Cosa (non) è la chiesa di San Faustino in Riposo a Brescia

La chiesa di San Faustino in Riposo a Brescia

Colpisce sempre la vista dell'architettura esterna del San Faustino in Riposo a Brescia, meravigliosa sopravvivenza romanica, praticamente un unicum per l'intero territorio. Stupisce questa sua forma così singolare, questo tronco di cono così insolito, e confrontarsi con qualcosa con cui non si ha dimestichezza visiva, con qualcosa che non si comprende a livello intuitivo, genera sempre stupore. In più, San Faustino in Riposo appare agli occhi di qualunque visitatore nel modo più spettacolare possibile: in fondo a un vicolo, fuori asse, leggermente ruotato, come un diamante che appare improvvisamente infitto tra le concrezioni architettoniche medievali della Brescia antica.
Una curiosità: la piazzetta accanto a Porta Bruciata da cui si diparte il vicoletto in mira alla chiesa è chiamata ab immemorabili slargo di Casolte (Lonati, 1993, p. 356). San Faustino in Risposo è il perfetto monumento medievale della città medievale: è un'architettura che esiste solo perché si trova lì e per come si trova lì, un'architettura che estraniata dal suo contesto non avrebbe alcun significato, se non quello di curiosa bizzarria, perché il contesto urbano entro cui si inserisce è prezioso tanto quanto l'edificio stesso.


San Faustino in Riposo è quello che non si fa vedere, ma quello che si fa cercare, è quello senza facciata, senza orientamento, senza vista privilegiata. Senza dimensione, senza tempo. Potrebbe essere sempre stato lì. Sembra quasi senza storia, come se nessuno prima di te l'abbia mai notato, come se fosse lì, sepolto tra i vicoli, dalla notte dei tempi, non visto e indisturbato. In effetti, incappare in San Faustino in Riposo dal fondo del vicoletto dà la stessa sensazione di trovare un antico tesoro sepolto in fondo a una buca. Ti chiedi cosa ci faccia lì, chi ce l'abbia messo e che cosa sia, dato che non è neppure intuitivo capire immediatamente che cosa sia. Te ne senti lo scopritore e cerchi di afferrarlo. E questo succede la prima, la seconda, l'ennesima volta che lo vedi: non puoi fare a meno di chiederti che cosa sia.

Antonio Gandino, Donazione di Namo di
Baviera, 1605-1606, Brescia, Duomo vecchio,
cappella delle Sante Croci
Passato lo stupore, interviene la scienza: intervengono gli storici, storici in senso stretto ma pure dell'arte e dell'architettura, intervengono gli archeologi, gli studiosi, che in qualche modo riescono a spiegare che cos'è San Faustino in Riposo. La leggenda, tramandata a partire dal Quattrocento da Jacopo Malvezzi (Malvezzi, colonne 855-856), narra che all'inizio del IX secolo, durante la traslazione delle reliquie dei santi Faustino e Giovita dalla basilica di San Faustino ad Sanguinem (oggi Sant'Angela Merici), i resti dei due patroni, durante una sosta accanto a Porta Bruciata, avrebbero trasudato sangue.
Il duca Namo di Baviera, governatore di Brescia, trovatosi casualmente nel corteo, assistendo al miracolo si convertì immediatamente e pubblicamente al cattolicesimo, donando subito dopo la Reliquia Insigne, la Croce del Campo e lo stendardo dell'Orifiamma all'abate del monastero dei Santi Faustino e Giovita ed entrando lui stesso come monaco nel cenobio. Il duca Namo, oltretutto, non era il primo proprietario della reliquia bensì, sempre secondo il racconto, l'aveva avuta in dono direttamente da Carlo Magno. Verso la fine dell'XI secolo, dopo un tentativo di furto, le due croci sarebbero state trasferite in Duomo vecchio per una migliore e sicura custodia, diventando il primo nucleo del celebre tesoro delle Sante Croci di Brescia (Panazza, 2001, p. 89; Prestini, 2001, p. 193).
Non esiste documentazione in grado di supportare tale leggenda, tanto che non è nemmeno possibile confermare o smentire l'effettiva esistenza di Namo di Baviera, personaggio che appare solamente in alcuni brani del ciclo carolingio (Panazza, 2001, p. 104). L'unico fatto documentato dell'intera leggenda è la traslazione dei corpi dei due santi, che effettivamente avvenne il 9 maggio 806 (Prestini, 1999). Sul luogo in cui avvenne il miracolo del sangue venne eretto un sacello, una chiesa dedicata a san Faustino con specifico riferimento al "riposo", cioè alla sosta che il corteo compì durante il miracolo. La storia di San Faustino in Riposo, quindi, si confonde con quella del tesoro del Duomo vecchio e della miracolosa Reliquia Insigne, la più importante reliquia che abbia calamitato la fede religiosa della cittadinanza bresciana per circa mille anni (Panazza, 2001, p. 101).

