia, dettaglio degli affreschi frammentari

Casa in via F.lli Porcellaga n. 44 a Brescia, dettaglio del riquadro destro

Casa in via F.lli Porcellaga n. 44 a Brescia,
dettaglio del riquadro sinistro

I frammenti non sono schedati nel dettagliato libretto La città dispersa del 1983, pertanto è verosimile datare il loro rinvenimento a un momento successivo, che certo sarebbe possibile stabilire con precisione contattando i proprietari. Vi sono due raffigurazioni: la prima, testimoniata da tre frammenti, è una spessa fascia occupata da un fregio multicolore assai ricco; la seconda, sopravvissuta in un solo, piccolo lacerto, è un'altra fascia più sottile con iscrizioni nere su fondo bianco.
Nel fregio superiore si può osservare un ricco ed elaborato intersecarsi di motivi decorativi: nel suo complesso, sembra di poter individuare una successione regolare e cadenzata di scudetti mistilinei, trofei militari, armi, girali vegetali, racemi e ali, verosimilmente d'aquila, disposti in modo serrato e variamente sovrapposti. I soggetti sono a monocromo grigio con lumeggiature bianche su un fondo di colore rosso negli spazi interni e giallo ocra in quelli più esterni, lungo i margini del fregio, che è chiuso superiormente da una cornice fitomorfa e inferiormente da una modanatura forse a torciglione. Entrambi questi profili facevano sicuramente parte di cornici più spesse e diversificate che non ci sono pervenute.
   

  

Dettaglio dei due frammenti più consistenti del fregio superiore, distanti circa 1,50 m e qui affiancati

Dettaglio del frammento del fregio inferiore
Il frammento del fregio inferiore, invece, è assai interessante perché sembra relativo a un tratto di iscrizione con caratteri decorati, le cui lettere non sono però in grado di decifrare. Sembra improbabile possa trattarsi di una decorazione di altra natura: oltre ad aste e occhielli rigonfi, la "lettera" destra possiede all'estremità un'evidente grazia (l'allungamento trasversale all'asta) con uncino e becco (i due trattini che costituiscono la grazia, rispettivamente il più corto e il più lungo).
A complicazione ulteriore, le due "lettere" sono collegate al di sopra da una linea orizzontale su cui si imposta direttamente quella che sembra essere una crocetta, sviluppata entro il sottile spazio rimanente tra la linea orizzontale e la cornice di separazione con il fregio superiore. Inferiormente, invece, il fregio è chiuso da fasce orizzontali rosse, bianche e rosate, il cui sviluppo ulteriore non è dato sapere.
In mancanza di ulteriori frammenti, è attualmente impossibile stabilire l'estensione di questo fregio, né se effettivamente si tratti di un fregio oppure di uno stemma, un cartiglio o comunque un elemento di entità più ridotta.

Difficile stabilire con precisione la datazione di questi frammenti. La collocazione decisamente in alto, al terzo o quarto piano dell'edificio antico, e i caratteri stilistici escludono decisamente una datazione al Trecento, mentre per quanto detto prima è difficile andare oltre il Seicento. È quindi giocoforza collocare le pitture al XV-XVI secolo. La presenza di trofei militari nel fregio superiore presuppone un'aderenza a modelli ornamentali rinascimentali e la fitta trama dello stesso suggerisce una certa maturazione degli stessi, che conduce a una maggiore capacità di organizzazione spaziale e scioltezza compositiva. Tuttavia, non è interessante la fitta trama in sé, che del resto è comune già in decorazioni quattrocentesche, ma il fatto che coinvolga soggetti complessi come trofei militari e altri dettagli di simile natura, i quali esulano dalle semplici cornici fitomorfe di antica reminiscenza. Sembra quindi di poter intravedere un linguaggio più avanzato, che porterebbe a datare questi affreschi almeno dal tardo Quattrocento in poi.

Senza andare troppo lontani da via Porcellaga, in corso Palestro n. 45/47, quasi all'angolo con la piazzetta antistante la chiesa di San Francesco d'Assisi, una pregevole abitazione civile cinquecentesca conserva al secondo piano ampie tracce di pitture della stessa epoca (La città dispersa, p. 140). In particolare, vi si legge uno spesso fregio interpiano con intricati motivi classicheggianti e fantasiosi, anche figurati ma prevalentemente vegetali, al quale sono sovrapposti ampi riquadri negli spazi tra le finestre, occupati da medaglioni entro una trama vegetale egualmente fitta. I frammenti di via Porcellaga sono inquadrabili approssimativamente nella stessa cultura figurativa, che attinge a piene mani entro un repertorio di motivi decorativi vasto ma ancora ben lontano da manierismi di sorta e collocabile dunque nel pieno Rinascimento, che per Brescia significa almeno tra gli ultimi venti-trent'anni del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento.

Casa in corso Palestro n. 45/47, con affreschi frammentari probabilmente di natura
simile a quelli di via F.lli Porcellaga

Bibliografia citata:
- AA. VV., La città dispersa. I dipinti esterni di Brescia antica, Brescia, 1983.
- Charles Nicolas Cochin, Voyage d'Italie, ou recueil de notes sur les ouvrages de peinture et de sculpture qu'on voit dans les principales villes d'Italie, Parigi, 1758
- Filippo Piazza, "145a-i", scheda in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere, vol. II, Secoli XII-XVI, Brescia, 2014

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