Pinacoteca Tosio Martinengo. La recensione completa di Arte bresciana

Pinacoteca Tosio Martinengo, la nuova facciata

Il 17 marzo 2018 la pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia ha riaperto le porte ai visitatori. Certo l'evento culturale dell'anno a Brescia, e forse oltre. Nove anni di chiusura, migliaia di persone che l'hanno dimenticata e ancor di più che non hanno mai avuto la possibilità di accedervi. I ragazzi soprattutto, e i bambini. Sono stati proprio loro i primi a entrare per primi dopo il taglio del nastro del rinnovato museo, al quale ho presenziato anche io pieno di emozione. D'altronde, per nulla al mondo mi sarei perso un evento così importante, per il piacere mio e per il piacere di recensire il risultato di un cantiere decennale, che ha visto il contributo di decine, forse centinaia di persone su innumerevoli fronti. E a loro va il mio primo grazie, perché il contributo di ogni singola persona, di ogni singolo professionista, di ogni singola competenza ha portato alla riuscita di questo straordinario evento.


Torniamo quindi al taglio del nastro. La pioggia non ha disturbato troppo e ha permesso alle autorità di fare un piccolo discorso, rivolti soprattutto ai bambini e ragazzi concentrati davanti al palchetto. Parole brevi e sobrie, frettolose di andare alla conclusione e procedere con il taglio del nastro e riconsegnare la pinacoteca alla città.

Il discorso di Laura Castelletti

La benedizione del vescovo Tremolada

Il taglio del nastro

Entriamo. L'androne del palazzo conduce a un prolungamento in lamiera invece che sul cortile interno, in cui il cantiere è ancora attivo per realizzare la copertura in vetro e renderne fruibili gli spazi. Sulla destra, il guardaroba, forse ancora un poco posticcio, preceduto da una sala vasta e buia che certo troverà un migliore utilizzo in futuro.

Usciti dal guardaroba si torna nell'androne e da lì si sale lo scalone verso il museo. Tutto profuma di nuovo e pulito. La vernice sembra essere ancora fresca, appena stesa. E sulla parete dello scalone eccolo lì, grande e magnifico, il Ritratto equestre di Pietro Ricchi (e sotto il Ricchi, Roberta d'Adda, a cui non posso che rivolgere i miei complimenti). In cima allo scalone, un breve spazio con i quadri di Paolo Tosio e Leopardo Martinengo da Barco, in perenne ricordo delle loro munifiche donazioni.

Il Ritratto equestre di Pietro Ricchi nello scalone
Sala I - Età medievale

Bella ma scarna. Un inizio sottotono, ma si percepisce già tutta l'impostazione del nuovo museo.

I dipinti che ci devono per forza essere, ci sono. Le quattro tavole di Paolo Veneziano e il polittico di Maestro Paroto, che finalmente appare in un contesto felice e appropriato. Sul fondo, lo straordinario quanto enigmatico San Giorgio e il Drago. A sinistra, tre teche splendenti di ori, avori e medaglie medievali, opere d'arte applicata rimaste sepolte per anni nei depositi, soprattutto gli avori, solo parzialmente esposte in Santa Giulia nelle ultime mostre. Segnalo, in particolare, un bellissimo reliquiario di Limoges, nascosto da anni.

La prima sala trasmette già tutto ciò che sarà la nuova pinacoteca: interni perfettamente restaurati e moderni, impianti luminosi e tecnologici di ultimissima generazione e, soprattutto, connubio tra arti. Pittura affiancata ad arti applicate, una visione universale dell'arte che apre gli occhi su un intero mondo, quello del passato, permettendone una lettura trasversale come solo raramente accade. Meravigliose le teche e la disposizione degli oggetti all'interno di esse, praticamente visibili da ogni angolazione grazie alla perfetta trasparenza dei supporti, in pratica sembra che gli oggetti siano sospesi a mezz'aria.

Grande assente: tutto l'intero corpus di affreschi medievali che la pinacoteca custodisce. Si ha la sensazione di un Medioevo un po' troppo idealizzato in una assoluta regalità, mentre è omessa tutta la genuina ignoranza delle pitture anonime e devozionali, affreschi strappati da muri e chiese e spazianti dall'Alto al Basso Medioevo, tutto rimasto nei depositi. Pur trattandosi soprattutto di frammenti, stupisce, per esempio, la scelta di non esporre i due strappi del Maestro di Sant'Ambrogio provenienti dalla chiesa bresciana omonima, dopo tutto l'interesse critico che sembrava essere emerso in occasione del catalogo del 2014. Insomma, tre soli dipinti, uno trecentesco e due quattrocenteschi, rendono davvero poca giustizia a questa fase primordiale della pittura bresciana.