Chiesa di San Faustino in Riposo, dettaglio della bifora della lanterna

Chiesa di San Faustino in Riposo, dettaglio
della copertura in mattoni sagomati
Per superare la mitologia occorre riferirsi al più aggiornato testo scientifico esistente sul tema, ossia la monografia Rotonde d'Italia, pubblicata nel 2008 a cura dello studioso bresciano Valentino Volta. I fondamentali approfondimenti sui caratteri architettonici e linguistici dell'edificio hanno consentito di superare la tradizionale datazione del San Faustino in Riposo al IX secolo, conferita in modo acritico sulla base della leggenda di Namo di Baviera, per spostarla al XII-XIII secolo.
La chiesa si imposta su un cilindro di base in pietra, dotato di un proprio cornicione e otto paraste lobate lungo il perimetro. Oltre questa base è presente una fascia in laterizio intonacato che costituisce il tamburo della cupola semisferica interna. Sul tamburo, che raggiunge esattamente l'altezza della cupola, si imposta infine la copertura conica.
Tamburo, cupola e cono in laterizio sono quindi interpretabili come un rifacimento successivo al cilindro in pietra, un sovralzo che ha probabilmente sostituito l'originaria copertura in legno. L'elegante, snello cono che caratterizza così fortemente l'edificio è eseguito in mattoni sagomati a squame verso l'esterno e posati di piatto in file perfettamente orizzontali che si restringono man mano verso il centro: il risultato è un tronco di cono molto simile alla copertura di tanti torresini francesi, appartenenti in genere ad architetture romanico-gotiche proprio del XII-XIII secolo. Si possono citare, per esempio, i torricini del castello di Chenonceau nella Loira e della torre estradossale della chiesa di Saint Etienne a Nevy Saint Sèpulchre (Volta, 2008, p. 31 n. 1). La lanterna in cotto sommitale, pure conclusa da un cappuccio conico, è aperta da quattro bifore di pieno gusto romanico, rette da colonnine in pietra a base unghiata e figliami di linguaggio misto.
Non è inverosimile, quindi, che il rifacimento sia avvenuto dopo l'incendio che divampò in quella zona nel 1184 e che diede il nome a Porta Bruciata (Lonati, 1993, p. 354). Il cilindro di pietra che fa da base al monumento dovrebbe quindi essere anteriore, ma è assai improbabile che risalga addirittura al IX secolo ed è più probabile una datazione a poco dopo il Mille (Lonati, 1993, p. 355). Se già esisteva un sacello in cui le salme dei santi patroni "riposarono" durante la loro traslazione, oppure se un sacello fu lì costruito per sacralizzare il luogo del miracolo del sangue, di quell'originale architettura non abbiamo più alcuna traccia.