Sembra che nella sala manchino ancora praticamente tutte le targhette descrittive, oppure mi sono semplicemente sfuggite.

Sala I

Sala I, gli ori
Sala I, gli avori
Sala II - Gotico

Prorompente in tutto il suo fascino. I fuochi d'artificio e la vera Pinacoteca iniziano qui.

Dopo la prima sala, che lascia un leggerissimo amaro in bocca, il fascino degli ori quattrocenteschi esplode su un fondo grigio tenue. Praticamente la sala è dedicata al Foppa, con la Pala della Mercanzia e lo Stendardo di Orzinuovi posti in stretto e interessante dialogo, mentre il polittico di Civerchio campeggia sullo sfondo. Magnifiche le teche con gli ori e i vetri, personaggio subordinato ma non secondario che, fino alla fine, sarà una presenza costante e piacevole. Sulle altre pareti si vedono tre episodi del ciclo di Floriano Ferramola da palazzo Calini e le due teste Orsini di Romanino. Il loro rapporto con le tavole del Foppa non è di immediata comprensione ed è forse da cercare in uno stimolo, indotto negli occhi dell'osservatore, a trovare una continuità tra tardo Gotico e primo Rinascimento bresciani.

Gli assenti, purtroppo, non si contano: Martino da Gavardo, che pure sarebbe stato interessante tra Civerchio e Foppa, le tavole del Maestro di Gardone, Zenone Veronese, Bernardino Licinio, Paolo da Caylina il Giovane. Di Floriano Ferramola manca la grande pala del 1522 con la Madonna tra San Giovanni Battista e un santo Pontefice (forse rimasta al Diocesano? Andrò a vedere). Ma spezzo una lancia a favore dei curatori dell'allestimento: dovendo scegliere, hanno scelto bene. In fondo, Floriano Ferramola è già ben rappresentato a Brescia anche al di fuori delle mura della pinacoteca. Più opinabile invece la presenza delle due teste Orsini di Romanino, che mi sembrano esposte più per il nome dell'autore che per la valenza artistica delle due opere. Magari, il loro spazio poteva essere meglio occupato da un dipinto più rappresentativo, per esempio il San Giorgio di pittore bresciano anonimo tardo quattrocentesco, già forse Paolo da Caylina il Vecchio.

Sala II

Sala II

Sala II

Sala II

Sala III - Pittura da cavalletto dalla collezione Tosio

Un piccolo gioiello come i quadri che contiene.

Francesco Francia, Previtali, l'Adorazione del Bambino scoperta come di bottega di Fra Bartolomeo. Piccoli gioielli, avvolti in un'atmosfera blu oceano, il primo dei colori sgargianti ma non offensivi posti sulle pareti interne della nuova pinacoteca. Sull'altro lato, una teca con placchette bronzee rinascimentali, perfettamente in linea stilistica con il resto. Ma anche qui senza targhetta descrittiva.

Inizia a essere chiara, da questa sala, la linea mantenuta dai curatori per quanto riguarda l'apparato descrittivo delle opere esposte. Breve, fulmineo, a volte addirittura omesso. Un pannello vicino all'ingresso della sala fornisce i caratteri fondamentali, mentre poche altre informazioni sono accanto a ogni dipinto. Gli oggetti di arte applicata sembrano non seguire questa regola, nel senso che, inspiegabilmente, sembrano tutti senza targhetta.

Sala III

Sala III

Sala III, le placchette di bronzo

Sala IV - Raffaello

Un doveroso inchino al Maestro, ben valorizzato.

Dal blu oceano si passa al blu notte, sul quale, nella parete di fondo, il Cristo benedicente è incastonato come un preziosissimo tesoro, quale infatti è. Eppure tutti i dipinti sono lì, a portata di mano. Nessuna teca, se non in rari e doverosi casi (vedasi lo stendardo del Foppa), neppure per Raffaello. Sembra davvero di essere in casa Tosio, o in casa Martinengo, con quel Cristo benedicente appeso non sulla parete di un museo ma sopra il comodino di una camera da letto regale. Gli fanno da contraltare un paio di Moretto, la cui presenza è giustificabile per il solo fatto di essere coerenti con la collezione Tosio, ma che sono comunque piacevoli in un'ottica di dialogo tra Raffello e Moretto. I due Raffaello sarebbero stati benissimo anche da soli in una stanza dedicata, ma i problemi di spazio della nuova pinacoteca sono tanti e si fanno sentire fin dalla prima sala.

Per quanto mi riguarda, ha avuto inizio in questa sala la mia personale battaglia con le targhette descrittive dei dipinti. In effetti, sembra che Brescia Musei abbia combattuto con queste targhette una battaglia dai contorni poco chiari, causata da un malcelato ribrezzo verso di esse. Di fatto, sembra che i curatori si siano impegnati tantissimo per farle scomparire il più possibile, ma non si capisce bene il perché le povere targhette abbiano instillato un tale fastidio. Ma la battaglia combattuta non ha avuto sempre esiti positivi. Trasparenti, piccole, il testo ancor più minuto e con delle righe scritte in piccolo, così, per masochismo. La trasparenza è un'arma a doppio taglio, perché sugli sfondi scuri il testo si legge bene, mentre sugli sfondi chiari si fatica. Inoltre, in alcune condizioni di luce, le lettere gettano un'ombra dietro di sé che raddoppia il testo e sdoppia la vista del lettore.

Sala IV

Sala IV, il pannello descrittivo

Sala IV, il Cristo benedicente di Raffaello

Sala IV

Sala V - Il primo Moretto

Allestimento da applausi.

Gli affreschi dello studiolo di Mattia Ugoni esplodono in un allestimento avvolgente che ne restituisce la giusta collocazione, quella che il Moretto aveva davanti a sé quando li dipinse. I Profeti alle pareti, in alto e un poco inclinati, mentre Mosè e il roveto ardente appeso sotto il soffitto, mirabile e incombente. Un applauso ai curatori, che hanno saputo creare anche a Brescia un esempio concreto di cosa significa esporre correttamente un'opera.

Profeti e Mosè fanno da cannocchiale prospettico per lo Stendardo delle Sante Croci, unico rettangolo di colore vivace in una sala dai toni grigiastri, sui quali risalta come una finestra aperta sulla straordinaria scena religiosa. Oltretutto, anche nello stendardo i personaggi dipinti guardano in alto! Insomma, una sala da osservare con il naso per aria.

Sala V

Sala VI - Moretto, Savoldo, Lotto

Una pausa di raccoglimento.

Un rosso imperiale apre le porte verso un percorso che accompagna inesorabilmente verso il fulcro di tutta la pinacoteca, il salone delle grandi pale che apparirà più avanti. Questa sala, intima e raccolta in tutta la sua regalità, fa da contorno a scene altrettanto intime e raccolte nella loro regalità divina. Potrei sprecarmi sulla bellezza delle opere, ma i nomi dei loro autori parlano già per sé stessi, oltretutto dialogando in modo efficace, quindi non resta ammirare e passare oltre.

Sala VI

Sala VII - Pittura devozionale rinascimentale

Rinascimento bresciano. Rinascimento bresciano ovunque.

Un blu zaffiro avvolge le pale della devozione bresciana dei primi del Cinquecento. Moretto, Romanino, Callisto Piazza e il nostro unico Polidoro da Lanciano, forse un pesce leggermente fuor d'acqua ma che si accompagna bene come periodo, soggetto, stile e intenzioni dell'autore. I colori dei quadri appena restaurati emergono in tutto il loro fascino, di nuovo creando legami, dialoghi, spunti di lettura e osservazione.

In questa sala, o meglio corta galleria, si combatte duramente contro ogni targhetta, il cui testo bianco prorompe fastidiosamente sullo sfondo blu e, come si diceva, fa ombra dietro di sé sdoppiandosi. Di nuovo non si contano gli assenti, ma anche in questo caso i curatori non hanno potuto che scegliere il meglio. Tanto per dirne una, sarebbe stata un'ottima scelta inserire qui un Paolo da Caylina il Giovane, che pure ha prodotto tanto nei medesimi soggetti pittorici, per esempio la sfortunata pala della Veronica, la pregevole Ultima cena o l'interessantissima pala Testerio.

Sala VII

Sala VII

Sala VIII - Le grandi pale del Cinquecento bresciano.


La sala del trono della nostra grande (in tutti i sensi) bellezza, che toglie il fiato.