La volta di San Faustino in Riposo con
gli affreschi riemersi nel 2011
Le vicende successive della chiesa sono quasi di "ordinaria amministrazione": il 4 aprile 1431 e il 10 maggio 1494 le Provvisioni del Comune di Brescia deliberano l'esecuzione di restauri, mentre altri lavori cinquecenteschi si rincorrono serrati nel 1503, 1519, 1524 e 1525, alcuni dei quali promossi dalla famiglia dei Pregnacchi che nel frattempo era diventata proprietaria dell'edificio. Nel 1593 si restaura l'altare, mentre l'assetto definitivo è del 1744, quando in seguito a un lieve incendio l'altare viene rifatto e la cupola viene ornata da Antonio Mazza con figure di Francesco Savanni. Nel 1936, fra i tanti progetti di isolamento di sacello, viene praticata solo una liberazione della copertura conica da alcune strutture private abusive che gli si erano appoggiate nel tempo. Un attento restauro conservativo è operato nel 1978-1979 mentre nel 2011 altri restauri hanno riportato alla luce le pitture di cupola e tamburo (link all'articolo del Giornale di Brescia).
L'aula di San Faustino in Riposo verso l'abside
Tra le altre opere d'arte presenti nella chiesa si ricorda soprattutto la Pala della Mercanzia di Vincenzo Foppa, capolavoro alle soglie del Rinascimento bresciano eseguito verso la fine del XV secolo. La tela rimane poco tempo nella chiesa, se già tra fine Cinquecento e inizio Seicento viene sostituita da una Madonna col Bambino sulle nubi con i santi Faustino e Giovita di Pier Maria Bagnadore (1550-1627). Trasferita al palazzo delle Mercanzie in corso Mameli, da cui il nome, è oggi custodita nella pinacoteca Tosio Martinengo. La pala del Bagnadore, invece, va distrutta nel citato incendio del 1744, al quale fanno seguito il rifacimento dell'altare e l'esecuzione di una nuova tela, con medesimo soggetto, da parte di Domenico Romani.
La dotazione artistica della chiesa comprendeva anche un celebre affresco di Moretto dipinto sulla parete del varco di Porta Bruciata, raffigurante il leggendario miracolo del sangue durante la traslazione dei resti dei santi patroni, compiuto forse nel 1526. Il dipinto era già deteriorato a fine secolo, dato che nel 1603 il Bagnadore viene incaricato di riprodurlo su una grande tela da porsi nello stesso luogo (su questa tela si veda Anelli, 2014, pp. 294-296). Oggi la parete in questione è completamente scrostata, mentre la tela di Bagnadore è conservata nello scalone della Loggia (tutte le informazioni sono tratte da Lonati, 1993, pp. 354-356).

L'ingresso di San Faustino in Riposo a Brescia, sotto il varco
di Porta Bruciata. Sopra l'ingresso, lo spazio murario dove si trovava
l'affresco di Moretto e poi la riproduzione su tela del Bagnadore.

Pier Maria Bagnadore, Traslazione dei corpi dei santi Faustino e Giovita, 1603,
Brescia, palazzo della Loggia, scalone

Vincenzo Foppa, Pala della Mercanzia, fine XV secolo, Brescia,
pinacoteca Tosio Martinengo. La collocazione originale della tela
era l'altare di San Faustino in Riposo.