Siamo nel salone più grande del palazzo. Grandezza chiama grandezza, e qui vi sono esposti i dipinti più grandi della collezione. E degli autori più grandi. E della più grande bellezza. Tutto è grande in questa sala, a partire dal superbo leggio dall'abbazia di Rodengo, che finalmente fa degno ritorno in un museo dopo anni di assenza. Gli si specchiano i due affreschi di Romanino provenienti sempre da Rodengo, in sottile dialogo percepibile su più fronti, il tutto a costituire un significativo omaggio all'abbazia olivetana. Seguono Moretto-Romanino-Moretto-Romanino-Moretto, in quest'ordine: una tale alternanza tra le opere dei due pittori è di fatto inedita per Brescia e invita a svariate riflessioni. Magnifico il Cristo e l'Angelo di Moretto appeso in posizione rialzata, una sorta di scarno memento mori in mezzo a tanta magnificenza. Concludono altri due Moretto sulla parete opposta, tra cui la Pentecoste con la soasa lignea appena restaurata.

Difficile trovare qualcosa da obiettare davanti a tanta regalità artistica e spirituale, ma qualcosa c'è. Dopo alcuni minuti di osservazione, mi sono reso conto che il bellissimo rosso alle pareti riesce a esaltare i dipinti appesi, ma finisce per esaltarne anche l'ingiallimento. Me ne sono accorto meditando sullo strano aspetto della gigantesca Pala di San Domenico del Romanino, che ricordavo molto più brillante nelle tonalità quando era esposta al museo Diocesano, su fondo bianco. Non me la sento di affrettare giudizi in questo senso: probabilmente, gli occhi hanno solo bisogno di abituarsi a questi fondi colorati, interessanti quanto spiazzanti. E come nelle sale precedenti, anche qui gli assenti si fanno sentire, e ovviamente si tratta di grandi assenti, quasi tutti ingiustificabili: la Pala Avogadro e il Compianto di Romanino, il San Rocco e santi e la Pala Luzzago di Moretto, e molti altri ancora. Spero che siano temporaneamente alla mostra di Tiziano, oppure di trovarli al museo Diocesano nella visita che compierò a breve, ma il fatto non è dove e se sono esposti, il fatto è che non sono esposti qui, in questo grande salone, che dovrebbe essere il loro regno.

Un suggerimento? Collocare il Medagliere Martinengo, altro grande assente in questo percorso, simmetrico al leggio di Rodengo.

Sala VIII

Sala VIII

Sala VIII

Sala VIII

Sala VIII

Sala IX - Lattanzio Gambara e il tardo Cinquecento
Una sorpresa interessante per un nuovo matrimonio tra le arti, ma il secondo Cinquecento bresciano ha offerto di più.

Usciti dalla Sala VIII, una sorta di santuario del Rinascimento, pareti blu notte avvolgono una piccola sala affrescata, che potrebbe essere la camera o lo studio del palazzo di un qualche colto signore. Insomma, dopo un'esplosione museale, l'atmosfera torna ad essere quella di una casa Tosio o una casa Martinengo qualsiasi, con i suoi quadri appesi e i suoi oggetti da collezione nelle teche. E forse colpisce un po' trovarsi al cospetto di un ambiente sostanzialmente dedicato a Lattanzio Gambara, pittore bresciano da sempre onorato molto sulla carta ma poco nei fatti. Ecco quindi il celebre  strappo di affresco con il suo autoritratto, forse l'unico dipinto frammentario del patrimonio della pinacoteca selezionato per il percorso espositivo.

Su un binario parallelo e inevitabile, uno sguardo al secondo Cinquecento bresciano con Pietro Marone, Alessandro Maganza e soprattutto la meravigliosa teca sulla parete di fondo, ospitante bronzetti, ceramiche, quadretti da cavalletto e persino un'armatura e un antico strumento musicale a corda. Tutti rigorosamente senza targhetta, tanto che ormai ci ho fatto l'abitudine. Non che la cosa mi convinca, però. Sembra proprio che la ricostruzione dell'atmosfera della casa del collezionista sia il filo rosso che lega assieme le sale e soprattutto la scelta dei dipinti. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta delle due tele di Marone e Maganza, soprattutto quella di Maganza, un intricato Banchetto di Baldassarre che raffigura ceramiche e bronzi i cui originali del periodo sono praticamente quelli esposti nella vetrina di fronte.

Purtroppo, il secondo Cinquecento bresciano è molto più di ciò che questa sala vuole mostrare. L'allestimento e il pannello descrittivo inducono il visitatore a credere che, morti Romanino e Moretto attorno alla metà del secolo, i bresciani abbiano voltato pagina e abbiano eletto Lattanzio Gambara e il suo stile manierista come espressioni assolute. In realtà, si omette deliberatamente di esporre la scuola del Moretto e questo è un peccato, dopo tanto insistere sui caratteri di questo pittore. Giovan Battista Galeazzi, Tommaso Bona, Luca Mombello, Andrea da Manerbio, tutti nomi di cui la pinacoteca custodisce opere, tutte assenti. Forse c'è sotto una scelta di gusto? Ancora qualche sala e ne riparleremo. Grandi assenti, certo per problemi di spazio, anche le tele di Pietro Marone e Tommaso Bona con le Storie di San Pietro per il soffitto del San Pietro de Dom, espressione di un tardo Cinquecento diverso da quello di Gambara ma non meno notevole. E a proposito di Lattanzio Gambara, ricordo sempre all'amministrazione comunale che, mentre in pinacoteca gli si riserva una sala, i suoi affreschi in via XXIV Maggio e corso Palestro a Brescia vanno disfacendosi.

Sala IX

Sala IX

Sala IX, la vetrina delle arti applicate

Sala IX, l'armatura

Sala X - La ritrattistica cinquecentesca

Un'invidiabile e domestica galleria di volti nobili.

Pareti verde antico avvolgono il visitatore e subito veniamo catapultati nella piccola quadreria che un signorotto locale tiene segreta nelle sue stanze, e che sembra sia stata aperta solo per noi in un'occasione fuori dall'ordinario. Interessante la scelta tematica, ma comprensibile data l'ampiezza del corpus di ritratti che la pinacoteca custodisce. Moretto, Bagnadore, due Anguissola, Romanino. Un'ultimo riverbero dei grandi nomi del Cinquecento bresciano, mentre il Flautista di Savoldo campeggia sulla parete di fondo.

Campeggia, non troneggia, perché come al solito è bandita ogni esaltazione, bandita ogni nevrotica separazione dal visitatore, quasi noi fossimo gli appestati e i quadri dei pazienti immunodepressi. Qui no, il Flautista è lì, davanti a noi, neppure diremmo che è veramente lui e veramente di Savoldo. Se ci fosse sotto un bel comò in palissadro, ci sembrerebbe di essere in una casa qualsiasi, forse anche la nostra. Ma mai ci fu scelta più adatta per questi dipinti, perché Savoldo non ha dipinto il suo Flautista perché fosse segregato in una teca pressurizzata, ma semplicemente per vederlo appeso a una parete, per poter godere della sua straordinaria bellezza dal più straordinariamente semplice dei punti di vista.

Sala X

Sala X

Sala XI - Il Seicento

Le perle seicentesche della pinacoteca, ma Brescia non c'è!

Entriamo in quella che, a mio parere, è la più discutibile di tutte le sale del nuovo museo. C'è oggi in Italia e nel mondo, a mio parere e non solo mio, un caravaggismo imperante, nel senso che mai come in questi anni Caravaggio e il suo stile sono di moda. Ma con "moda" non intendo semplicemente "moda", intendo una "mania irrefrenabile nel focalizzare il gusto artistico sulla maniera caravaggesca come se null'altro esistesse". Non è mio interesse giudicare questa "moda", semplicemente sottolineo che io non ne sono affetto. Posta questa premessa, credo che, in mancanza di un vero dipinto di Caravaggio, la Sala XI sia stata progettata e allestita per soddisfare molto del caravaggismo bulimico dei nostri giorni. A iniziare dalle pareti, un cupo verde scuro che rimanda ai più frementi moti emotivi dell'arte del grandr pittore.

Ecco quindi infilate le perle del Seicento nazionale e internazionale custodite a Brescia, da Tournier a Luca Giordano, capolavori di indubbio interesse che foraggiano gli occhi affamati di Caravaggio. La Madonna col Bambino e san Giovannino del Sassoferrato buca l'oscurità come uno squarcio di cielo azzurro nel mezzo della tempesta: la sua presenza sembrerebbe impossibile, eppure c'è.