Ma perché rotonda? Più complesso rispondere a questa domanda e per una risposta esaustiva, molto più completa di quanto possa fare questo articolo, si rimanda ancora a Rotonde d'Italia di Volta. Parlando nello specifico di chiese rotonde lombarde, il dato più immediatamente constatabile è la ricorrenza della corona circolare fondata su otto pilastri, come nella più ortodossa tradizione dell'Anastasis di Gerusalemme (Volta, 2008, p. 17). Il culto della Santa Croce, dal punto di vista storico, si lega fortemente all'esplicitazione delle chiese rotonde in area padana: i riti del Giovedì santo e della Pasqua, dopo il Mille, richiedono spazi e architetture specializzate e ben definite. Ricerche sulla liturgia antica hanno confermato che il Duomo vecchio, la rotonda per eccellenza di Brescia, nel Medioevo aveva la funzione di santuario pasquale, ossia di sito specializzato per i riti della Settimana Santa (Volta, 2008, p. 18).
Il Duomo vecchio di Brescia
Vi è quindi una sorprendente convergenza fra i tre principali attori della commedia: periodo (dopo il Mille), culto (Santa Croce) e tipologia architettonica (chiesa a pianta circolare). Che in Occidente vi siamo numerosissimi santuari-copia dell'Anastasis di Gerusalemme è un fatto ampiamente provato: è perciò credibile che anche a Brescia l'orientamento verso questa particolare tipologia di edifici di culto sia stata suggerita dalla presenza di importanti reliquie, giunte da Gerusalemme in momenti ancora imprecisati. È inoltre utile specificare che ci si sta riferendo a chiese rotonde non identificabili come battisteri, che tra Alto e Basso Medioevo sorsero quasi tutti a pianta circolare o poligonale in praticamente ogni luogo cristianizzato, dalle rive africane al nord Europa, dal Medio Oriente alla Spagna (Volta, 2008, pp. 18-19).
Chiese di questo tipo ben specifico, solo poche decine in tutta Italia, si concentrano in Pianura Padana più che altrove e non può essere un caso: Santo Sepolcro a Crema (distrutta), San Tomè a Almenno San Bartolomeo, Santa Croce a Bergamo, San Lorenzo e Santo Sepolcro (distrutta) a Mantova, Sant'Omobono a Cremona, la chiesa dell'Invenzione della Croce a Piuro in Val Chiavenna, San Pietro d'Agrino a Asti, la rotonda di Velezzo Lomellina in provincia di Pavia e quella di Vigolo Marchese nel piacentino. Molteplici sono i fattori del fenomeno, legati soprattutto all'ubicazione centrale alle grandi vie di comunicazione e quindi dei flussi culturali di uomini, eserciti e mercanti (Volta, 2008, pp. 19-20).
Non si può dimenticare, per esempio, che alcuni guerrieri della Prima crociata partirono nel 1097 dal porto fluviale di Piacenza, gestito dai Gastaldi del monastero bresciano di Santa Giulia, dopo l'incitamento di papa Urbano II, e tornarono con reliquie e racconti delle mitiche cupole di Gerusalemme (Volta, 2008, p. 21).

Ora che abbiamo capito cosa è, vediamo invece cosa non è San Faustino in Riposo. Già, perché non siamo tutti competenti, non siamo tutti storici, archeologici, studiosi. Non tutti possediamo l'abilità di leggere un muro vecchio come fosse un libro. Anche se la migliore tattica di approccio al patrimonio culturale preveda che, se non si conosce un monumento o un'opera antica, prima di discorrerne ci si debba informare, accade molto, molto spesso che si fraintenda, si equivochi, si sbagli, o addirittura si inventi. Accade quindi che San Faustino in Riposo venga descritto o lodato non per quello che è, ma per quello che non è.
Vediamo alcune dicerie in voga sulla natura di San Faustino in Riposo che ho avuto modo di udire, rabbrividendo, negli ultimi anni. In particolare, la chiesa di San Faustino in Riposo a Brescia non è:

Un tipico trullo pugliese
1) Un trullo. Quella del "trullo bresciano" è la panzana più mostruosa che si possa udire a Brescia in riferimento a San Faustino in Riposo. Il trullo è una costruzione in pietra a secco tradizionale della Puglia centro-meridionale, un'architettura modulare di origine antichissima a pianta circolare coperta da una pseudo-cupola autoportante composta da lastre in progressivo aggetto. Evolutisi verosimilmente dai thòlos dell'Età del Bronzo e diffusi tra la Sicilia e la Grecia dalla civiltà micenea, vengono inizialmente costruiti da contadini e pastori come ricoveri temporanei o depositi degli attrezzi agricoli. Il progressivo frazionamento del fondo feudale, dunque dal XVI secolo in poi, porta all'insediamento della popolazione nelle campagne in modo molto più capillare, con la necessità di costruire ricoveri per praticamente ogni podere. Si verifica inoltre una singolare situazione diplomatica: i conti Acquaviva di Alberobello, per esempio, fecero insediare numerosi contadini nel proprio feudo, concedendo loro alcuni benefici come la possibilità di costruire dei rifugi con la pietra locale, purché con murature a secco, in modo da poterli rapidamente demolire in caso d'ispezione del viceré spagnolo del Regno di Napoli, eludendo così la Pragmatica de Baronibus, legge che imponeva autorizzazioni e tasse per i nuovi insediamenti, in vigore fino al 1700 (Angiulli, 2012).
I trulli sono quindi architetture estremamente contestualizzate, che non esistono al di fuori della Puglia perché al di fuori della Puglia non ne esistono i presupposti storici, culturali, sociologici, ambientali, politici. Sarebbe come parlare di un "nuraghe piemontese", o dei "Sassi di Piacenza": assurde ridicolaggini. I nuraghi sussistono solo in Sardegna, e non esistono altri Sassi fuorché quelli di Matera, perché solo in Sardegna può esistere un nuraghe e solo a Matera si può vedere un Sasso. Definire il San Faustino in Riposo di Brescia un trullo è di una superficialità disarmante, che non riesce a vedere al di là della pura forma esteriore, e rivela un'ignoranza di fondo sia sui trulli, sia sulle correnti architettoniche più nostrane.