E l'assente che sembrerebbe impossibile, eppure davvero non c'è? Brescia. Sappiamo anche il motivo per cui il Seicento bresciano non è rappresentato, caso unico in tutto il percorso espositivo, col sapore di giustificazione: il pannello descrittivo all'ingresso dice testualmente che, nella sala, "non vi figurano opere della scuola bresciana, che nel XVII secolo non produsse protagonisti e imprese all'altezza dei fasti del secolo precedente" (vedi foto sotto). Ritengo che questa frase sia uno scivolone imperdonabile dei curatori, che avrebbero fatto miglior figura a non esporre il Seicento bresciano senza emettere giustificazioni, come d'altronde hanno fatto per tutto il resto. Non esporre una parte del patrimonio per ragioni di gusto, di fatto perché ritenuta brutta, è una scelta per nulla scientifica. Ecco quindi cancellati, con un colpo di spugna, l'unico Jacopo Palma il Giovane conservato nei musei civici, il bravo Francesco Giugno, Girolamo Rossi con l'immensa Pala di Ognissanti e la Circoncisione di Grazio Cossali. E non si salvano neppure i non bresciani quali Cavagna, la Predica di sant'Alessandro di Enea Salmeggia, Cairo, i Nuvolone, la bella Pala dei santi domenicani di Pietro Ricchi e moltissimi altri ancora. Alla faccia della scuola bresciana mediocre: mi sembra molto evidente che, indipendentemente dalla scuola, solo "un" Seicento sia stato esposto, ossia quello della sfera di Caravaggio. Non voglio credere che tra i curatori serpeggi quell'odioso, antiquato pregiudizio che vede l'arte seicentesca brutta e pesante, diciamo che mi piacerebbe vedere, in un prossimo futuro, un po' di sano e giusto rilievo anche al Seicento bresciano e non bresciano, se non altro non caravaggesco, di cui la pinacoteca dispone un'ampia schiera di esemplari.

L'unica lancia che mi sento di spezzare in favore dei curatori, in questo caso, è di nuovo la scarsità di spazio. Tecnicamente, pure volendo, dipinti come quelli da me sopra citati non ci sarebbero mai entrati in questa stanza né nelle successive. Mai come nella sala XI si tocca con mano come il percorso espositivo della nuova pinacoteca stia faticando per capire che linea mantenere, cosa esporre e cosa non esporre delle decine di opere a disposizione. Di nuovo, anche qui è stata fatta una scelta, come naturale e doveroso, ma in questo caso ritengo la scelta più discutibile che altrove.

Sala XI

Sala XI

Sala XI

Sala XI, dettaglio del pannello descrittivo

Sala XII - Pitocchetto

Lo scrigno dell'affascinante e intramontabile pittore di pitocchi.

Lo stesso verde cupo della sala precedente prosegue come sfondo del Ciclo di Padernello, del Portantino, delle Due sorelle e altre tele del Pitocchetto, che qui si ritaglia il suo meritatissimo spazio. Poco da dire, se non rimarcare la triste poesia contenuta in questi dipinti.

Sala XII

Sala XII

Sala XIII - Vetri

Una pausa dai dipinti per ammirare la collezione bresciana di un'arte senza tempo.

Come accade anche altrove in questa straordinaria pinacoteca, il mondo cambia improvvisamente. I colori a tinta unita cedono il passo a una deliziosa saletta con affreschi ottocenteschi, la cui sovrabbondanza ornamentale non può che disorientare il visitatore. Il contesto perfetto per il tesoro al centro, decine di vetri di tutte le epoche, dal Quattrocento in poi, disposti su una teca a tre livelli ipertecnologica.

Superbo il colpo d'occhio, anche se le opere sembrano messe alla rinfusa e senza indicazioni di sorta è difficile destreggiarsi tra tecniche ed epoche. Anche in questo caso, l'allestimento predilige una fruizione decisamente più rapida della sala, portando l'occhio a incantarsi tra i mille merletti di vetro senza porsi troppe domande su date, provenienze geografiche, tecniche e stile, Scelta discutibile? Forse. In ogni caso, il caminetto con specchio originale sulla parete accanto è di una bellezza commovente.

Sala XIII

Sala XIII, lo specchio

Sale XIV-XV - La pittura di genere tra Seicento e Settecento

Una misurata ma ben fatta selezione di opere, con tante note positive e una dolente.

Il Seicento non caravaggesco tanto bistrattato nella Sala XI trova in queste due anguste salette una piccola occasione di riscatto. Bellissimo il velluto grigio cangiante alle pareti, che allinea la mente agli stessi giochi di luce che l'arte del periodo offre nelle sue produzioni. Le immancabili Quattro stagioni di Antonio Rasio e i Vecchi di Antonio Cifrondi sono i due diamanti, entrambi divertenti, ma il secondo dotato di una sempre inedita vena emotiva.