Giovanni Antonio Carra, arca dei Santi
Faustino e Giovita, 1617-1622
2) Un campanile. Si tratta di un errore ricorrente, anche se più giustificabile della storiella del "trullo bresciano". Anche in questo caso è la forma dell'edificio a trarre in inganno: uno sviluppo verticale, una lanterna superiore che ha tutta l'aria di una cella campanaria. Poco ci vuole perché questa singolare torretta diventi il "campanile della chiesa di San Faustino in Riposo". Agli ingannevoli tratti esteriori si sommano un'ignoranza, certo non contestabile, sulla planimetria dell'area attorno a Porta Bruciata e la separazione fisica tra l'ingresso al sacello e la visuale della sua forma esterna. Le persone, pertanto, tendono spesso a dissociare il volume interno dell'edificio dai suoi tratti esterni, i quali si trasformano nel campanile di una chiesa che non si sa bene dove si trovi. In realtà è tutta un'unica architettura: la chiesa di San Faustino in Riposo sta all'interno dell'edificio conoidale e non esiste nessun campanile.

3) Il luogo di sepoltura di san Faustino. Svarione raro ma non troppo. Di solito è frutto di un'incomprensione o di un ricordo distorto della leggenda di cui si è parlato più sopra. San Faustino, che comunque è inscindibile da san Giovita, è sepolto nella chiesa patronale della città, in fondo alla via che porta il suo stesso nome. A portarcelo fu proprio Ramperto con la famosa processione durante la quale le due salme avrebbero perso sangue. Il sepolcro originale dei due santi era un'arca marmorea conservata nella cripta della medievale chiesa dei Santi Faustino e Giovita, finché nel Seicento, quando il tempio assunse le forme architettoniche attuali, venne approntata la magnifica arca di Giovanni Antonio Carra, scolpita tra 1617 e 1622. La nuova arca, collocata al centro del presbiterio della chiesa patronale, conserva ancora oggi al suo interno le spoglie dei due martiri bresciani.

4) Un'architettura di discendenza tedesca. Non è chiaro il motivo per cui qualcuno dovrebbe pensare che le chiese medievali italiane a pianta centrale siano importate dall'area tedesca. Come spiegato più sopra, solo la tecnica costruttiva della copertura conoidale può essere avvicinata ad alcuni esemplari d'oltralpe, ma comunque francesi e non tedeschi. Per il resto, la diffusione della pianta centrale nell'architettura bassomedievale italiana, soprattutto padana, non è data esclusivamente da aspetti geografici, ma anche culturali, storici e religiosi intrecciati tra loro.

La chiesa di Sant'Angela Merici a Brescia,
anticamente San Faustino ad Sanguinem
5) La chiesa di San Faustino ad Sanguinem. Si tratta di un equivoco abbastanza sconfortante, soprattutto alla luce del fatto che è stato commesso pubblicamente da più di una "voce esperta", che sarà pure esperta ma evidentemente assai disattenta. Così come narrato meglio più sopra, la chiesa di San Faustino ad Sanguinem era la chiesa dalla quale i resti mortali dei santi Faustino e Giovita furono traslati alla chiesa di Santa Maria in Silva, attuale San Faustino Maggiore, "riposando" accanto a Porta Bruciata durante il tragitto. San Faustino ad Sanguinem è uno degli edifici religiosi bresciani che ha forse subito più mutamenti della propria intitolazione, ma è comprensibile essendo un tempio dalla storia ancestrale, praticamente la culla di tutta la cristianità bresciana (qui e qui due precedenti articoli su dettagli artistici e architettonici della chiesa). Le sue origini non sono chiarissime: la tradizione storiografica vuole che sia sorto come cappella sul cimitero di San Latino, un appezzamento fuori Porta Matolfa a sud della città romana dove trovavano sepoltura i martiri cristiani delle persecuzioni (III secolo), tuttavia i ritrovamenti archeologici degli anni 1950 non hanno trovato evidenze di un cimitero nel senso stretto del termine, bensì di uno o più possibili martyrion.
Il fondatore della prima chiesa vera e propria è forse il vescovo Faustino, vissuto alla fine del IV secolo e da non confondere con il suo omonimo lì sepolto, il santo martire Faustino a cui viene intitolato il tempio. Più tardi, alla fine del XIII secolo, la chiesa viene ricostruita e assume il titolo di Sant'Afra, spesso affiancato o sostituito dal titolo di San Salvatore. Di nuovo completamente ristrutturata alla fine del XVI secolo, la moderna chiesa di Sant'Afra finisce quasi del tutto distrutta nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, con gravissimo danno al patrimonio storico-artistico della città. L'ultimo capitolo di San Faustino ad Sanguinem ha inizio negli anni 1960, quando le sorelle della Compagnia di Sant'Orsola, in un atto di infinita pietà, acquisirono le rovine e ricostruirono la chiesa "com'era e dov'era", dedicandola alla loro patrona sant'Angela Merici lì sepolta.

L'edicola dedicata a santa Rita entro
San Faustino in Riposo
6) La chiesa di Santa Rita. Limitarsi a cassare la dicitura "chiesa di Santa Rita" semplicemente come sbagliata sarebbe un'azione da presuntuoso snobismo intellettuale. Tuttavia, non ci si può esimere dal sottolineare che l'unica intitolazione ufficiale dell'edificio religioso sia San Faustino in Riposo e non Santa Rita. Non mi è riuscito di risalire alle origini del culto di santa Rita da Cascia entro questo piccolo sacello medievale, ma il fatto che sia la patrona delle cause impossibili spiega la grande affluenza di fedeli che entrano qui per chiederle intercessione. Anzi, è doveroso ammettere che nessuno entra in questa chiesa per venerare san Faustino o ricordare il miracolo del suo sangue, bensì per una preghiera a santa Rita, della quale è presente un'immagine di mano moderna (ottocentesca?) racchiusa entro una bella ancona pensile in legno dorato, a sinistra dell'abside.
È quindi naturale, praticamente spontaneo che un popolo identifichi un luogo di culto con il nome del santo che vi si venera. È insito nella storia del Cristianesimo, forse nella storia delle religioni: le intitolazioni mutavano, si sovrapponevano, si aggiungevano suffissi e desinenze, nascevano e morivano seguendo le vicende della città, dell'edificio, dell'eventuale monastero annesso, della fede del popolo. Quindi, se in questa chiesa si venera quasi esclusivamente santa Rita e la maggior parte dei bresciani identifica questo luogo di culto come chiesa di Santa Rita, perché non dovrebbe chiamarsi così?
A parte le (necessarie) scartoffie della diocesi di Brescia che la identificano come San Faustino in Riposo, c'è un motivo forse più nobile. Dato che la conservazione del patrimonio storico-artistico-architettonico, di una città e di un popolo, può e deve essere intesa nel senso più ampio possibile, la toponomastica non fa eccezione. La storia ci ha consegnato un sacello medievale il cui nome è estremamente caratteristico e che ha una storia da raccontare, una storia di popoli, di leggende, di fede, di uomini. Il nome di questa architettura è prezioso tanto quanto l'architettura stessa, un nome unico nel suo genere così come l'edificio cui appartiene. In ragione della storia di questo luogo e delle vicende che l'hanno visto partecipe più di mille anni fa, chiamarlo "San Faustino in Riposo" è una scelta rispettosa e responsabile.