La nota dolente: il ciclo delle quattro Allegorie di Francesco Paglia spezzato a metà per mancanza di spazio. Scelta molto discutibile, che almeno ha il pregio di esporre il bresciano Francesco Paglia, la cui totale assenza in pinacoteca avrebbe rasentato la blasfemia.

Sala XIV

Sala XIV

Sala XV

Sala XV

Sala XVI - La ritrattistica settecentesca


Un'altra, piccola sala dedicata ai ritratti, ma due secoli dopo.

Antiche specchiature affrescate, inquadrate da elaborate colonne binate ornate con un motivo a spirale, fanno da sfondo a quattro interessanti dipinti ovali che mostrano l'evoluzione di quanto osservato nella Sala X.

Sala XVI

Sala XVII - Due dipinti di Antonio Cifrondi

Ancora una riflessione su Cifrondi

Torna qui Antonio Cifrondi con la Filatrice e il Mugnaio, rivelando al visitatore un poco chiaro spezzettamento tra questa sala e le precedenti. Ma se la minuscola sala doveva essere riempita in qualche modo, allora credo sia stata fatta la scelta migliore.

Se i Vecchi nella Sala XV hanno divertito l'occhio, forse instillando una certa malinconia, qui il visitatore può risolvere tutti gli eventuali dubbi nati sulla vera identità del Cifrondi, che si rivela essere un pittore di altissimo livello, capace di cogliere un sentimento profondo usando un soggetto privo di narrazione giocato praticamente su due soli colori.

Sala XVII

Sala XVIII - Il Sacrificio di Isacco di Troger

Un gioiello impossibile da descrivere.

Mantengo fede al mio sottotitolo e non mi accingo a descrivere l'indescrivibile. Dico solo che, da oggi, Brescia dovrebbe essere consapevole di possedere un'opera d'arte di tale levatura, che da sola meriterebbe l'ingresso al museo.

Dovranno trascorrere anni, prima di essere in grado di discernere completamente l'opera di Simon Troger qui custodita, in tutti i suoi dettagli e nella sua minuta complessità. Nel frattempo, provateci anche voi.

Sala XVIII

Sala XIX - Il Rococò

La parola "rococò" riassume tutto il fascino della saletta, ma un dubbio assale.

Dalla sala XVIII si procede in linea retta in un'infilata di porte che puntano verso la Eleonora d'Este di Canova, ed è subito un'emozione. Nella salettina rococò, bianca e rosa confetto, sembra di disturbare, in maniera assai inopportuna, una impomatata e incipriata vecchia signora del Settecento. Gli stucchi sulle volte sembrano fatti apposta per ospitare i due quadretti di Faustino Bocchi e soprattutto l'incantevole armadio al centro della parete di fondo, decisamente un armadio che non si vede tutti i giorni. Mentre mi avvicino rilascio anche una brevissima intervista per Brescia Musei, tanto per non farsi mancare nulla.

Ma ecco che un dubbio mi assale. Se nella sala successiva vedo opere ottocentesche, ciò significa che il Settecento si chiude qui. Ma l'avessi visto, questo Settecento. Al netto dei quattro ritratti nella Sala XVII, si può a questo punto affermare che la nuova Pinacoteca Tosio Martinengo non espone dipinti settecenteschi, né bresciani né non bresciani. Perché? Ragioni di gusto, come per il Seicento? Poco spazio? Forse entrambe le cose. Fatto sta che il maggior sacrilegio sta nella totale assenza di Andrea Celesti, del quale la pinacoteca custodisce più di un'opera. Una scoperta spiazzante, come al solito all'incirca comprensibile mettendosi nei panni dei curatori, ma assai opinabile.

Sala XIX

Sala XIX, il soffitto

Sala XX - L'Ottocento

Arte neoclassica, da Thorvaldsen a ritroso verso l'Antica Grecia

Siamo in conclusione. Le pareti tornano neutre e alle pareti campeggiano posati dipinti neoclassici, con tanti tocchi romantici. Ganimede e l'aquila di Thorvaldsen è incastonato al centro della parete laterale e dialoga con l'anfora attica sul lato opposto, ultimo rimando ai caratteri universali del collezionismo ottocentesco. Attorno, interessanti dipinti coevi, che completano il contesto ottocentesco rivelando l'esistenza, in quegli anni, di un binario parallelo al puro collezionismo, ossia la produzione attiva di opere d'arte, pure collezionate dai ricchi personaggi bresciani e futuri donatori, un preludio alla sala finale.