7) Un monumento bellissimo ma rovinato dal fatto che è nascosto. Altro ragionamento superficiale e miope. Chi la pensa in questo modo ha una mentalità ristretta al "monumento", ha una concezione di città come "città di monumenti" che ha ragion d'essere solo se i monumenti sono in vista. È una visione degli spazi urbani antiquata che trova fondamento in canoni ottocenteschi, che possiamo toccare con mano visitando Parigi, ma con i quali l'approccio odierno al patrimonio storico-artistico non ha più nulla a che spartire. Ancora negli anni 1930, nel clima degli sventramenti fascisti di piazza della Vittoria, si proponeva l'enucleazione di San Faustino in Riposo (Robecchi, 1999, pp. 269, 359), l'isolamento della Pallata su tutti i lati, la messa in luce del fianco di Santa Maria del Carmine e dell'abside di San Francesco. Tutti progetti fortunatamente irrealizzati, perché in caso contrario si sarebbe persa una componente preziosissima: il contesto entro cui un monumento sorge. Come già ampiamente discusso in apertura all'articolo, San Faustino in riposo è ciò che è anche e soprattutto per il fatto di essere nascosto, celato, sommerso in un soffocante tessuto urbanistico affastellato che tuttavia è il suo ambiente ideale, il palinsesto urbano che ne offre la migliore lettura.

L'isolamento di Porta Bruciata e San Faustino in Riposo in una proposta
di Giarratana, Bordoni e altri del 1927

Un progetto simile al precedente proposto dal gruppo Aschieri nel 1927

8) Un monumento da non pubblicizzare così la sorpresa nel vederlo è più grande. Non voglio perdere troppo tempo a commentare questa assurdità. La giusta valorizzazione di un monumento non passa dal tenerlo nascosto, ma da una campagna informativa intelligente che sappia indirizzare i visitatori senza svilire la percezione del monumento stesso.

9) Un edificio che nessuno conosce. Sebbene, come detto in apertura, la vista di San Faustino in Riposo è talmente singolare da indurre chiunque a credere di aver scoperto un tesoro sepolto e sconosciuto, non è chiaramente così. Questa inconsueta architettura medievale è stata ampiamente studiata in passato, lo è tuttora e altri studi saranno pubblicati in futuro. È probabile che Brescia sia poco valorizzata e pubblicizzata, ma fortunatamente non si può dire che sia poco studiata. Professionisti che studiano storia, arte e architettura bresciane ce ne sono sempre stati e ancora oggi continuano a fiorire, benché il panorama della cultura e della ricerca in Italia sia agonizzante. Quindi si può stare tranquilli: la prossima volta che vedrete o visiterete la chiesa di San Faustino in Riposo, non deprimetevi pensando a quanto poco il nostro patrimonio è sconosciuto: pensate piuttosto a quante persone dedicano silenziosamente tempo, energie, risorse e capacità per togliere la polvere da quelle pietre e approfondirne la conoscenza articolo dopo articolo, ricerca dopo ricerca, libro dopo libro.

Bibliografia
- L. Anelli, "154", scheda in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere, vol. II, Secoli XII-XVI, Brescia, 2014
- G. Angiulli, I trulli di Alberobello: la diffusione e lo sviluppo storico in "SITI - Patrimonio italiano UNESCO", Associazione Beni Italiani Patrimonio Unesco, 29 marzo 2012.
- J. Malvezzi, Chronicon Brixianum ab origine urbis ad annum MCCCXXXII in Ludovico Antonio Muratori (a cura di), Rerum Italicarum Scriptores, volume XXI, Milano, 1732.
- S. Pagiaro, Santuario Sant'Angela Merici, Bagnolo Mella, 1985.
- G. Panazza, Il tesoro delle Sante Croci nel Duomo vecchio di Brescia in A.A.V.V., Le Sante Croci. Devozione antica dei bresciani, Brescia, 2001.
- R. Prestini, Regesto in A.A.V.V., La chiesa e il monastero benedettino di San Faustino Maggiore in Brescia, Brescia, 1999.
- R. Prestini, Regesto storico artistico - Documenti in A.A.V.V., Le Sante Croci. Devozione antica dei bresciani, Brescia, 2001.
- F. Robecchi, Brescia Littoria, Roccafranca, 1999
- V. Volta, Rotonde d'Italia, Milano, 2008

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