Sala XX

Sala XX

Sala XXI - Hayez, Canova e il Laocoonte bresciano

Finale col botto (nel Laocoonte)

Si diceva produzione attiva di opere d'arte durante l'Ottocento, ed ecco che nell'ultima sala risplendono esempi di cosa fu la migliore arte di quel secolo, iniziando dalla Eleonora d'Este di Canova che troneggia sul suo piedistallo ligneo originale neoclassico. E poi i due giganteschi Hayez, invisibili da anni e finalmente restituiti, allo stesso tempo protagonisti della sala e sfondo per l'ultima, grande perla della nuova pinacoteca: il Laocoonte di Luigi Ferrari, che senza voler competere con l'inarrivabile originale romano raggiunge una vetta artistica impressionante.

Un gioiello che è qui da centocinquant'anni e che i bresciani scoprono di possedere solo ora. Ma in fondo questo è il dono più grande della nuova Pinacoteca Tosio Martinengo: riconsegnare alla cittadinanza un patrimonio invisibile, quasi dimenticato, che invece è nostro e da oggi in poi valorizzato nel migliore dei modi.

Sala XXI

Sala XXI

Commento conclusivo

La nuova Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia è bella? No, non è bella. È meravigliosa, superlativa, straordinaria. Per tutto: percorso espositivo, allestimento, colori, impianti, luci, apparati, percorsi, opere, qualità del museo. Un perfetto e moderno connubio di maestranze di altissimo livello, che ringrazio dalla prima all'ultima: il direttore, i curatori, i restauratori, il personale, ogni responsabile di ogni singolo intervento diretto e indiretto.

Le targhette sono poco leggibili? Sì ma è solo questione di abitudine.

Quanto sono gravi le lacune nel percorso espositivo? Paradossalmente, potrebbero non rappresentare un problema, ma un pregio. Nei prossimi mesi sarà ultimato anche il cortile del palazzo Tosio Martinengo, con la nuova copertura in vetro e l'apertura di tre nuove sale a pianterreno che, come i curatori hanno più volte assicurato, saranno utilizzate per mostre temporanee in cui esporre a rotazione il materiale fuori dal percorso ordinario. Questa scelta, se sarà applicata, rende accettabili le lacune di cui si è parlato sopra, e fornisce una chiave di lettura definitiva per l'allestimento fisso: vi è esposto solo il meglio del meglio, dalla prima all'ultima sala, tutto il resto emergerà a turni. D'altronde, tutto il museo è stato pensato e progettato come un apparato dinamico, versatile, modificabile, reversibile: è evidente in tutto, in primis dal sistema di posa dei quadri, fili d'acciaio che pendono da una guida montata lungo il perimetro superiore delle pareti. Un percorso dinamico, integrato con le citate esposizioni a rotazione, valorizza il museo e dà motivo di continuare ad andarci, ossia tiene attivo l'interesse verso un polo culturale che si presenta fin da subito, fin dal primo giorno, come il fulcro per la cultura bresciana dei prossimi decenni. Il che lascia solo ben sperare.
Bisogna inoltre ricordare che, come ho richiamato più volte, alcuni quadri sono rimasti al museo Diocesano, per cui varrà la pena scrivere un altro articolo dopo una visita anche lì, per capire come la collezione è stata divisa. Infine, la prossima mostra su Tiziano conterrà, a quanto sembra, molti dipinti della pinacoteca che, a mostra conclusa, confluiranno (forse) nell'allestimento fisso.

Cosa ho apprezzato di più della nuova pinacoteca? Mentre attendevo il taglio del nastro, fuori in cortile la mattina del 17 marzo, tra un ombrello e l'altro ho alzato la testa per osservare il prospetto del palazzo e ho notato, sulla cornice della finestra centrale, un vistoso frammento di nastro adesivo di carta lasciato dal cantiere da poco concluso. Ecco, quel pezzo di carta è stata la cosa che ho apprezzato di più. Come un pacco regalo che si scarta frettolosamente per scoprire cosa c'è dentro, e il contenuto è all'altezza di tutte le aspettative. Un pezzo di nastro adesivo è rimasto attaccato dall'incartamento della nostra pinacoteca, nuova di zecca. Ora godiamoci i suoi tesori e torniamo ad apprezzare la bellezza dell'arte.



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